Sudafrica

Sudafrica nella storia: l’impresa che batte il passato

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Il Sudafrica ha dovuto vincere due volte in questa Coppa del Mondo. Una sul campo, conquistando la storica vittoria contro la Corea del Sud, e l’altra prima ancora di salire sull’aereo per raggiungere gli Stati Uniti. Pochi giorni prima dell’esordio, infatti, il volo charter dei Bafana Bafana è rimasto fermo a terra a causa di complessi problemi con i visti dell’ambasciata USA, risolti poi con due giorni di ritardo.

Questo non è stato ovviamente un caso isolato. Per questo Mondiale ospitato da USA, Messico e Canada, le restrizioni di viaggio dell’amministrazione Trump hanno colpito duramente i cittadini di oltre 25 paesi africani. Niente visto turistico per i tifosi di Senegal e Costa d’Avorio, un giocatore e un fotografo iracheni fermati per ore in aeroporto, un arbitro somalo respinto al confine e molto altro. Il Sudafrica, almeno per la squadra, alla fine è riuscito a entrare, ma non senza pesanti tensioni.

L’eredità dell’Apartheid e il peso della storia

Non è la prima volta che accade, perché il Sudafrica con le frontiere ha un conto aperto da molto più tempo. Sospeso da ogni competizione FIFA nel 1961 a causa dell’Apartheid, e poi escluso formalmente nel 1976 dopo il drammatico massacro di Soweto, il paese è rientrato nel calcio internazionale solo nel 1992, dopo ben 31 anni passati completamente fuori dal mondo.

Sudafrica

E quando finalmente ha potuto giocarsi un Mondiale in casa, nel 2010, è diventato la prima nazione organizzatrice della storia a essere eliminata al primo turno (un record negativo eguagliato solo dal Qatar, dodici anni dopo). Quel torneo, peraltro, si era aperto con un terribile lutto: la sera prima della cerimonia inaugurale, la pronipote tredicenne di Nelson Mandela morì in un incidente d’auto tornando da un concerto. Mandela, che quel Mondiale lo aveva voluto e inseguito per anni, scelse comprensibilmente di non esserci.

Sedici anni dopo, l’11 giugno 2026, il Sudafrica ha rigiocato la stessa identica partita d’apertura del 2010, sempre contro lo stesso avversario, il Messico. Questa volta, però, la sfida si è svolta in trasferta, nella bolgia dell’Estadio Azteca, mostrando una storia che sembrava ripetersi.

Dal caos dell’esordio al gol del riscatto

È finita però peggio del previsto: un netto 2-0 sul campo, accompagnato da due espulsioni dirette per i sudafricani e una anche per i padroni di casa. Tre cartellini rossi in totale, un primato disciplinare negativo mai successo prima in una gara inaugurale di un Mondiale.

Dopo il successivo pareggio contro la Repubblica Ceca, nell’ultima e decisiva partita della fase a gironi contro la Corea del Sud, la squadra ha finalmente chiuso il conto. La svolta è arrivata grazie al gol di Thapelo Maseko, un giovane talento di soli 22 anni, andato a segno al minuto 63.

Maseko è nato a Sebokeng, una township confinante con Sharpeville, proprio il luogo dove nel 1960 la polizia sudafricana sparò brutalmente sulla folla disarmata. Si tratta dell’episodio storico che accese definitivamente la lotta globale contro l’apartheid.

Il ragazzo nato a un passo da uno dei luoghi più bui della storia sudafricana ha segnato, a oggi, il gol più importante della storia calcistica del suo intero paese. Il Sudafrica passa così la fase a gironi, un traguardo mai accaduto prima in ben quattro partecipazioni. Gli hanno chiesto il passaporto per entrare in campo, ma nessuno gli ha chiesto il permesso per entrare nella storia. Perché il calcio, quando vuole, sa essere molto più ironico della storia stessa.

