Categoria: Interviste

Gaia Modica

Gaia Modica: pallavolo, lavoro e la forza di non scegliere

8 Marzo è la giornata in cui si celebrano le storie, la determinazione e il talento delle donne in ogni ambito della società. Anche nello sport esistono percorsi fatti di passione, sacrificio e conquiste quotidiane che meritano di essere raccontati. In occasione della giornata internazionale della donna, abbiamo intervistato Gaia Modica, pallavolista dellaLuiss Volleyball Team femminile. Una testimonianza di come si porta avanti negli anni un equilibrio complesso tra studio, lavoro e sport agonistico. Dal primo allenamento in palestra fino alle sfide della vita adulta, il suo racconto parla di passione, disciplina e della forza dello sport di squadra.

Per oggi, 8 Marzo 2026, una storia che attraversa il campo da gioco ma che racconta anche qualcosa di più grande: il valore della determinazione, il ruolo delle donne nello sport e la strada ancora da percorrere verso una piena parità.

Dalla prima volta in palestra all’amore per la pallavolo

Quando hai iniziato a giocare a pallavolo e cosa ti ha fatto innamorare di questa disciplina?

Ho iniziato a giocare quando avevo 6 anni. Mia madre aveva sempre giocato da giovane ed è stata lei a portarmi al primo allenamento di prova, quindi un po’ credo di aver avuto la pallavolo nel sangue fin dall’inizio. Da lì non ho più smesso. Non saprei dire con precisione cosa mi abbia fatto innamorare di questo sport perché ero davvero piccola, ho quasi la sensazione di essere nata direttamente in palestra“.

Sicuramente una figura fondamentale è stata il mio allenatore, che mi ha seguita per tutti gli anni successivi. Aveva allenato anche mia madre quando era ragazza e tra loro c’era un rapporto bellissimo. Era un punto di riferimento per tutti ed è stato lui a far esplodere la pallavolo nella mia città in quegli anni: ricordo che praticamente tutte le ragazzine volevano giocare. Era riuscito a creare qualcosa di enorme grazie all’amore che aveva per questo sport e per tutte noi“.

Sport e lavoro: la sfida più grande

Essere sportiva significa anche conciliare allenamenti, impegni personali e lavoro: quali sono state le maggiori difficoltà nel tuo percorso e come sei riuscita a superarle?

“Essere sportiva a livello agonistico mette davvero alla prova. Era già impegnativo quando studiavo, ma non avevo idea di quanto lo sarebbe stato con il lavoro. Essere una studentessa-atleta è faticoso: devi conciliare sessioni d’esame, allenamenti e partite. Io ho studiato giurisprudenza e ho sempre dedicato molto tempo allo studio, quindi ricordo bene quanto fosse intenso già allora“.

Con il lavoro la difficoltà aumenta ancora di più. La parte più complicata è conciliare gli allenamenti, che finiscono tardi la sera, con il bisogno di dormire le ore giuste: la sveglia suona comunque alle 7 e affrontare la giornata lavorativa con energia il giorno dopo l’allenamento è sempre più difficile del normale. In più c’è il weekend, che per molti è il momento per staccare, mentre per chi gioca diventa quasi sempre il momento delle partite. Il tempo libero si riduce moltissimo. Credo che questa sia la sfida più grande: avere davvero poco tempo per sé, perché quando non lavori sei quasi sempre in palestra. Però è anche vero che si riesce a farlo solo se c’è una grande passione. Quando quella non manca, anche i sacrifici pesano molto meno“.

8 Marzo
Gaia Modica

Parità di genere: a che punto siamo?

Oggi si parla spesso di parità di genere: in occasione dell’8 Marzo, secondo la tua esperienza, le donne hanno davvero le stesse opportunità degli uomini nel tuo settore oppure c’è ancora strada da fare?

La pallavolo femminile in Italia negli ultimi anni ha conosciuto una crescita enorme, anche grazie ai risultati straordinari della Nazionale e al livello altissimo della nostra Serie A. È uno sport che ha conquistato sempre più spazio e attenzione, e credo che per chi gioca sia motivo di grande orgoglio farne parte“.

Questo però non significa che la parità sia già completamente raggiunta. Dal punto di vista tecnico e della partecipazione siamo un movimento solidissimo, spesso anche molto seguito, ma se si guarda al riconoscimento economico, alla visibilità o ad alcune tutele si capisce che c’è ancora qualche differenza rispetto a molti sport maschili“.

Detto questo, penso anche che negli ultimi anni siano stati fatti passi importanti: c’è più attenzione, più interesse e più consapevolezza del valore dello sport femminile. La strada è quella giusta, ma credo che la sfida più grande sia ancora culturale. La vera parità arriverà quando non ci sarà più bisogno di fare distinzioni o di giustificare il valore dello sport femminile, ma verrà riconosciuto semplicemente per quello che è“.

Cosa insegna lo sport

Se dovessi descrivere in poche parole cosa ti ha insegnato lo sport come donna e come persona, cosa diresti?

Lo sport mi ha insegnato sicuramente a resistere. A rimanere anche quando è faticoso, quando finisci di allenarti tardi, dormi poco e la mattina dopo devi comunque essere lucida al lavoro“.

Mi ha insegnato che la costanza vale più del talento e che la differenza la fanno i dettagli quotidiani, quelli che nessuno vede“.

“Ma soprattutto mi ha insegnato cosa significa lavorare davvero insieme, il senso del gruppo. Secondo me niente ti insegna a stare con gli altri come uno sport di squadra. Il rapporto che si crea è qualcosa di unico: condividi la fatica, la tensione e la stanchezza — che pesano un po’ meno quando sono condivise — ma anche i momenti di gioia assoluta, che aumentano proprio perché non sono solo tuoi”.

In campo impari a esserci sempre, non solo per te ma per chi hai accanto, impari a muoverti nello spazio in funzione degli altri. È una dinamica così spontanea che diventa naturale e te la porti dietro anche nella vita“.

8 Marzo: il messaggio di Gaia

Guardando alla tua storia personale, quale messaggio vorresti trasmettere alle ragazze e alle donne che sognano di fare carriera nello sport e nel mondo del lavoro senza farsi limitare dagli stereotipi?

Direi prima di tutto di non avere paura della fatica. Fare sport e costruirsi un percorso professionale richiede impegno, organizzazione e tanti sacrifici, ma è anche qualcosa che restituisce moltissimo, sia dal punto di vista umano sia personale“.

Spesso si pensa che a un certo punto si debba scegliere: o lo sport o il lavoro. La mia esperienza mi ha insegnato che non è sempre così. Serve equilibrio e serve tanta determinazione, ma è possibile portare avanti entrambe le cose se c’è davvero la volontà di farlo“.

Il messaggio che mi sento di dare è proprio questo: non sentirsi mai limitate da quello che gli altri pensano sia possibile o appropriato. Se c’è passione, se c’è voglia di mettersi in gioco, vale sempre la pena provarci. Anche perché lo sport ti dà strumenti incredibili — disciplina, capacità di lavorare con gli altri, resilienza — che poi diventano una forza enorme anche nel mondo del lavoro e nella vita di tutti i giorni”.

La sua storia ricorda quanto la passione, la disciplina e la determinazione possano diventare strumenti potenti per costruire il proprio percorso. Tra allenamenti, lavoro e sacrifici quotidiani, lo sport diventa molto più di una semplice competizione. Una scuola di vita che insegna a resistere, a credere in sé stessi per non lasciarsi mai limitare dagli stereotipi. Ed è proprio questo il messaggio più forte che arriva dall’8 Marzo: continuare a valorizzare il talento, l’impegno e i sogni delle donne, nello sport e in ogni altro ambito della società, affinché sempre più ragazze possano sentirsi libere di inseguire la propria strada, dentro e fuori dal campo.

Elena Micheli

Elena Micheli: campionessa, mamma e modello per tutte le donne

L’8 marzo, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, non è soltanto una celebrazione, ma un momento di riflessione sul percorso delle donne nella società contemporanea. Anche nello sport dilettantistico, sempre più donne scelgono di mettersi in gioco, affrontando sacrifici e sfide con determinazione. Le loro esperienze raccontano non solo risultati sportivi, ma soprattutto crescita personale, resilienza e voglia di affermarsi senza rinunciare alle proprie passioni.

Abbiamo avuto il grande onore di intervistare Elena Micheli, pentathleta italiana, due volte medaglia d’oro nell’individuale ai campionati mondiali di pentathlon e una medaglia d’oro a squadre ai campionati europei di Budapest 2024. Un grande esempio di risultati sportivi incredibili dettati da passione, sacrificio ed equilibrio tra allenamento, preparazione e impegni personali. La sportiva ideale per diffondere il suo messaggio motivazionale per l’8 Marzo.

Quando hai iniziato a fare sport e cosa ti ha fatto innamorare di questa disciplina?

“Ho iniziato a fare sport da piccolissima: a 2 anni sono entrata in acqua e ho messo gli sci ai piedi. Insieme ai miei fratelli, grazie ai nostri genitori, abbiamo avuto modo di sperimentare molteplici attività sportive fin da subito. Tra le varie opzioni, il Pentathlon Moderno ha conquistato i nostri cuori ed è diventato il nostro lavoro e la nostra passione. Il mio amore per questo sport nasce dalla bellezza dell’unione di cinque discipline così lontane tra loro, tanto belle prese singolarmente quanto straordinarie tutte insieme: nuoto, corsa, scherma, tiro con la pistola ed equitazione. Alternarle piuttosto che focalizzarmi solo su una mi ha sempre affascinato”.

8 Marzo e donne nello sport: cosa significa essere atleta oggi

Essere sportiva significa anche conciliare allenamenti, impegni personali e lavoro: quali sono le maggiori difficoltà che hai incontrato nel tuo percorso e come sei riuscita a superarle?

“Se conciliare la vita sportiva, scolastica/universitaria e privata con una singola disciplina è difficile, con 5 rasenta l’impossibile. Il segreto risiede nel saper sfruttare al meglio i momenti da dedicare ad ogni cosa: ottimizzare il tempo trascorso a studiare, allenarsi qualitativamente e concedersi del tempo per sé per staccare”.

“A questa alternanza di impegni recentemente ne ho aggiunto uno che non ha eguali e che mi ha stravolto positivamente la vita: la maternità. Sono 5 mesi che sto provando ad essere tanto una buona atleta quanto una brava mamma, e mi ritengo estremamente fortunata per la dolcezza della piccola Vittoria e per la presenza fondamentale del papà e dei 4 nonni, sempre pronti ad aiutarci”

“Sicuramente la difficoltà maggiore la sto riscontrando adesso: conciliare la vita da mamma e da atleta di alto livello, con in aggiunta una nuova disciplina da imparare! Hanno infatti sostituito la prova di equitazione con una disciplina ad ostacoli”.