Zerocalcare

Zerocalcare disegnerebbe il calcio così?

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Zerocalcare non ha mai parlato di calcio, ma indirettamente ha già scritto tutto quello che c’era da scrivere. Basta cambiare i nomi sulle copertine e il gioco è fatto. Zerocalcare disegna la sua personalità, la sua vita, che si intreccia tra Roma e l’Italia, passando dal personale all’universale, abbracciando così la vita di tutti. Per questo ci sentiamo colpiti e coinvolti nei suoi fumetti. E il calcio italiano, a pensarci bene, è la stessa cosa, come se fosse una copertina o una serie Netflix del fumettista romano.

Niente di nuovo sul fronte Milanello: il Milan di Cardinale che non cambia mai

Gerry Cardinale cambia allenatore, cambia dirigenza, cambia tutto. Il Milan resta uguale a prima. La gestione americana del club rossonero continua a produrre incertezza, con una società che deve ricostruire praticamente da zero tra ingaggi pesanti e scelte discutibili. Il fumetto che scambia “Rebibbia” con Milanello non è mai stato più attuale.

Ogni maledetto giovedì su due: la Juventus in Europa League

La Juventus giocherà di giovedì per l’Europa League. Allegri, Tudor, Thiago Motta, Spalletti. Cambia l’allenatore e (come a Milanello) non cambia niente. La Juventus riparte dall’Europa League dopo una stagione che sembrava potesse essere quella del rilancio, ma che invece ha confermato una crisi di identità profonda. Il giovedì sera, quello della seconda coppa europea, è diventato il simbolo di una caduta progressiva e inesorabile.

Zerocalcare

La profezia dell’Ar-Marott-illo: Marotta, Chivu e lo scudetto che nessuno aveva previsto

Dodici mesi fa Marotta affida la panchina a Chivu, con sole 12 presenze in Serie A col Parma. Tutti prevedono un’annata controversa, ma Chivu vincerà Scudetto e Coppa Italia. L’Armadillo “Marotta” lo sapeva. Il dirigente dell’Inter aveva visto qualcosa che nessun altro aveva voluto vedere, esattamente come l’Armadillo di Zerocalcare: quello che sa sempre come andrà a finire, anche quando nessuno lo ascolta.

“Una finale alla gola” 

1980, 1995, 2000, 2006, 2019, 2026. Sei finali europee e sei sconfitte. C’è qualcosa che torna sempre, che perseguita nello stesso punto. Una maledizione non si spiega, i Gunners in finale subiscono.La squadra più continua d’Europa, imbattuta in Champions per tutta la stagione. Eppure il polpo alla gola è tornato.

 Dimentica il mio Italiano: l’addio di Vincenzo Italiano al Bologna

Vincenzo Italiano lascia Bologna e riparte altrove. Trionfo in Coppa Italia nel 2025 e due anni importanti con il club rossoblù, ma niente è per sempre. Il calcio non aspetta i saluti, e i tifosi rossoblù devono fare i conti con la fine di un ciclo che sembrava destinato a durare molto di più.

L’elenco telefonico degli accolli: il calciomercato estivo apre i battenti

 Il calciomercato che entra nel vivo con società e procuratori. Un elenco infinito di telefonate che infiammeranno l’estate calcistica: controversie e colpi di scena sono dietro l’angolo. Fabrizio Romano e colleghi sono carichi.
Un elenco infinito di telefonate che portano o non portano da nessuna parte, con trattative che si aprono e si chiudono nel giro di ore. Società italiane con budget risicati che devono fare i salti mortali per restare competitive. L’estate del calciomercato spiegata da Zerocalcare meglio di qualsiasi esperto televisivo.

La scuola di pizze in faccia del professor Fabregas: il Como vola in Champions League

Il Como che beffa tutti in campionato, raggiungendo la Champions League. Nessuno ci credeva. Il Como di Cesc Fabregas centra la prima qualificazione in Champions League della sua storia e dimostra che con un’idea chiara e la pazienza giusta si può ribaltare qualsiasi pronostico. Lezione impartita. Registro chiuso. Tutti promossi — tranne gli esperti.

Due spicci: i ds italiani e la lotta impari col mercato europeo

I direttori sportivi italiani aprono il mercato estivo con budget che fanno ridere i colleghi inglesi, spagnoli e tedeschi. Eppure ci provano, trattano e inventano. Una Serie A che prova a competere in Europa con due spicci in tasca, stringendo i denti e sperando che l’investimento su giocatori sconosciuto basti dove i soldi non arrivano.

Quando muori resta a Mourinho: il Real Madrid riparte da The Special One

 Il Real Madrid riparte da “The Special One” dopo due annate complicate. La storia che si ripete: non è il 2010, non c’è la Champions in tasca. Questa volta Mourinho deve dimostrare ben altro e il Real deve ritrovare sé stesso. Sarà il compromesso giusto per entrambe le parti?

Mourinho diventerà ufficialmente il nuovo allenatore non appena Florentino Pérez vincerà le elezioni del 7 giugno. Al Bernabeu sono in corso le elezioni del nuovo direttivo, che mettono in dubbio anche la posizione dello stesso Perez, con il candidato Enrique Riquelme che proverà a porre fine all’era di Pérez.

Questo mondo non mi renderà Cairo

Inutile descrivere. Ci arrivate da soli. Come le varie situazione descritte nella nota serie Netflix narrata da Zerocalcare, i tifosi del Torino contestano a Cairo la mancanza di ambizione e di programmazione sportiva a lungo termine. La Curva Maratona ha lasciato vuoto il proprio settore per protesta. Contestazioni fuori dagli stadi, striscioni, cori. E lui? Cairo ha risposto dicendo che forse qualcuno lo rimpiangerà — e che se arriva qualcuno disposto a investire, è disponibile a cedere. La stessa frase, più o meno, pronunciata ogni anno da almeno un decennio.


Allegri

Allegri a Napoli: la scelta giusta?

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Esattamente come accadde a Torino nel 2014, l’addio improvviso di Antonio Conte ha spinto la dirigenza del Napoli a una mossa tanto rapida quanto strategica: affidare le chiavi della panchina a Max Allegri. Una scelta che, al netto dei primi scetticismi della piazza, si preannuncia come il compromesso perfetto per entrambe le parti.

Napoli: il compromesso perfetto per entrambe le parti

Dopo l’addio di Antonio Conte, ecco la storia che si ripete: il Napoli, come la Juve nel 2014, si è mossa subito per ingaggiare Max, dopo il suo addio al Milan. E ha fatto bene. Il Napoli ha una rosa top, con una mentalità ormai alla competitività in Italia (2 scudetti vinti negli ultimi 4 anni). De Laurentiis manterrà un assetto simile a quello attuale, con campioni abituati a vincere, abbinati a qualche giovane da valorizzare: vedi De Bruyne, Mctominay, Neres con Gilmour, Gutierre,Allison Santos…

Nelle ultime annate il Napoli ha spesso mostrato un rendimento difensivo all’altezza, primo parametro per competere e vincere in Italia. E con Allegri, grazie alla sua esperienza con la Juventus tra il 2015 e il 2019, può puntare a fare un’annata migliore in Champions League, dove la mancata qualificazione ai playoff di quest’anno è la delusione più cocente.

Allegri

Che calciomercato farà il Napoli?

Molto dipenderà dal calciomercato. Ovviamente la dirigenza partenopea, per non rischiare come fatto in quest’annata, dovrà muoversi per coprire le seconde linee. L’ultima stagione è stata condizionata da troppi infortuni, che capitano e non capitano per svariati motivi (preparazione atletica, gestione delle energie, scontri e traumi, sfortuna), ma il Napoli non può permettersi un’altra annata come quella appena trascorsa, determinata largamente da una panchina incapace di sopperire alle assenze degli 11 titolari. Alcuni giocatori, tipo Buongiorno, andranno rimotivati, a livello mentale e atletico.