Oggi si parla spesso di parità di genere: in occasione dell’8 Marzo, secondo la tua esperienza, le donne hanno davvero le stesse opportunità degli uomini nel tuo settore oppure c’è ancora strada da fare?

“Devo riconoscere che il mondo dello sport, meritocratico per antonomasia, non mi ha mai fatto percepire una disparità di genere evidente. Sono consapevole allo stesso tempo che sia un argomento delicato e che ci siano sicuramente dei passi avanti da poter fare in termini di opportunità e di sensibilità nei confronti delle atlete in quanto donne. Sono molto felice però che le ultime Olimpiadi siano state un emblema di vere e proprie imprese compiute dalle atlete italiane: penso a Brignone e Lollobrigida, alla durissima ripresa che hanno affrontato al di là della meritata vittoria olimpica”.

Guardando alla tua storia personale, quale messaggio vorresti trasmettere alle ragazze e alle donne che sognano di fare carriera nello sport e nel mondo del lavoro senza farsi limitare dagli stereotipi?

“Lo sport mi ha insegnato che il risultato deriva da un lavoro lungo e complicato, fatto da molte persone e molti sacrifici. Che spesso la strada giusta è anche la più complicata, e con il mio staff prima di Parigi l’abbiamo scelta nonostante sapessimo che sarebbe stata dura, togliendoci però le più belle soddisfazioni. E soprattutto, ciò da cui si impara non sono solo i momenti positivi e le belle sensazioni, ma i momenti di difficoltà e le cadute. Lo sport mi ha insegnato a non rincorrere ciò che voglio, ma a cercare la strada migliore per ottenerlo”.

“Personalmente cerco di condividere positività, perché è il mio modo di affrontare le difficoltà, non perché sia tutto facile o perfetto. Dietro ai sorrisi, agli allenamenti o ai momenti positivi condivisi, ognuna di noi ha una storia fatta di fatica, paura e difficoltà, soprattutto quando si parla di maternità. Da donna, da atleta e da mamma, mi sento di suggerire a tutte le donne di non lasciarsi abbandonare allo sconforto di fronte alle difficoltà o agli stereotipi, di non cercare di dimostrare sempre qualcosa di più, ma di fare ciò che le rende orgogliose e di farlo nel modo migliore che possono, perché questo parlerà per loro”.

La forza di essere se stesse

La storia di Elena Micheli ci ricorda che dietro ogni atleta non c’è solo il risultato finale, ma un percorso fatto di scelte coraggiose, sacrifici quotidiani e una profonda passione per ciò che si ama. In questo senso l’8 marzo diventa così anche un’occasione per riconoscere il valore delle donne che, con impegno e passione, continuano a lottare duramente nelle sfide della vita.

In occasione dell’8 marzo, il suo messaggio diventa ancora più significativo: non esiste un solo modo di essere donna, atleta o professionista. Ognuna può tracciare il proprio percorso con autenticità, senza sentirsi obbligata a dimostrare più degli altri, ma semplicemente dando il meglio di sé. Ed è proprio da queste storie di impegno e fiducia nelle proprie capacità che nasce la vera forza del cambiamento.

Giulia Toninelli

Giulia Toninelli

Sticky post

Accreditata dalla FIA e presenza costante nel paddock della F1, Giulia Toninelli racconta la Formula 1 da una prospettiva unica: quella di chi vive il circus da dentro. Tra test in Bahrain, nuove monoposto e una nuova epoca regolamentare che cambierà gli equilibri del campionato, la nuova stagione promette sorprese e possibili scosse politiche e tecniche.

In questa intervista a Fuori dal Gioco, Giulia Toninelli racconta i primi segnali emersi nel paddock: dalla possibile sfida tra Ferrari e Mercedes, al ruolo di Red Bull e McLaren, fino alla crescita del giovane talento italiano Andrea Kimi Antonelli. Tra pronostici e analisi emerge il ritratto di una stagione imprevedibile. Motori accesi, si parte.

Che stagione ci aspetta? Giulia Toninelli ci racconta le sue sensazioni

Iniziamo a parlare della nuova stagione in arrivo e del nuovo regolamento. A proposito di tutto ciò, con le nuove monoposto, la dichiarazione di Max Verstappen è stata molto diretta e controversa: cosa credi delle sue dichiarazioni: “Una Formula E sotto steroidi”? E cosa pensi del nuovo scenario in F1 con queste nuove monoposto?

Intanto Viva Max Verstappen. In F1 serve sempre qualcuno schietto, che dica le cose come le pensa. Il commento di Max nei primi giorni di test credo sia stato un po’ esagerato con la terminologia usata. Infatti i suoi commenti successivi sono stati più ponderati. Nella F1 attuale si tende sempre ad annacquare le dichiarazioni dei piloti attraverso uffici stampa e comunicati. Quindi il modo di Verstappen mi è piaciuto perché ha inaugurato bene la nuova stagione“.

Sui nuovi regolamenti è molto difficile esprimersi o dare una valutazione. Quando ho letto per la prima volta queste innovazioni, non ero molto convinta: la dominanza della parte elettrica crea davvero condizioni di una “Formula E sotto steroidi” come ha detto Max. Alcuni standard della F1, come la capacità di guida e sorpasso vengono meno, dando maggiore rilevanza alla gestione in pista. Questa parte va a peggiorare la parte motoristica e aerodinamica che adoro: sono macchine più piccole, più leggere, con l’aerodinamica che resta “libera” e ali posteriori diverse in ogni monoposto. Tutto queste rende il regolamento molto interessante.

Un primo anno che può generare scompiglio

“Alcuni tecnici mi hanno comunicato di essere rimasti sorpresi in Bahrain, perché finalmente si rivedono progetti di monoposto diversi l’uno dall’altro. C’è il rischio che la parte motoristica possa generare problemi. Liberty Media e FIA hanno dichiarato di valutare cambiamenti sulla parte della potenza nel regolamento, ma questo può creare altrettante difficoltà. Quindi sarà un primo anno politico, con necessità di integrare alcune problematiche”.

“Mi spiego meglio: se per es. Ferrari ha sviluppato più adeguatamente la gestione della PU elettrica e cambiano il regolamento a metà stagione, lì subentra un problema per Ferrari e motorizzati. Ci sarà molto da parlare, e per noi giornalisti sarà bello (ride,ndr). I primi anni di un nuovo regolamento creano sempre un po’ di scompiglio e questo mi dispiace. Poi è tutto da vedere perché sono mie sensazioni, io non sono Max che ha guidato la sua auto (ride, ndr). Questo primo anno potrebbe essere un caos, ma non escludo che i primi risultati, già in Australia, saranno totalmente diversi”.

Il regolamento in vigore fino al 2025 andava ugualmente cambiato: molti progetti erano simili perché quel ciclo regolamentare era ormai superato. Mi sorprende che FIA e team abbiano collaborato da tanti anni per questo nuovo regolamento e che ancora ci siano diversi dettagli da sistemare“.

Sarà una lotta a due tra Mercedes e Ferrari?

Dai test sembra emergere un possibile duello tra Mercedes e Ferrari, con Red Bull e McLaren subito dietro: credi che queste gerarchie siano realistiche o pensi che qualcuno stia ancora nascondendo il vero potenziale? Cosa si dice nel Paddock?

“Il potenziale l’hanno nascosto tutti. La Mercedes ha sempre fatto così. La Ferrari è stata la vera sorpresa nei test. Prima sembrava che la Mclaren fosse in vantaggio sulla Ferrari, ma ha qualche problema di sovrappeso. Questo però non significa che non sarà competitiva più avanti, perché i campioni del mondo in carica sono molto bravi nello sviluppo di aggiornamenti. Con pacchetti nuovi dopo le prime gare potrebbe tornare competitiva”.

“La Ferrari ha sorpreso per l’affidabilità e per le partenze. A Maranello hanno lavorato moltissimo sul propulsore in partenza, che potrebbe essere un fattore importante in questo inizio di stagione. La Ferrari la vedo, al momento, come seconda forza, dietro una Mercedes avvantaggiata dalla parte elettrica. Di quest’ultima ho visto team sereno e piloti contenti. Forse non abbiamo ancora visto la vera potenza del motore Mercedes.”

Red Bull solida, Aston Martin deludente

“La Red Bull mi ha sorpreso più di tutti. Non mi aspettavo una Red Bull così solida e un’Aston Martin così indietro. Va dato merito a Chris Horner, che riuscì a ingaggiare, quando finì la collaborazione tra RBR e Honda, molti motoristi importanti di quest’ultima. In questo modo la Red Bull ha fatto un grande lavoro sulla parte elettrica. La Honda, al contrario in Aston Martin, ha dovuto ricostruire il gruppo da zero: i motoristi in AM non sono gli stessi che hanno lavorato in Red Bull, ma gente nuova in un team nuovo”.

Giulia Toninelli
Giulia Toninelli

Kimi Antonelli e Ayrton Senna

Nel Paddock conosci e frequenti un giovane talento come Kimi Antonelli, che ha scritto la prefazione del tuo libro su Ayrton Senna. Che persona è Kimi? Cosa ti ha conquistato per affidargli la prefazione di un libro, una cosa non indifferente per un 19enne?

“Ho ideato un libro su Senna, da pubblicare 30 anni dopo la sua morte per raccontare Ayrton a chi non l’ha vissuto. Ho cercato di raccontare la sua storia, analizzando le differenze tra l’epoca di Senna e quella attuale. Oggi con le F1 Academy sembra scontato che un pilota promettente si muova da una parte all’altra del mondo, ma negli anni ’70 o ’80 un giovane pilota non europeo emigrava per rodare kart in Europa. Non era così semplice”.

“Nella scelta della prefazione mi piaceva l’idea di far raccontare Senna a un pilota che è cresciuto e corre col mito di Ayrton: Kimi ha il numero 12 ed è legatissimo a Senna, ma è un classe 2006 che non l’ha mai visto correre. Una cosa carina per far comprendere il significato di Senna per la generazione attuale di piloti e far emergere il lascito di questa leggenda, oltre al pilota. Per questo motivo ho scelto di affidare a Kimi Antonelli la prefazione.”

Una scommessa vincente di Toto Wolff

Kimi l’ho visto molto carico e sicuro per questa stagione. Ha grandi aspettative. Antonelli nello scorso campionato ha mostrato alti e bassi, ma era quello che voleva Toto Wolff. Il Team Principal della Mercedes ha scommesso tanto su di lui (rischiando di bruciare un talento) ma con uno scopo preciso: farlo esordire in F1 e nel paddock l’anno precedente di una rivoluzione tecnica, così che quest’anno diventi più maturo e forte, grazie alla gavetta fatta nel 2025. Antonelli è sicuramente pronto per questo nuovo campionato, così come tanti altri giovani che hanno esordito nella scorsa stagione.

C’è stata molta pressione su di lui, ma Kimi lo sa bene, perché è molto più maturo della sua età. Max l’ha infatti preso sotto la sua ala, perché sa bene cosa significa esordire giovanissimo in un mondo complesso come la F1, con tutta la pressione addosso, tra media, gara, social. La polemica per il sorpasso di Norris in Qatar? Accuse senza senso, ma lui non si è arrabbiato. Ci è rimasto male il primo giorno, ma ha archiviato subito tutto. La capacità a 18 anni di mettere da parte commenti e a Kimi sconosciute è simbolo di una grande mentalità che lo aiuterà in carriera”.

Il conflitto in Medio Oriente stravolgerà la stagione?

A proposito di nuova stagione, il calendario potrebbe essere stravolto dall’escalation di un conflitto in Medio Oriente. Quanto sarà difficile questo momento geopolitico per la F1?

“Bisogna vedere come procederà il conflitto. In questo momento la F1 non è la priorità (giustamente). Speriamo tutti che si interrompa il prima possibile. Si deciderà in base a quando e come finirà questa situazione. Sono gare che si svolgeranno ad Aprile, quindi tutto dipenderà dalle prossime settimane: in queste condizioni non si può correre. Si cercherà in tutti i modi di farle, perché spostare gare in F1 è qualcosa di inenarrabile. Se le condizioni miglioreranno, credo che troveranno una soluzione ottimale per tutti, come successe nel 2020 dopo la pandemia di Covid-19”.

“Nel caso di impossibilità per il peggiorare del conflitto, sicuramente aggiungeranno altre tappe in Europa, ma in altri periodi: parlano di Imola, che però non può sicuramente ospitare un Gp nel mese di Aprile, al posto del Bahrain o dell’Arabia Saudita. La FIA sta attendendo l’evolversi della situazione”.

Ferrari e Vasseur

Quanto Ferrari è stata vicina (se mai lo è stata) a cambiare per l’ennesima volta Team Principal al termine della stagione 2025?

“Quando la Ferrari va male, trema tutto. Lo sapete benissimo. La struttura della Ferrari è totalmente diversa dalla Mercedes: a Brackley Toto Wolff è Team Principal, CEO e azionista. Se la Mercedes va male, ci perde anche Toto stesso e non viene licenziato. In Ferrari si aspetta un mondiale da quasi 20 anni e al primo problema si cerca sempre di rimediare. Io, personalmente, ritengo che sostituire il TP la scorsa stagione fosse una cosa folle. Eliminare il progetto tecnico avviato da Vasseur e i suoi all’avvio di una nuova epoca regolamentare è pazzia. Non toglie però che in quest’ultima stagione qualcosa è tremato. “

“Ora Vasseur ha la grande occasione di far vedere il suo lavoro e i suoi risultati con il suo gruppo. Stavolta la monoposto della Ferrari è figlia del suo progetto. Mantenerlo è stata la scelta più giusta, nonostante la stagione deludente che non ha confermato le aspettative di inizio 2025. L’arrivo di Hamilton, il più chiacchierato nella storia della F1, con la prima stagione con zero podi. Una situazione molto pesante, ma per fortuna è rimasto tutto invariato. “

Mercedes & Alpine

Alpine, facendo un “passo indietro” e decidendo di delegare a Mercedes la fornitura della Power Unit, sembra aver fatto un bel passo in avanti. È effettivamente così o pensi che alla fine rimarrà nei bassifondi?

“Qualche passo avanti è stato sicuramente fatto. Scelta necessaria perché ormai non ci sono investimenti rilevanti sui motori Renault. La scelta di delegare la PU potrebbe essere dovuta a un’ottica di vendita futura. Un cliente con motori Mercedes si vende facilmente. Rimane ugualmente una scelta strana: l’Alpine in F1 senza motore Renault è una cosa non molto razionale. Tuttavia è una scelta comprensibile a livello di marketing. Non so che futuro avrà.”

“Però devo dire che una squadra come la Williams, che tanti ritenevano in crescita, è in sovrappeso, non ha passato tre volte il crash test e Sainz si lamenta della guida e rischia di trovarsi in basso alla classifica. Se l’Alpine ha fatto un buon progetto, con una PU Mercedes, può giocarsi posizionamenti interessanti in alcuni Gp, ma vedremo. Settimana prossima saremo più consapevoli del loro potenziale”.

Giulia Toninelli
Giulia Toninelli

La passione per i motori e le Olimpiadi di Milano-Cortina

Com’è nata la tua passione per il motorsport ?

“Ho un fratello più grande, ingegnere peraltro, appassionato di F1. Guardava sempre i Gp con mio padre, grande appassionato pure lui. Vedendo loro, mi sono appassionata pure io. Sono cresciuta vicino il kartodromo di Lonato: era il periodo in cui andavano anche piloti di F1. Andavo spesso a vedere i kart e così è nata questa mia passione. Poi ho sempre voluto fare la giornalista. Ho unito queste due passioni e ho avuto la fortuna di conoscere persone di questo settore per scrivere e andare in giro. In questo mondo bisogna impegnarsi tanto, ma devi avere anche la possibilità di farlo. Diventare giornalista è un percorso pieno di step. “

“Sono stata alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. Due mesi fa ero impaurita all’idea di andare, perché non conoscevo bene il mondo gli sport invernali. Ho studiato tanto dopo la fine della stagione di F1 per questa grande opportunità e ora dico che è stata l’esperienza lavorativa più bella della mia vita. Non mi sono mai divertita così tanto. Ora voglio fare tutte le Olimpiadi (ride,ndr)”.

Iemmello

Iemmello: dal sogno alla realtà, Re di Catanzaro

Sticky post

Pietro Iemmello, attaccante, bomber, leader e capitano dell’US Catanzaro 1929 è stato ospite di Espresso Cadetto, il podcast sulla Serie BKT e partner social di Lega B, in onda ogni martedì mattina su Spotify, condotto dal nostro Luca Leoni insieme a Giacomo Giunchi. Dal Ceravolo e ritorno. Un viaggio lungo la penisola, da Firenze a Vercelli, con tappe a La Spezia, Sassuolo e Perugia. Parentesi dal retrogusto agrodolce, come quella di Foggia, guidate dalla mano di Roberto De Zerbi, fino al salto al di là del mare stretto. Destinazione: Canarie, Las Palmas. Prima della volta di casa, nella sua Catanzaro. Da tifoso a capitano. Da capitano a leggenda. Da leggenda a Re. Tra record, obiettivi e aneddoti: Pietro racconta Iemmello e Iemmello racconta Pietro. L’uomo dietro al giocatore, il calciatore dietro all’icona. Di una città, di un popolo, quello giallorosso. Sempre con i gol nel destino.

Le aquile non hanno limiti

Luca Leoni: “Partiamo con dei dati: 1 gol, 1 assist, 2/2 dribbling riusciti e 3 punti in tasca, che ti sono valsi il titolo di MVP della 25ª giornata. Diciamo che una parte della vittoria sul Mantova è passata dai tuoi piedi. Che gara è stata?”

Iemmello: “Una gara fondamentale. Venivamo da due vittorie ed è stato molto importante aver fatto la terza. Una partita dove siamo partiti bene, facendo gol all’inizio. Poi siamo riusciti a raddoppiare, per poi gestirla fino alla fine.”

Giacomo Giunchi: “Allargando un po’ il campo, 3ª vittoria consecutiva (oltretutto sempre per 2-0), 41 punti e 5º posto in classifica. Nelle ultime due stagioni (chiuse al 5º e 6º posto), la vostra cavalcata si è fermata alle semifinali playoff (contro Cremonese e Spezia): credi che siano maturi i tempi per una tanto attesa finale per questo Catanzaro?

Iemmello: “Questi ultimi due anni (onestamente) sono stati un po’ una sorpresa perché è incredibile aver fatto due semifinali di fila. Nel 2023 eravamo una neopromossa. Dopo la prima stagione in Serie B abbiamo cambiato tanto e l’obiettivo della società è sempre quello di consolidare la categoria. Quindi, con la semifinale playoff della scorsa annata abbiamo raggiunto un obiettivo che non ci eravamo posti a inizio stagione. Ogni anno stiamo riuscendo a fare cose importanti. In questa stagione siamo ancora lì, a salvezza ormai raggiunta (penso di sì) ce la possiamo giocare ed è giusto non porci limiti. Abbiamo di fronte squadre molto forti e strutturate. Però mai dire mai, noi ci siamo.

Come gestire un ricambio generazionale

Luca Leoni: “Sempre parlando della stagione, mister Aquilani in luglio ti ha definito “il suo Totti”. Da leader, capitano e simbolo di questa squadra, com’è stato gestire il ricambio generazionale che in parte è avvenuto in estate, con gli addi di Scognamillo, Biasci, Bonini…?”

Iemmello: “La scorsa estate sono partiti due pezzi storici come Scognamillo e Biasci e la società si ristruttura ogni anno. Il DS Polito è rimasto e abbiamo cambiato allenatore. Aquilani è bravissimo, sa lavorare con i giovani e ha un’identità ben precisa. Farà sicuramente molto strada.”

Iemmello

Cissè e Liberali: talento, testa e umiltà

Giacomo Giunchi: “Ecco Pietro, possiamo dire che questo mix è forse il segreto di questo Catanzaro. A proposito di giovani, ti chiediamo un pensiero su due ragazzi che si stanno mettendo in luce e che oltretutto hanno il Milan nel destino: Liberali, cresciuto proprio nei rossoneri, e Alphadjo Cissè, che a Milano vedrà invece il suo futuro. Ci parli un po’ di loro, come sono arrivati, come si sono integrati e dove possono arrivare?

Iemmello: Cissè lo conoscevamo poco quando è arrivato, ma in questi mesi si è fatto notare per la sua qualità, elevata per la Serie B e considerando la sua età. Bravo Polito a sceglierlo. Penso che la sua forza sia la sua natura umile, un ragazzo che vuole crescere e con la testa sulle spalle. A vent’anni è facile montarsi la testa e perdersi, ma credo che abbia le carte in regola per fare una bellissima carriera.”