Tutto questo per dirvi che Allegri, se sarà supportato con qualche riserva adeguata, è l’allenatore giusto nel contesto giusto, al momento giusto. Forse Max ora ha realmente fatto la scelta migliore. E il Napoli ha bisogno di un allenatore bravo a gestire e a ricompattare un ambiente. Cosa che Allegri ha sempre saputo fare, come detto sopra, con un assetto societario ben definito.

Perché tutto si può dire di Aurelio De Laurentiis (sul suo carattere, sul suo modo di fare) tranne che non sia uno che faccia trasparire una gerarchia in società, mantenendo una direttiva di ordine ed equilibrio anche nel progetto tecnico. Poi il DS Manna ha già lavorato con Allegri prima del 2023, motivo per cui entrambe le parti avranno già capito come muoversi. E anche perché la dirigenza napoletana deve riscattarsi dopo campagna acquisti di un anno fa, che a prescindere dagli infortuni, resta deludente.

Quindi Max resta un top? Certo che sì

Con tutto il rispetto per tutti gli altri allenatori che il Napoli avrà valutato, ma a Castelvolturno serve un profilo esperto, in questo momento. Uno che sappia gestire la pressione, che sappia affidarsi ai vari campioni presenti in rosa. Questa è la specialità di Max, altrimenti nessun top club lo ingaggerebbe. Questo perché, amici miei, c’è sempre una “linea sottile che sembra sottile, ma non lo è”, tra giocare bene e vincere, così come c’è tra allenare squadre normali e grandi squadre. Per carità, tutti i grandi allenatori sono passati da piccoli club per fare gavetta, prima di approdare in un top club. Ma la personalità e la leadership per allenare nell’élite del calcio, lo mostri fin da subito, specie se sei stato un ex bandiera di quel top club.

Allegri

Fortunato? Bollito? Arcaico? il tempo ci dirà la verità

Faccio alcuni esempi per chiarire: in Serie B Aquilani e Abate sono stati tra i migliori allenatori di questa stagione in cadetteria. Entrambi però (senza togliere nulla al loro lavoro, che merita applausi) hanno allenato in club che avevano come obiettivo prioritario la salvezza, non la vittoria del campionato.

Chivu, Simeone, Conte e Guardiola (non li sto paragonando, sto solo citando) sono diventati top allenatori direttamente sulle panchine rispettivamente Inter, Atletico Madrid, Juventus e Barcellona, senza esperienze precedenti in altri top club. Ma perché sono stati leader dello spogliatoio di quei club da giocatori, motivo per cui sanno che significa indossare quella maglia. E all’attuale stato delle cose: nessun altro allenatore oltre ad Allegri avrebbe saputo prendere in mano la piazza partenopea, con rigore ed esperienza, dopo gli ottimi due anni con Conte, che ha sempre vinto due trofei con il Napoli. Sia perché attualmente non ci sono altri allenatori esperti, abituati a vincere e sia perché non ci sono ex bandiere del Napoli con un buon profilo da allenatore.

Numeri non casuali

E i numeri parlano chiaro: Allegri è l’allenatore più vincente nell’era dei tre punti in Serie A e, a livello europeo per diverse stagioni Allegri è stato certificato tra i migliori allenatori d’Europa per percentuale di vittorie, terzo dietro solo ad Ancelotti e Guardiola. Non è un’opinione, è una statistica. Un allenatore scarso o fortunato non finisce casualmente in quella classifica.

Certo, c’è chi sostiene che quei numeri appartengano a un’altra epoca e che il calcio di oggi richieda qualcosa di diverso. È un argomento legittimo, ma allora facciamo così: vediamo chi avrà ragione? Se Allegri fallirà a Napoli, significherà che il suo modus operandi è definitivamente troglodita. Se invece andrà diversamente, significa che Max non è stato fortunato in passato. Il tempo è padrone di tutte le verità, sempre.