Stesso discorso per Liberali, che è arrivato con aspettative molto alte. Brava la società e il mister a proteggerlo, seguirlo, farlo crescere con pazienza, prima di schierarlo titolare con continuità.. E lui in 3 mesi è diventato un altro calciatore, dimostrando il suo talento.

Vivere il mito, tra record e divertimento

Luca Leoni: “Torniamo ora su di te: sei il secondo miglior marcatore all time del Catanzaro con 80 reti in 159 presenze, con Palanca distante 53 lunghezze (a 137). In cadetteria invece te ne mancano 27 per raggiungere quota 100: pensi di poter eguagliare questi due traguardi?

Iemmello: “Eguagliare il record di reti di Palanca (137) lo vedo un po’ difficile. Sono tanti gol (ride, ndr). Non so quando smetterò di giocare, ma è dura raggiungere quella quota. Nella mia carriera ho sempre pensato che i gol siano importanti per un attaccante, ma per la mia persona è il divertimento che mi spinge ad andare avanti. Alla mia età mi preme di più divertirmi in campo e con la squadra. Vedremo. Non mi pongo limiti.”

Luca Leoni: “Secondo noi sei come il buon vino, che invecchiando migliori, quindi ci riuscirai.”

Iemmello: “Grazie mille, vedremo. Non mi pongo limiti. Poi se arriveranno, sarà una grande soddisfazione personale.

Esperienze all’estero: Las Palmas

Giacomo Giunchi: “Nel corso della tua carriera hai vestito tantissime maglie, ma ce n’è una in particolare che ha colto la nostra attenzione e che hai condiviso anche con mister Aquilani: quella del Las Palmas. Come nacque l’idea di andare a Gran Canaria e com’è stato il tuo contatto con il calcio spagnolo?

Iemmello: “Guarda, sono andato a Las Palmas in epoca Covid, a Settembre 2020. Il calcio spagnolo mi ha sempre incuriosito e volevo conoscere la loro cultura. Dopo qualche colloquio e una chiacchierata con il loro DS, che mi ha spiegato il loro progetto e le loro strutture, sono riuscito ad andare lì. Fu un’avventura breve, ma che porto dietro con affetto, perché ho vissuto in un clima diverso, per come intendono e vivono il calcio. Un’esperienza per me sicuramente positiva.”

Ritorno a casa

Luca Leoni: “Passiamo a tempi più recenti. Nel gennaio del 2022 decidi di lasciare la cadetteria (ai tempi con la maglia del Frosinone) e prendi una scelta di cuore: scendere di categoria e passare al Catanzaro, la squadra della tua città. Spesso si dice “nemo profeta in patria”, ma possiamo dire che a conti fatti per te è stato il contrario. Come hai vissuto quei momenti e cosa ti ha spinto ad accettare questa sfida? Visto che eri fermi da diversi mesi, come poi hai raccontato.”

Iemmello: “Ero a Frosinone, ma non stavo giocando tanto. A Gennaio arrivò la chiamata sia dell’Avellino che del Catanzaro. Onestamente ho sempre sognato di giocare nel Catanzaro. Sono nato qui e sono stato tifoso da bambino. Era la mia squadra, andavo in curva. Ho sempre avuto in testa l’idea di poter vestire la maglia della mia città. Nel 2022 si è fatta avanti questa opportunità e si sono incastrate parecchie cose: la società era nuova e ambiziosa e ho deciso di tornare qui.”

Foggia: ricordi agrodolci

Giacomo Giunchi: “Nel corso di quella stessa stagione avvenne anche l’episodio che ti vide, a tuo malgrado, protagonista: l’aggressione da parte dei tifosi del Foggia al Pino Zaccheria, che era stata anche la tua “casa” per 3 stagioni (e con ben 60 gol): cos’hai provato quel giorno e come ha inciso nella tua visione del calcio?

Iemmello:Ho un ricordo bellissimo di Foggia, nonostante l’episodio del 2022. Lì sono cresciuto calcisticamente e umanamente. È una città che mi ha dato veramente tanto. Dispiace che con la piazza ci lasciammo male, perché chiudemmo la stagione con la retrocessione in Serie C. Poi in quella partita con il Catanzaro vincevamo 5-1, c’era il rigore, potevo fare tripletta e loro l’hanno vista come una mancanza di rispetto. Un po’ come in quelle storie di amore e odio. Ma a distanza di anni posso dire che prevale comunque l’affetto.

Il rapporto con De Zerbi

Luca Leoni: “Scivolando sulla parentesi foggiana, uno degli allenatori con cui hai legato di più è stato Roberto De Zerbi: sei rimasto in contatto con lui e se magari vuoi mandargli un messaggio dopo questi mesi di alti e bassi a Marsiglia?

Iemmello: “Roberto è stato un padre calcistico per me, ha creduto prima di tutti nelle mie capacità. De Zerbi mi ha voluto a tutti i costi a Foggia, facendomi diventare prima calciatore e poi uomo. Ci sentiamo spesso e sono sicuro che tornerà ad allenare una grande squadra, perché é un rivoluzionario. Tanti allenatori si ispirano a lui perché le sue squadre giocano molto bene.”

Dopo il ritiro? Su una panchina

Giacomo Giunchi: ” Chiudiamo con uno sguardo al futuro. Premesso che ci sono ancora tanti record da battere e, chissà, pure un Catanzaro da trascinare in Serie A, hai dichiarato che un domani ti piacerebbe allenare. C’è uno o più tecnici che osservi da vicino e ti piacerebbe ripartire proprio dalla panchina dei giallorossi?

Iemmello: Ci penso da anni. Un domani mi piacerebbe fare l’allenatore. Già oggi mi ci sto preparando: a tempo perso guardo, studio e osservo. La panchina del Catanzaro? Non lo so, perché quando inizi la carriera da tecnico ti senti come un giovane calciatore che parte dalla Primavera e deve fare tutta la gavetta. Comunque non ho fretta, ci penserò quando appenderò gli scarpini al chiodo. “

Iemmello

Credits Photo: facebook US Catanzaro 1929

Rita Guarino

Rita Guarino, calcio e psicologia

Sticky post

Sofia Pederzani e Gabriele Talarico hanno avuto il grande onore di conoscere e intervistare Rita Guarino, allenatrice ed ex calciatrice. Uno dei volti più conosciuti delcalcio femminile: ex attaccante con oltre 370 gol segnati in carriera e 9 scudetti vinti da giocatrice e allenatrice (4 consecutivi sulla panchina della Juventus). La discussione tocca vari punti: dalle sue soddisfazioni personali, passando per considerazioni personali sul sistema calcistico italiano, fino ai suoi studi lontano dai campi.Ringraziamo fortemente Mister Guarino per tutta la gentilezza e la disponibilità.

La prima volta non si scorda mai

“Partiamo con una domanda semplice: ci puoi raccontare la tua più grande soddisfazione da calciatrice e allenatrice?”- Sofia Pederzani

Mister Rita Guarino parte con un suo racconto dei suoi primi calci: “Io ho iniziato a giocare a calcio per casualità. Non avevo nessun progetto sportivo, nessun obiettivo e non sapevo nemmeno dell’esistenza di categorie calcistiche femminili. Ho iniziato come tutti: nel cortile di casa, continuando a scuola e all’oratorio. E ho iniziato a 14 anni, quando peraltro i miei genitori preferivano che praticassi uno sport più “femminile”. Da lì ho fatto sempre inconsapevolmente l’escalation fino alla Serie A: la mia prima squadra è stata la Juventus, che però non era al livello di quella attuale.”

“Poi qualche anno dopo mi trovai a giocare i mondiali dall’altra parte del mondo con la nazionale italiana. Essere convocata a 20 anni, per la prima edizione della Coppa del Mondo femminile in Cina nel 1991, rappresentando la mia nazione, è stato incredibile.

Con quella esperienza in Cina capì che il calcio sarebbe potuta diventare la mia professione. Sono diventata più consapevole di quello che dovevo fare come atleta. Ha segnato la mia vita e la mia carriera, perciò è stata la mia soddisfazione più grande!

“Da allenatrice ho avuto fortunatamente tante soddisfazioni: ho iniziato ad allenare all’età di 25 anni, quando ancora giocavo. Pian piano sono arrivata ad allenare nelle giovanili delle nazionale, quando mi sono ritirata da calciatrice.”

Un classico percorso a ostacoli

La prima soddisfazione che ricordo, con poche speranze, ma tanta umiltà, fu la conquista della medaglia di Bronzo agli Europei del 2013 con la nazionale under 17. Con quella medaglia, abbiamo avuto accesso ai Mondiali in Costarica del 2014, ottenendo pure lì un’altra medaglia di bronzo. Un altro passo significativo e importante. Quindi portare un gruppo di ragazzine sconosciute sul tetto del mondo, a un passo dalla finale, è stata sicuramente una grandissima soddisfazione nel mio percorso da allenatrice.”

Abbiamo fatto uno dei classici percorsi a ostacoli nello sport, che però ti forma in tutto, sia a livello personale che atletico-sportivo. La difficoltà e lo svantaggio iniziale è un fattore positivo: ti stimola a lavorare tanto, per poi conseguentemente crescere e migliorare.

Sofia: “Specie se è un percorso contro tutto e tutti…”

Rita Guarino: ” Si, ma ti dico una cosa: non so chi sia più grave tra negazione e ostracismo, perché nella seconda, sai contro chi combatti. Nella negazione invece non conosci il tuo rivale. Non so quindi se sia peggio la negazione o non essere riconosciuti…”

Compagne e avversarie

“In questo percorso, quale giocatrice da te allenata, ti ha stupito di più? E tra le avversarie, chi ti ha stupito allo stesso modo?” -Sofia

“Da allenatrice ho avuto il grande privilegio di lavorare con quasi tutte le calciatrici che attualmente sono nel giro della nazionale. Un gruppo di ragazze così meraviglioso, per il quale faccio fatica a individuare una superiore a tutte.”

Rita Guarino: “Tra le ragazze straniere, alla Juventus ho avuto l’immenso onore di allenare, seppur per poco tempo, un talento come Ingvild Isaksen. Cito lei, ma pure Linda Sembrandt, che mi ha stupito per il suo temperamento e la sua intelligenza tattica. All’Inter ho allenato Lina Magull e una delle migliori calciatrici al mondo: Thabita Chawinga. Potrei citarne tante altre, come Van Der Gragt e Sofie Pedersen. Ho avuto veramente la fortuna di conoscere e lavorare con tante calciatrici talentuose e importanti.”

L’aspetto mentale nello sport

Sofia: “Quale caratteristica è imprescindibile oggi per una calciatrice?”