Fabio Capello

Capello demolisce Guardiola: “Ci ha rovinati”

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Fabio Capello è tornato a parlare e ha detto quello che in pochi hanno il coraggio di dire ad alta voce: il guardiolismo ha fatto male al calcio italiano.

Le sue parole non lasciano spazio a interpretazioni: “Il guardiolismo ci ha rovinati. Abbiamo voluto copiare con giocatori non all’altezza. Non abbiamo più insegnato a difendere e a parare.”

Una critica netta, diretta, senza filtri. Per Capello, l’ossessione per il possesso palla ha tolto personalità e coraggio ai calciatori: “Quando l’allenatore dice ‘non perdere la palla’ togli la personalità al giocatore, che non rischia più.”

Il calcio moderno sotto accusa

Parole forti, dirette, senza alcun filtro. L’ex tecnico di Milan, Roma e Real Madrid ha già rilasciato dichiarazioni esplosive in passato, ma questa volta i toni sono ancora più aggressivi.

Le dichiarazioni di Capello arrivano dall’evento di presentazione dei candidati per il Golden Boy, ma suonano come un’accusa totale al calcio moderno. Secondo lui, l’ossessione per il possesso ha svuotato i giocatori di personalità e coraggio, trasformando il calcio in qualcosa di prevedibile e noioso.

Fabio Capello critica Guardiola
Pep Guardiola

City e Chelsea come esempi negativi

Capello cita Manchester City e Chelsea come esempi negativi: squadre che arrivano a passare la palla al portiere solo per non rischiare. Per lui il calcio deve tornare a essere verticale, coraggioso, tecnico.

“Senza tecnica vera non vai da nessuna parte”, aggiunge l’ex allenatore. Il dibattito è aperto: da una parte chi sostiene che il possesso sia ancora il sistema più efficace per vincere, dall’altra chi, come lui, ritiene che abbia ucciso il talento individuale e la voglia di rischiare.

De Rossi contro Aquilani: una lezione sui giovani

Capello chiude con un aneddoto rivelatore sulla gestione dei giovani talenti, che sintetizza la sua filosofia calcistica.

“I giovani li bruci se non li hai in squadra con te. Avevo De Rossi e Aquilani che si allenavano con la prima squadra, pensavo Aquilani fosse più bravo di De Rossi. Giochiamo in Coppa Italia, metto Aquilani e gioca impaurito. Gli dico di giocare senza paura, di provarci. De Rossi invece giocava come in allenamento. Lui era pronto per giocare con la prima squadra.”

Un esempio che dice tutto: non basta il talento, serve il coraggio di rischiare. E secondo Capello, è proprio questo che il guardiolismo ha tolto al calcio.

Alberto Aquilani

Abate è un allenatore vero

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Mentre fuori dal campo le ipotesi distopiche sul futuro societario e le voci di corridoio rischiavano di destabilizzare la stagione, sul rettangolo verde di Castellammare si è assistito a una storia completamente diversa. Sì, perché la stagione della Juve Stabia è un capolavoro di isolamento e resilienza. Un’impresa sportiva che porta una firma ben precisa: quella di Ignazio Abate, il vero uomo al comando, in un club demolito a livello societario. Arrivato tra lo scetticismo generale, l’ex tecnico del Milan Primavera ha trasformato una polveriera potenziale, il caos che ha afflitto la società giallo blu, in una macchina da punti solida e reattiva.

Possiamo dirlo: molti allenatori si sarebbero dimessi o avrebbero perso la bussola dopo qualche prestazione negativa. Motivo per cui Abate merita grandissimi applausi per il settimo posto in classifica e per essersela giocata alla pari ai playoff contro il Monza, una squadra sicuramente molto più esperta e più attrezzata per la conquista della promozione in Serie A.

Oltre lo Scetticismo

Per Abate, Castellammare rappresentava un banco di prova cruciale. La parentesi alla Ternana di oltre un anno fa si era chiusa lasciando diverse domande aperte sul suo reale impatto nel calcio dei grandi. Poi la Serie B è uno dei campionati più complessi per un allenatore, specie se giovanissimo come Abate stesso.

In Campania si è visto, oltre le aspettative, un allenatore di categoria, deciso, preparato, flessibile e, soprattutto, un grande motivatore e gestore di risorse umane. Abate ha fatto tesoro della sua esperienza da calciatore, adattandola alle caratteristiche di una rosa che aveva bisogno di certezze, non di esperimenti. D’altronde, ricordiamo che fu terzino titolare in un Milan formato da grandissimi campioni: Ibrahimovic, Seedorf, Nesta, solo per dirne tre. Abate è passato dal gestire la pressione di San Siro all’isolare i gialloblu dal caos burocratico di Castellammare. Se in quel Milan ha imparato cosa significa la mentalità vincente e la gestione di spogliatoi pesanti, alla Juve Stabia ha dovuto applicare quei principi al contrario: non per gestire campioni, ma per proteggere dei lavoratori del calcio dal crollo delle certezze esterne.

Il capolavoro psicologico

Il vero capolavoro di Abate, però, è stato sia tattico che psicologico. In un contesto dove lo spogliatoio avrebbe potuto facilmente sfaldarsi – tra scadenze burocratiche incerte e la pressione della piazza, dopo l’ottima stagione disputata nel 2024/25– l’allenatore ha costruito un muro invalicabile attorno alla squadra.

La stagione della Juve Stabia dimostra una certezza. Quale? Le idee, il lavoro quotidiano e la determinazione possono ancora colmare il gap con club sulla carta più ricchi e strutturati. Comunque vada a finire il destino societario, questa stagione resta il manifesto di un allenatore vero.

Le dichiarazioni di Abate dopo la sconfitta nella semifinale di ritorno contro il Monza confermano questa tesi:

“Mi arrabbio con chi dice che alleno solo da due anni, perché questi due anni sono sembrati sette. Sono cresciuto, ho avuto la possibilità di fare esperienza. Si è pronti solo dopo che è arrivata una chiamata, che ti viene data la possibilità. Ho avuto un direttore giovane che ha avuto il coraggio di scegliermi e di farmi crescere tanto. “

Le sue parole che sanno di consapevolezza e di umiltà. Sa di non avere molta esperienza, ma ritiene di dover mettersi in gioco per crescere. Possiamo sbilanciarci? Abate può definirsi il miglior allenatore di questa stagione di Serie BKT (al pari di Aquilani e Alvini). Se Aquilani però incarna l’estetica e il gioco e Alvini la proposta tattica, Ignazio Abate ha vinto il campionato della resilienza. Portare questa Juve Stabia ai Playoff per giocarsela alla pari contro la corazzata Monza, mentre attorno la società evaporava, è un’impresa che vale quanto una promozione. La Serie A è avvisata: Ignazio Abate è pronto per il grande salto.

Playoff Serie B: Quello che non sai di Catanzaro vs Palermo

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Catanzaro vs Palermo: c’è una soglia sottile tra fare bene e diventare qualcosa di più grande. Il Catanzaro di Alberto Aquilani quella soglia la guarda dall’alto già da diverso tempo. Cinque anni fa, la Serie B sembrava un miraggio. E ora, con 59 punti in cascina (cifra mai raggiunta nella storia recente del club calabrese) le aquile giallorosse sfidano il Palermo di un titano del campionato cadetto, Filippo Inzaghi, per un posto in finale dei Playoff. In palio però, in queste sfide c’è sempre qualcosa che va ben oltre il calcio. Il primo round di questi playoff Serie B va in scena domenica sera allo stadio Nicola Ceravolo, roccaforte calabrese che nella regular season di quest’anno ha visto il Catanzaro perdere soltanto due volte (la prima col Padova a ottobre e l’ultima contro il Bari lo scorso 8 Maggio), non subendo sconfitte in 14 gare casalinghe consecutive, pareggiando un record ottenuto nel lontano 1987-88. Il ritorno, mercoledì, si gioca al Renzo Barbera di Palermo, dove già sono stati staccati oltre 11.000 biglietti in prelazione nella sola prima fase di vendita. Catanzaro e Palermo sono pronte alla resa dei conti…