Rita Guarino: “Prioritariamente vanno valutati gli aspetti mentali, al di là delle caratteristiche fisiche e tecniche. La volontà di voler lavorare e migliorarsi costantemente. La capacità di gestire le emozioni e fronteggiare le proprie difficoltà. Sono tutti fattori che distinguono un atleta “normale” da un atleta di alto livello. Comprendere le tappe su cui lavorare per arrivare a certi livelli è il primo passo, mantenendo ovviamente il piacere del gioco. Questo fa la differenza.”

“Io da giocatrice avevo una discreta personalità, unita a velocità e forza fisica. Grandi potenzialità a livello atletico, ma minori vantaggi a livello tecnico. Sono cresciuta con il calcio da strada, senza grandi insegnamenti approfonditi. Pian piano ho capito che sarei potuta migliorare con disciplina e lavoro personale. Infatti ho aperto una scuola di perfezionamento tecnico individuale, la prima in Italia.”

“La costanza è la cosa più fondamentale di tutte per ottenere risultati: non bisogna accontentarsi, ogni giorno è quello giusto per lavorare e mettere fieno in cascina. Ricordiamoci che nulla è impossibile nella vita e nello sport.”

Gabriele Talarico: “Quanto incide l’allenatore nel perfezionare l’aspetto motivazionale e mentale?”

Rita Guarino: “Incide parzialmente. L’allenatore è bravo se crea l’ambiente ideale per migliorare il talento. Deve capire e attuare le migliori condizioni per far emergere un atleta, non solo motivarlo. La mentalità vincente si acquisisce con esperienza e ispirazioni continue, suscitate dal contesto generale, che non è formato solo dall’allenatore. “

La motivazione forte è quella individuale. Nasce dentro di noi. Quindi non è importante che ci sia qualcuno che la faccia emergere, ma qualcuno che la ispiri. La mia ispirazione l’ho trovata tramite le mie compagne più esperte. Quando ho iniziato a giocare in nazionale, ho capito cosa mi distanziava dalle top giocatrici. L’umiltà è la chiave del successo. L’umiltà di non sentirsi mai arrivati, nemmeno dopo aver raggiunto il successo.”

“Un allenatore, un giocatore e una squadra va valutata poi nel lungo periodo. A volte rimaniamo abbagliati dal rendimento positivo di un giocatore o allenatore in una sola stagione, e in un certo ambiente. Il contesto fa sempre la differenza. Un allenatore bravo di una squadra giovanile non è detto che sappia replicarsi con la prima squadra. Sono due lavori totalmente diversi…”

Rita Guarino

Il calcio femminile sui social

Sui social, precisamente sui post relativi al calcio femminile, purtroppo spopolano commenti volti a paragonare il calcio maschile e quello femminile. Chiunque nota commenti come: “Il calcio femminile non è al livello di quello maschile.”. “Se le femmine giocassero contro i maschi…”. Un continuo paragone insensato, che non si riscontra in altri sport come pallavolo o tennis.

Sofia: “La differenza fisica tra uomo e donne è oggettiva. Ma perché nel calcio continuano a paragonare le due categorie maschili e femminile? Cosa pensi di questa situazione? Ti è mai capitato di viverlo in prima persona?”

Rita Guarino: “I social sono un mezzo di comunicazione molto semplice, perché possiamo commentare in maniera aggressiva, mantenendo l’anonimato. Io rispetto qualsiasi opinione, ma ovviamente sono distante anni-luce da questo tipo di visione. Il calcio è lo sport più praticato al mondo e tutti ne parlano.”

“Questo errore di paragonare calcio maschile e femminile viene commesso spesso, ma sono due cose mai confrontabili. Il gioco è uguale per tutti, stesse regole e stesse dimensioni, ma esistono le categorie per un determinato scopo: nessuno confronta calcio dilettantistico e professionistico e stessa cosa vale deve valere per calcio maschile e femminile.”

“Perché lo fanno? C’è il piccolo timore che il calcio femminile occupi uno spazio destinato esclusivamente al calcio maschile, ma sono due realtà con due percorsi diversi. Il calcio femminile deve proseguire per la sua strada. In entrambe le categorie, il calcio è sempre in costante evoluzione, con continuo sviluppo di tattiche diverse e di qualità fisiche e tecniche. Il calcio maschile o femminile del futuro non sarà mai uguale a quello praticato oggi. “

“Non esigo che qualcuno debba seguire il calcio femminile e non giudico chi non lo apprezzi. Tuttavia il rispetto è una questione di principio. Sono gusti: a non tutti piace il calcio ed è giusto che sia così. Ognuno segue i propri interessi, ma deve farlo nel rispetto di quello che può piacere agli altri.”

L’essere donna nel mondo del calcio

Sofia: “Ti è mai capitato di essere discriminata per essere una donna? A proposito di rispetto e percorso fatto di ostacoli?”

Rita Guarino: “No non ho mai ricevuto discriminazioni palesi. Sia nei corsi a Coverciano, sia sul campo, pur essendo in grossa minoranza. Al contrario, sono sempre stata trattata come un nomale partecipante al corso. Io parlo per me, ma sono consapevole che molte donne abbiano subito forti discriminazioni nel mio ambito.”

“Penso che appartenere ad una generazione fin dalla nascita abituata a dover lottare di più, in quanto donna, mi abbia portato ad avere le spalle larghe ed a sgomitare per creare il mio spazio. La mia storia però non è la normalità, esistono tutt’ora discriminazioni legate al genere, soprattutto nella differenza di opportunità che vengono offerte alle donne.”

ll professionismo nel calcio femminile

Nel 2022 il calcio femminile è stato ufficialmente riconosciuto come professionistico. Senza soffermarci troppo sulla riforma in se, andiamo nel particolare: “Quali aspetti della nuova riforma ti hanno soddisfatto di più e cosa invece è ancora da migliorare?” – Gabriele

Rita Guarino: “Prima di arrivare al 2022, io penso che la vera svolta sia arrivata nel 2015: grazie alla riforma che ha obbligato i club professionistici a tesserare la categoria under 12 femminile, per un programma quinquennale; e dando la possibilità ai club di acquisire i titoli delle squadre dilettantistiche. La prima società è stata la Fiorentina e successivamente tutte le altre, Juventus, Roma, Sassuolo, Inter, Milan e così via. Questo è stato il primo passo, perché ha fatto si che si entrasse in un contesto professionistico, con strutture adeguate, staff sempre più numerosi e competenti.”

Rita Guarino

I vantaggi del professionismo

“Per la prima volta si da alle atlete la possibilità di allenarsi al mattino, cosa non scontata fino all’anno precedente. Si ha la possibilità di giocare in alcuni dei migliori stadi d’Italia. Si inizia ad essere seguiti dai broadcaster e le televisioni in chiaro, il che ha dato visibilità; tutto questo ha portato all’exploit del mondiale del 2019 e non è affatto un caso. Quelle sono state le prime condizioni che hanno permesso di piantare il primo importante seme nel nostro calcio.”

“Il passaggio al professionismo legittima l’atleta a livello pratico, non che prima non lo fosse, ma vi è la legittimazione a livello legale, con una serie di tutele sulla persona che prima non erano presenti. Ciò consente anche al club di poter investire sulla giocatrice stessa e la possibilità di poter fare mercato internazionale. Sottolineo però che il professionismo non innalza gli stipendi e non è quello che ti fa vincere le partite, bensì la possibilità di avere atlete immerse in un ambiente che ti aiuta nel processo.

Nessuna strategia comunicativa

Ciò che ancora manca sono strategie comunicative per attirare sempre più spettatori, per rendere l’evento appetibile, capace di generare interesse mediatico e dell’opinione pubblica. Manca l’organizzazione di un grande evento, di un qualcosa che possa suscitare attenzione ed interesse a livello internazionale. Pensate che l’ultima volta che si è organizzato un europeo femminile in Italia è nel 1993. Mancano strutture adeguate, per far si di giocare le partite in ambienti piacevoli, non solo per le calciatrici stesse ma anche per gli spettatori, in modo da avere palcoscenici adatti per rendere l’evento ancora più accattivante. L’utilizzo di più telecamere è molto importante in questo processo, così come il coinvolgimento del tifoso, che per me rappresenta una parte fondamentale di una partita. Senza tifosi, senza rumore, l’evento è meno suggestivo.”

Il rinnovamento, però, deve avvenire in modo sistemico, senza lasciare l’iniziativa privata ad il singolo club. Penso che servirà ancora del tempo, d’altronde siamo in un paese dove non vi è grande apertura mentale verso il femminile, ma, in tutte le occasioni in cui un evento è stato creato, la gente ha risposto presente. Una dimostrazione è la partita di Champions League Roma-Barcellona a cui hanno preso parte 40.000 persone allo stadio olimpico. Senza dimenticare Italia-Brasile del 2019 vista da 7 milioni di telespettatori.

“Vi è ancora un potenziale inesplorato a livello commerciale. Già 30 anni fa sostenevo questa tesi, ora ancora di più dato che finalmente abbiamo potenzialmente sia i mezzi che il prodotto da poter offrire. Tante cose ancora da fare per poter colmare il gap con gli altri paesi, che di certo non ci aspettano, ma che continuano il loro processo evolutivo. La comunicazione è e sarà fondamentale.”

Il sistema calcio italiano

Gabriele Talarico: “Restiamo in tema…alla luce dei recenti risultati delle nazionali, quali pensi che siano i problemi del calcio italiano? E cosa manca anche rispetto all’estero?”

Rita Guarino: “Domanda molto difficile! Parlando in maniera trasversale con allenatori di settore giovanile, vedendo come lavorano e vedendo come si lavora all’estero, ritengo che non siamo più un paese che si rivede in una chiara identità calcistica. Quello che un tempo veniva definito “calcio all’italiana o catenaccio all’italiana” e che oggi si chiamerebbe “organizzazione tattica e lavoro di transizione” si è perso. Stiamo perdendo il filo conduttore della nostra identità nazionale, dove la crescita individuale deve avere la priorità. Dove l’esasperazione del risultato a tutti i costi deve lasciare spazio alla crescita personale del giocatore, del talento. I risultati lasciamogli alle categorie degli adulti. Purtroppo quando osserviamo le partite dei bambini, dei ragazzi, non tutti lavorano per la crescita, ma solo per il risultato e questo non può che essere un autogol pazzesco.”

Pensare meno al risultato

“Non è infatti un caso che in Italia non ci sia attualmente un fenomeno generazionale, a differenza di altre nazionali in cui dominano i vari Wirz e Lamine Yamal.” incalza Sofia

Rita Guarino: “Sicuramente oltre a ritrovare il filo conduttore, è necessario lasciare spazio all’espressione e tornare a lavorare sull’individuo. Se non lavoriamo sul processo, come si fa ad aggiungere qualcosa? L’allenatore bravo è colui in grado di creare terreno fertile, significa mettere chiunque tu abbia davanti nelle condizioni di esprimere il meglio di se stesso, essendo l’allenatore in grado di adattarsi ai ragazzi o alle ragazze. Se io alleno un bambino so che mi dovrò comportare in un modo, viceversa se mi trovo ad allenare una ragazza o degli adulti. Esistono le categorie proprio per questo motivo qui. Bisognerebbe concentrarsi di più su chi abbiamo davanti, sul nostro interlocutore e meno sul risultato finale.”

“Va rinforzata l’intera cultura sportiva, non possiamo sempre piangerci addosso dicendo “eh ma i giovani…” è da 30 anni che si dice questa cosa. Cerchiamo di trovare il modo di comunicare con loro e di creare un ambiente sano e costruttivo che permetta loro crescita e libera espressione. Ci troviamo davanti a ragazzini che hanno meno ore passate a fare attività sportiva, perciò il tempo limitato a nostra disposizione va sfruttato al massimo, attraverso organizzazione e capacità di sfruttare al massimo le nostre competenze.”

La potenza dell’antifragilità

Antifragile è un concetto espresso da Nassim Taleb per descrivere la qualità necessaria per imparare a trarre vantaggio da traumi e scossoni che la vita inevitabilmente ci propone. La persona antifragile non cerca di intrappolare l’esistenza in uno schema prevedibile e fisso, ma al contrario cavalca le opportunità nel momento stesso in cui si presentano, mette in conto l’imprevisto e approfitta del disordine per crescere e migliorare.

La Teoria del Cigno Nero di Nassim Taleb è una metafora utilizzata per esprimere il concetto per cui un evento di grossa portata e di forte impatto, con connotati positivi o negativi, è una sorpresa per l’osservatore. La teoria è stata sviluppata per spiegare il ruolo sproporzionato di eventi rari, imprevedibili, inaspettati. Tali eventi, considerati molto divergenti rispetto alla norma, giocano collettivamente un ruolo molto più importante della massa degli eventi ordinari. Questo concetto spiega come la storia, ma anche la vita sportiva, sia segnata da avvenimenti sorprendenti, cui diamo spiegazioni che spesso si dimostrano poco efficaci. 

“Abbiamo letto la tua tesi sull’antifragilità. Raccontaci in poche parole questo concetto ed il perché sia così importante parlarne all’interno del mondo del calcio? Inoltre, ci ha colpito molto il “Cigno Nero”, puoi farci un esempio di un evento nella tua carriera che possiamo individuare come tale?”

Rita Guarino: “Il mio cigno nero è stato senza dubbio il gol all’esordio al mondiale del 1991. Ha segnato un cambiamento netto nel mio percorso; è stato un cigno nero positivo: quante probabilità hai di segnare a due minuti dal tuo esordio in un mondiale?

Da dove nasce questa tesi?

“L’idea di questa tesi nasce dall’esigenza, data anche dal mio percorso di studi (Laurea in psicologia con master in psicologia dello sport), di trovare un modo per far entrare la psicologia, in modo applicativo, nello sport, quindi nel fornire assist agli allenatori in senso pratico, al di la del supporto psicologico agli atleti e dei percorsi di tipo cognitivo.

“Trovo molto interessante la traslazione nel mondo calcistico di questi eventi inaspettati; se ci pensate il calcio ha una complessità talmente alta che ogni evento ed ogni situazione sono inaspettati. Quando giochiamo una partita siamo soliti pianificare la gara come allenatori, ma come tanti maestri ci insegnano, la gara puntualmente va nella direzione opposta, quindi è fondamentale creare delle possibili alternative, il che diventa già un giocare pro-attivo, qui entra in gioco la capacità di coping, di creare soluzioni in corsa in relazioni agli eventi che si susseguono. “

“L’antifragilità offre questo spunto trasformativo: cogliere dagli aspetti negativi la vera essenza, per poi sviluppare nuove opportunità. Penso inoltre che questo concetto rappresenti pienamente il mio percorso di allenatrice, un percorso di difficoltà, nella quale per emergere devi mettere in atto processi trasformativi. “

La difficoltà, se la si sa cogliere, può diventare un grande vantaggio competitivo, perché ti mette nella condizione di creare delle strategie alternative e quindi di imparare a gestire le difficoltà, cercando di anticipare certi eventi. “- Rita Guarino

“La mia tesi non voleva essere esplicativa, al contrario voleva essere uno spunto per altre persone a seguire tale percorso.”

Alessia Massimilla

Intervista Alessia Massimilla, 25 Novembre 2024

Uniti contro la violenza

In occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, abbiamo pensato di adattare i nostri contenuti sullo sport, come potente veicolo di sensibilizzazione e cambiamento. Attraverso questa intervista, daremo voce a tre atlete che, con impegno e perseveranza dimostrano come il rispetto, la solidarietà e l’inclusione siano i veri valori che lo sport insegna e promuove. Parleremo di come lo sport possa diventare un alleato fondamentale nella lotta contro ogni forma di violenza e discriminazione.

Qui troverai l’intervista in collaborazione con due fondatori di FuoriDalGioco, Paolo Mazza e Gabriele Talarico ad Alessia Massimilla.

25 Novembre: intervista Alessia Massimilla
Alessia Massimilla

Sono Alessia Massimilla. La mia attività agonistica vera e propria inizia a 10 anni. Oltre a vari titoli e tornei regionali vinti, il primo risultato di rilievo lo ottengo nel 2020 arrivando in finale al Master Nazionale Trofeo Kinder, passando attraverso le qualificazioni regionali. Qualche anno dopo a Roma disputo sul campo Nicola Pietrangeli durante gli Internazionali BNL d’Italia la finale del Master Terza categoria IBI. Da un paio di anni sto cercando di entrare nel circuito Itf junior. Ho giocato in Finlandia, Belgio, Malta, Norvegia e Svizzera e ottenendo i primi punti.

La passione per il tennis

Raccontaci un po’ di te: Com’e nata la tua passione per il tennis? E come vivi gli allenamenti e le partite?

Alessia: “Ho iniziato a giocare a tennis a circa 6 anni, ma la mia passione verso questo sport è nata ancora prima. Fin da molto piccola ho sempre frequentato circoli di tennis, perché anche mio papà giocava e mi divertivo ad andare a vederlo.

Vivo sia gli allenamenti che le partite con serenità, cerco di essere produttiva, dare il massimo e migliorare sempre qualcosa.

Gli idoli

E quali sono i tuoi idoli sportivi da cui prendi inspirazione?

Il mio idolo sportivo è Rafael Nadal. Ho sempre ammirato la sua forza mentale, il suo ordine in campo, l’attenzione che metteva su ogni colpo, ma soprattutto la capacità di non mollare mai.

“Rafa è un giocatore che per me rappresenta un modello da seguire e indubbiamente lo sportivo che preferisco.”

L’essere donna nello sport

Pensi che lo sport sia veicolo di valori sani e libero da ogni stereotipo di genere?

Credo che lo sport sia in assoluto il più sano veicolo di valori. Essere sportivi vuol dire scegliere uno stile di vita lontano dalle distrazioni. Gli atleti dedicano gran parte della loro giornata agli allenamenti e hanno obblighi da rispettare quali ad esempio un’alimentazione sana e ritmi di sonno regolari, quindi non c’è spazio per pensare ad altro. Gli stereotipi di genere non sono tipici solo dello sport, ma esistono in ogni ambito della vita ed è proprio per questo che bisogna lavorare al meglio e sempre di più per affermare il nostro valore.

Secondo te, Quanto incide ancora oggi il fatto di essere giovanissima e donna sul modo in cui vieni trattata nel tuo ambito? Hai mai sentito risuonare qualche campanello d’allarme durante la tua attività agonistica?

Il fatto di essere giovanissima è una marcia in più perché arrivi prima a conoscere meccanismi e situazioni importanti, a vivere ambienti e momenti che poi ti formano il carattere e ti fanno diventare più responsabile già in giovane età. “

Educazione, meritocrazia e rispetto

Il fatto di essere donna non deve essere un alibi per giustificare quello che non si riesce a fare. Sono dell’idea che la donna deve meritare e conquistare con le proprie capacità gli obiettivi che ha davanti, esattamente come gli uomini. È il merito la cosa fondamentale e il rispetto che dobbiamo pretendere da tutti quelli ci circondano, uomini o donne che siano. “

“Sono troppo giovane e non mi è mai capitato nulla di spiacevole da questo punto di vista, ma ripeto spesso che siamo noi a dover esigere il rispetto da tutti e spiegare con educazione che le Donne non sono superiori agli uomini ma sicuramente non inferiori e che il rispetto è alla base di tutto.

L’essere donna è un ostacolo alla tua ambizione? Senti che gli uomini siano in qualche modo agevolati nella loro carriera?

L’essere donna non è un ostacolo per le mie ambizioni ma sicuramente il percorso che si affronta da giocatori è diverso. Gli uomini, essendo in numero superiore, riescono a trovare maggiore confronto mentre le donne devono spostarsi maggiormente. Spesso, noi donne, scegliamo di non andare a giocare tornei internazionali in Paesi nei quali hanno ancora una mentalità molto chiusa nei riguardi di questo sesso per non riscontrare problemi. I risultati vanno meritati e sudati perché nessuno regala niente a nessuno.

Valentina Stranieri

Valentina Stranieri, intervista 25 Novembre

In occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, abbiamo pensato di adattare i nostri contenuti sullo sport, come potente veicolo di sensibilizzazione e cambiamento. Attraverso questa intervista, daremo voce a tre atlete che, con impegno e perseveranza dimostrano come il rispetto, la solidarietà e l’inclusione siano i veri valori che lo sport insegna e promuove. Parleremo di come lo sport possa diventare un alleato fondamentale nella lotta contro ogni forma di violenza e discriminazione.

Qui troverai l’intervista in collaborazione con due fondatori di FuoriDalGioco, Paolo Mazza e Gabriele Talarico a Valentina Stranieri.

Sono Valentina Stranieri, nata a Soveria Mannelli il 21/09/1998. Nella mia vita sportiva dopo aver fatto 9 anni di nuoto, di cui 5 agonistici, ho iniziato a giocare a calcio tra gli esordienti della Garibaldina. Pur essendo l’unica bambina tra 20 maschietti ho sempre cercato di integrarmi e farmi rispettare. Successivamente ho fatto diverse stagioni nel calcio a 5 tra serie C e serie A2 (Audace Decollatura e Royal Team Lamezia) ma il mio principale obbiettivo era quello di giocare a calcio a 11, e nel 2019-2020 sono passata al Catanzaro. Nel 2020-2021 ho giocato nel Crotone facendo 2 stagioni in serie C nazionale, e nonostante il periodo di Covid la federazione ci ha permesso di portare a termine il campionato. Terminata la stagione 20-21 con il Crotone, un po’ abbattuta dalla stagione appena finita, avevo perso la voglia di giocare e nonostante le numerose chiamate da parte di altre squadre di serie C, ho accettato l’invito a far parte della Promosport Femminile, squadra da poco creata ma dalle grandi ambizioni, in eccellenza calabrese. Ho giocato per 3 stagioni in questa squadra, diventando capitano della stessa nella quale ho vincendo pure la Coppa Italia 2022, accedendo così pure alle fasi nazionali.

Quest’anno invece, sono ferma per un infortunio al ginocchio. Ho seguito le mie ragazze nel Coscarello (CS) che disputeranno il campionato di Eccellenza calabrese e la Coppa Italia, che sta per partire.
Nella mia vita privata sto svolgendo il Servizio Civile Universale a Decollatura nella sezione di Ambiente Sport e Cultura, seguendo comunque le mie passioni più grandi, gli allenamenti, la fotografia e il volontariato con l’Associazione Lyra.

La passione per il calcio

Raccontaci un po’ di te: Com’e nata la tua passione per il calcio? E come vivi gli allenamenti e le partite?

Valentina: “Ho iniziato a giocare a calcio sin da bambina con gli amici per strada e ho sempre voluto giocare tramite allenamenti e partite. Ho potuto fare questo sport liberamente fino all’età di 14 anni, poiché da questa età in poi non mi è stato più possibile giocare in una squadra formata da bambini. Inoltre nella mia zona non c’erano squadre femminili a cui avvicinarmi per continuare ad allenarmi.  Questa passione è sempre stata una cosa innata, perché alle bambole ho sempre preferito un pallone…”

Per me gli allenamenti sono la vera partita. Tengo molto agli allenamenti e ho sempre voluto essere la prima ad arrivare e l’ultima ad andarmene.  Potrei definirlo il mio porto sicuro: per quelle due ore non penso più a niente, se non ad allenarmi, migliorarmi e fare gruppo. “

“Devo dire che durante le partite non ho mai avuto problemi di ansia o di emozione. Mi definisco “anomala” perché quando la mia squadra vince (e gioca male) mi arrabbio sempre. Sono una perfezionista e voglio dare il meglio. Quando perdo (ma è meritata la vittoria degli avversari) provo dispiacere certo, ma non mi faccio sopraffare dalle emozioni negative che può regalare una partita persa, e non l’ho mai fatto. Tutto ciò vorrà dire che bisognava lavorare meglio durante la preparazione.”

Gli idoli

E quali sono i tuoi idoli sportivi da cui prendi inspirazione?

“Come idoli, diciamo che il primo amore non si scorda mai: il Barcellona dal 2009 in poi è sempre stato il mio punto fondamentale in teoria e pratica all’interno dell’area di gioco. Ricordo che vedevo ogni partita il week-end e me ne innamoravo sempre di più. Da quel momento lì ho sempre cercato di giocare un calcio sano e rispettoso nei confronti dell’avversario, ma soprattutto coeso coi miei compagni/compagne. Il tiki-taka è il mio mantra.”

L’essere donna nello sport

Pensi che lo sport sia veicolo di valori sani e libero da ogni stereotipo di genere?

“Lo sport deve essere un trasportatore di idee e valori sani e bisogna insegnarlo a tutti: dai piccoli amici ai genitori che seguono le partite. Purtroppo non sempre questo avviene e sfocia in quei gesti sporchi, che rendono un incontro sportivo non più piacevole. Tra tanti esempi: dalla semplice battuta sessista ad un salario nettamente più basso rispetto ai maschi, direi che queste due sono le prime cose che non devono esistere in un ambito bello e giocoso come lo sport.”

Secondo te, Quanto incide ancora oggi il fatto di essere giovanissima e donna sul modo in cui vieni trattata nel tuo ambito? Hai mai sentito risuonare qualche campanello d’allarme durante la tua attività agonistica?

“Avendo giocato più stagioni di attività agonistica, fortunatamente, in linea di massima non ho trovato ambienti che sotto questo punto di vista abbiano avuto pecche e disparità con le categorie maschili. Potremmo aver dovuto spostare i nostri impegni personali per qualche allenamento, questo sì, poiché magari la disponibilità dei campi c’era solo a quella determinata ora e giorno, perché nelle altre fasce orarie c’era la cosiddetta “prima squadra”.

“Purtroppo le classiche battute le ho sentite spesso, e ho voluto sempre smentirle con rispetto giocando a calcio e allenandomi. Dare il massimo sul campo credo sia l’unico mezzo per poter far cambiare un po’ la visione alle persone. “

La forza di volontà

L’essere donna è un ostacolo alla tua ambizione? Senti che gli uomini siano in qualche modo agevolati nella loro carriera?

“Io credo che non ci siano ostacoli alle ambizioni di tutti, donne o uomini, l’importante è essere capaci e volenterosi di svolgere il proprio compito o lavoro. Ho sempre pensato che servono le competenze e non i titoli, sia nella vita reale ma anche nello sport: se una ragazza è valida a svolgere il proprio ruolo è giusto che le venga data la possibilità di farlo. Ho sempre lottato con me stessa e con l’esterno affinché questo venga attuato.”

“Per quanto riguarda lo sport basti pensare che il professionismo nel calcio italiano sia arrivato solo un anno fa, e che invece all’estero è presente già da un po’ e per più categorie. La strada è lunga e sappiamo bene quali sono i rischi di società e giocatrici. Nel calcio femminile mancano le strutture e i fondi, certo, ma per migliorarsi bisogna sempre osare un po’…”

Schillaci

Schillaci: umiltà, sacrificio e rimpianti

Sticky post

In data 7 Agosto 2024 la comunità di Carlopoli (CZ) ha inaugurato il nuovo centro sportivo. Per questo grande evento l’amministrazione comunale, rappresentata dal sindaco Emanuela Talarico, ha invitato un’ospite che non ha bisogno di presentazioni: Salvatore “Totò” Schillaci.

L’ex attaccante di Messina, Juventus e Inter ha visitato il paese e poi partecipato a un piccolo dibattito, dialogando con: Serafino Guerino (moderatore dell’incontro e consigliere comunale di Carlopoli), Gabriele Talarico, Paolo Mazza e Giovanni Putaro. Questi ultimi tre ragazzi hanno discusso con l’ospite in qualità di fondatori di FuoriDalGioco.

Il destino, si sa, gioca brutti scherzi e la visita di Totò Schillaci a Carlopoli è stata la sua ultima esperienza in Calabria. L’ex calciatore italiano è venuto a mancare lo scorso 18 Settembre, per il complicarsi di un tumore al colon, contro il quale combatteva da anni.

Il Team di FuoriDalGioco è onorato di averlo potuto conoscere, apprezzando la sua ammirevole personalità e umiltà, indipendentemente dalla sua carriera sportiva. Non dimenticheremo mai questo primo evento con noi protagonisti insieme a uno dei calciatori più conosciuti nella storia del calcio italiano e mondiale. Ciao Totò!! Ti vogliamo bene!

Gli anni ’70

Giovanni Putaro:

“Aprirò questa chiacchierata portando la macchina del tempo alle origini di tutto. Totò Schillaci nasce a Palermo, cresce in un quartiere popolare e conosce la povertà, la precarietà. Quanto è stato complicato e quali sono state le difficoltà nel riuscire a emergere e farsi notare?  Ad accendere una propria luce su quel tipo di contesto e sulla tua figura?

Totò Schillaci:

“In sintesi ti racconto tutto: noi parliamo di 40 anni fa, forse pure di più. Un’epoca in cui non c’erano centri sportivi o scuole calcio. Io ho iniziato a giocare sull’asfalto. Mi ricordo le porte di calcio fatte da pietre. Sono nato in un quartiere, abbastanza povero. Ho sempre avuto la passione per il calcio, che per me era tutto. Non ho frequentato gli studi, perché non c’era un buon rapporto tra me e la scuola. Ho seguito il mio sogno, quello di crescere in un quartiere un po’ disastroso, però con certi valori, che la mia famiglia mi ha sempre trasmesso. Ho seguito questo mio grande sogno che era il calcio.

Vivere il sogno

Oggi c’è molta più possibilità di poter emergere. Dicevo prima al sindaco di questa comunità Emanuela, che nelle piccole città si fanno grandi cose, mente nelle grandi città non si fa mai nulla. Lo sport aiuta a crescere, a valorizzare soprattutto i giovani, a socializzare e a dare anche un grande futuro. Ai miei tempi non era così. Sono stato molto determinato e non ho mai mollato. Volevo diventare un calciatore. Alla fine con sacrifici e volontà (ho fatto altri mestieri insieme al calciatore) ho seguito il mio sogno di diventare un modesto calciatore.

Se uno ha la volontà di seguire quello che fa, alla fine riesce a ottenere quello che vuole. Oggi i ragazzi sono diversi da quelli di una volta: si abbandona il calcio, perché nelle vita ci sono tante altre cose, forse pure troppe: social, computer…e spesso i ragazzi abbandonano i loro sogni. Nella vita bisogna crederci e, ovviamente essere fortunati, perché il treno passa e lo devi prendere al volo. Bisogna capire, essere umili, stare con i piedi a terra e lottare sempre in campo e nella vita. Io personalmente ho mangiato pane e calcio, che è stata la mia vita, tutto. La mia vera forza però è sempre stata la mia umiltà, nel mantenere un rapporto cordiale con le persone. Non ho mai detto di no a una foto o a un autografo. Sono sempre disponibile a conoscere nuove persone e nuovi posti.

Il rapporto con gli allenatori

Gabriele Talarico:

“Totò, tu hai fatto 7 stagioni con il Messina, con cui sei stato protagonista della doppia promozione, prima in C1 e poi in B. Nella stagione 1988/89 diventi capocannoniere del campionato cadetto con Zeman in panchina. Ecco parliamo di Zeman. Quanto fu importante per te un allenatore così propositivo e rivoluzionario?”

Totò Schillaci:

Tutti gli allenatori sono stati per me importanti, dal primo all’ultimo. Ho sempre avuto un rapporto bellissimo con gli allenatori. L’allenatore ha un compito difficile, cioè gestire e scegliere solo 11 giocatori titolari. Tanti mi chiedono perché non sono diventato un allenatore, e io rispondo che avrei fatto giocare a tutti. Bisogna avere carattere e personalità. Zeman ritengo sia stato uno dei migliori allenatori, molto preparato su tutto e non guardava in faccia nessuno. Però tanti allenatori sono stati importanti nella mia carriera: Scoglio è stato come un padre per me, poi Zoff,Vicini…io sono stato bene con tutti.

Certo tu devi dimostrare in campo, perché se sei scarso non giochi. Poi ci sono allenatori che ti cambiano la vita, altri magari ti fanno giocare meno. Franco Scoglio mi diceva: “entra in campo e fai quello che vuoi.” Con Zeman ho vinto il titolo di capocannoniere. Con quei gol e quelle prestazioni sono riuscito ad arrivare alla Juventus e poi alla Nazionale. Se tu mi chiedi, come ho fatto a fare un grande mondiale, io non saprei cosa dirti. Non lo so, è stato così. Non lo so davvero…”

Le Notti Magiche di Italia ’90

Paolo Mazza:

Parliamo ora di un evento speciale per te: nel 1990 sei stato convocato da Azeglio Vicini ai Mondiali di Italia 1990. Pur partendo dietro dalle gerarchie, sei entrato nella prima partita del girone contro l’Austria e hai segnato il gol vittoria al 75′. Poi sei diventato capocannoniere di quella competizione con 6 gol e arrivato secondo al pallone d’oro, dietro Lothar Matthaus. Cosa ci vuoi raccontare di quella esperienza? Qualche chicca?”

Totò Schillaci:

Guarda, non mi aspettavo quella convocazione, perché fui l’ultimo convocato. Feci parte di un gruppo straordinario, forse una della nazionali migliori di sempre. C’erano giocatori di un certo spessore, tra cui Baggio, che era in panchina. Roberto è stato uno dei migliori giocatori italiani, personalmente direi il migliore di tutti… Ero contento di partecipare ai mondiali. Per me era già un premio stare in tribuna come riserva di quella nazionale piena di campioni. Tuttavia durante gli allenamenti ho messo in difficoltà il CT Vicini, sfruttando le mie abilità, la mia velocità, facendo gol…e poi l’allenatore decise di portarmi in panchina.

La vita è una sorte: al 75′ la partita non si sblocca, entro io e faccio gol. Da lì è iniziata la mia storia calcistica in nazionale. Non saprei cosa dire: sono momenti caratterizzati da rabbia, grinta, determinazione. Se mi avessero detto 35 anni fa che sarei diventato capocannoniere e miglior giocatore del mondiale, secondo classificato al pallone d’oro, ci avrei messo la firma. Purtroppo per l’unica nota negativa, cioè la sconfitta ai rigori contro l’Argentina, non abbiamo vinto il mondiale. L’unico episodio negativo ci ha sconfitto e purtroppo il calcio è fatto di episodi determinanti, altrimenti nessuno ci avrebbe impedito di vincere quel mondiale.

Il calcio senza valori

Giovanni Putaro:

Abbiamo parlato di Notti Magiche, che è sicuramente un apice importante della tua carriera. Tu prima mi hai detto che il calcio per te è tutto. La cosa bella della nostra società è che attraverso gesta sportive si possono elevare dei Miti, e ora sto dialogando con un Mito del nostro calcio. Quindi ora ti chiedo: lo Schillaci di oggi, se guarda dietro, non avendo più a che fare con il calcio professionistico attuale…cosa gli resta di quel mondo lì? Com’è oggi nella tua anima?”

Totò Schillaci:

Guarda io preferisco il calcio di una volta, pieno di valori. Oggi il calcio è diventato una macchina di soldi. Le partite di oggi sono spesso noiose, che io a volte mi addormento. Quindi il calcio straordinario credo sia quello che ho vissuto io: il calcio di Maradona, Van Basten, Gullit, Rijkaard…dove c’erano solo tre stranieri.

Oggi invece, avete visto l’Italia? Non ci sono più i giocatori italiani, son tutti stranieri. La nazionale non è più competitiva. Noi facevamo paura a tutti, quando giocavamo nella nazionale. Oggi invece, ma dove sono i giocatori italiani? Non ci sono più giocatori e abbiamo fatto una figura di…anche agli Europei. Ormai le società investono tutte sugli stranieri, ma non solo in serie A, in Serie B, serie C, Serie D…dovevano darci un limite sugli stranieri. Quindi avremo una nazionale così, a meno che non si valorizzano i giovani, ma non la vedo bene.

Totò e le scuole calcio

Gabriele Talarico:

“Parlando della tua carriera e dei giovani di oggi. Tu sei un simbolo del calcio italiano e meridionale, perché la tua carriera è come una favola: il bambino che dal calcio di periferia, con porte fatte da pietre e pali di legno, è arrivato a indossare le maglie di Juventus, Inter e della nazionale italiana. Nonostante i giovani di oggi siano molto diversi da 30 anni fa. Che consiglio daresti a un bambino che vive con il sogno di diventare un calciatore professionista? E secondo te, quale giocatore di oggi ti somiglia come caratteristiche tecniche e storia personale?”

Totò Schillaci:

Io ho fatto scuole calcio per 10 anni e ho sempre detto ai miei ragazzi di divertirsi in campo, perché è fondamentale. La prima cosa fondamentale sono gli studi. Io non ho studiato, ma sono cresciuto per strada, e questo mi ha fortificato e preparato in tutto. Ai ragazzi dico sempre che se vogliono seguire il sogno di diventare professionisti, lo devono fare in maniera seria. Dico poi sempre che devono pensare a divertirsi in campo, lasciando stare chi è più forte o meno. Poi guarda: molti calciatori mi somigliano per la velocità e il dribbling, che erano le mie doti migliori. I miei allenatori sono stati bravi a innescare un gioco che sfruttasse la mia velocità, la mia tecnica e il dribbling. Alcuni simili a me forse sono Lautaro e Immobile, ma ce ne sono stati anche tanti altri in passato.

I pregiudizi sul Sud-Italia

Paolo Mazza:

“La domanda ora è un po’ più seria: il tuo essere siciliano e meridionale ha condotto a subire qualche pregiudizio nel corso della tua carriera, come quando Giovanni Trapattoni, all’epoca allenatore della Juventus, ti disse: “Avete ucciso pure Falcone.” Come hai reagito in quella situazione?”

Totò Schillaci:

“Per una stagione ho avuto come allenatore Trapattoni, una persona straordinaria. Mi ha detto quelle parole, ma furono scaturite da un momento particolare, quando la situazione a Palermo era molto difficile con la morte di Giovanni Falcone. Un periodo molto brutto che portò Trapattoni a dire queste parole, ma fu un episodio rimasto lì. Non me la sono presa . Di tutta questa situazione ne parlo anche nel mio libro “Il gol è tutto”, e potrete anche vederlo nel docu-film sulla mia vita che uscirà su Netflix nel mese di Ottobre. Spero che questo film possa aiutare molti ragazzi a vivere la propria vita. La vita è una sola e va vissuta a 360 gradi. A Torino mi hanno più volte criticato o insultato di essere “terrone”. Io però ho sempre pensato che se mi insultano, significa che mi temono. Poi io rispondevo: “Sono fiero di essere meridionale e “terrone”, non mi state insultando.”

in ordine da sx: Paolo Mazza, Totò Schillaci, Serafino Guerino, Giovanni Putaro, Gabriele Talarico

Il futuro del calcio

Giovanni Putaro:

Tu vieni da un calcio che purtroppo non esiste più, lasciando spazio a un modello che definisco di business intensivo, poiché basato su: tantissime partite, marketing, giocatori sfruttati, diritti tv disastrati. Quindi ti chiedo: qual’è la prospettiva del calcio italiano e mondiale? Hai in buona parte già risposto, ma ci può essere speranza per calciatori, allenatori o dirigenti ancorati ai valori del calcio passato, i cosiddetti “ultimi romantici”?

Totò Schillaci:

“Oggi si va dappertutto, con possibilità di poter giocare ovunque. Ai miei tempi era diverso: io sono stato il primo calciatore italiano a giocare all’estero, in Giappone. Oggi ormai pensano tutti ai soldi: l’Arabia ti offre 40 milioni di euro e non rifiuti. Io sono andato in Giappone con un buon contratto. In futuro, purtroppo, avremo sempre un sistema fatto da stranieri, basato tutto sempre sul business per generare solo profitto, attraverso i media. Oggi si gioca sempre e quello che comanda non è il calcio in sé, ma la televisione e il sistema mediatico: offrono i soldi e si gioca ogni tre giorni. Ora le partite sono molto più noiose o non c’è competizione.

Quando giocavo io si segnava di meno, perché la marcatura a uomo dei difensori era immancabile. Quindi era molto più difficile segnare. Oggi invece c’è molta più libertà per l’attaccante nel muoversi e segnare. Oggi si gioca a zona e le punte riescono a fare 50 gol. Ai miei tempi era impossibile perché si giocava di meno e venivi massacrato dal difensore. Con la velocità che avevo, senza essere marcato a uomo, oggi io farei minimo 25 gol a stagione. Con difensori come Pasquale Bruno, Maldini o Ferri…non potevi muoverti.”

Poca fiducia nei giovani

Gabriele Talarico:

“Si discute sempre di idee strutturali per migliorare il nostro calcio, ma ci sono alcuni dati importanti: la nazionale italiana under 17 campione d’Europa in carica, l’under 19 campione d’Europa nel 2023 e l’under 20 vice-campione del mondo. Quindi i giovani talenti ci sono. Facendo leva sulla tua esperienza nel gestire scuole calcio, perché il sistema calcistico italiano ha poco fiducia nei giovani? Ed è questo il vero problema del nostro calcio?”

Totò Schillaci:

Dovremmo fare come la Spagna, che lancia i suoi giovani, vincendo poi un Europeo. In Italia hanno paura di giovani,che infatti non vengono valorizzati e mandati di qua e di là. Gli allenatori hanno paura. Poi Spalletti, con tutto il rispetto verso di lui, non ha gestito bene la competizione. Non so se ritenerlo un allenatore adatto alla nazionale, ma è pure vero che ha avuto poco tempo. Per gestire la nazionale ci vuole un allenatore diverso: per esempio De la Fuente in Spagna ha fatto una carriera solo in nazionale e ha lanciato i giovani. Noi in Italia pensiamo sempre che i giovani devono crescere. Bisogna rischiare e farli giocare, ma purtroppo c’é questa mentalità che i giovani non sono mai pronti.

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