Un equilibrio vecchio di novant’anni

Per capire bene cosa rappresenta questa sfida bisogna necessariamente partire dalla storia. Catanzaro e Palermo si sono affrontate 53 volte in gare ufficiali, 35 delle quali in Serie B.

Il bilancio in cadetteria è di perfetto equilibrio: undici vittorie per parte, tredici pareggi. La prima sfida risale al 18 ottobre 1936, un 1-1 sul vecchio campo “Militare”. Quasi novant’anni dopo, il copione non è cambiato: equilibrio, battaglie, nessuna delle due che riesce a dominare l’altra.

In questa stagione i due precedenti raccontano una storia di doppia faccia: il Catanzaro ha vinto 1-0 al Ceravolo il 25 ottobre 2025, peraltro prima vittoria di Alberto Aquilani come allenatore delle aquile, poi il Palermo si è preso la rivincita al Barbera il 1° maggio 2026, rimontando due volte il Catanzaro per il 3-2 finale, davanti a 28.616 spettatori, in una delle partite più emozionanti della regular season. Una sequenza che sembra scritta apposta per alimentare il terzo capitolo. Un capitolo che vale la finale dei playoff Serie B. E come si dice spesso: “1 a 1, palla al centro.”

Aquilani: il regista che indossa il giubbotto antiproiettile

Quando a luglio 2025 Alberto Aquilani è arrivato a Catanzaro, l’obiettivo primario era la salvezza. Oggi quell’obiettivo, centrato già in inverno, fa quasi sorridere. La squadra ha chiuso la regular season al quinto posto con uno dei migliori attacchi del campionato: 60 gol segnati, stesso bottino del Palermo quarto classificato con 72 punti, pagando qualcosa in fase difensiva (48 reti subite).

Re Pietro Iemmello, il capitano, ha definito il suo allenatore un uomo che “da settimane indossa il giubbotto antiproiettile”, dopo la prima vittoria stagionale ottenuta a fine ottobre contro il Palermo. Perché l’inizio non è stato semplice: 6 pareggi e 1 sconfitta nelle prime 7 giornate. Poi qualcosa è scattato. Un clic mentale e collettivo, che ha trasformato la squadra in una macchina da punti capace di ottenere 15 risultati straordinari, battendo pure il Venezia a inizio Novembre.

Pitt-ello, la strana coppia

Se il Catanzaro ha un’identità offensiva notevole, è grazie al loro capitano supremo Pietro Iemmello e a Filippo Pittarello, che ha mostrato per la prima volta un rapporto più maturo con la finalizzazione.

Iemmello ha chiuso la stagione in doppia cifra di gol, ma il suo valore va oltre le reti: 10 gol e 9 assist per il capitano, cifre che lo confermano uno dei top palyer della Serie B. Pittarello, con 7 assist, prima lo ha raggiunto a quota 10, ma poi lo ha superato fino a 12: la sua prima doppietta in giallorosso è arrivata contro lo Spezia, seguita da un’altra proprio contro il Palermo stesso nella penultima giornata.

Nel momento più decisivo della stagione, Pittarello si è acceso ( conviene sempre laurearsi, un meme che molti tifosi usano, cioè come Pittarello sia esploso dopo la sua laurea in economia aziendale, conseguita a Dicembre 2025) . Eppure ci sono tanti pregi che lui aveva già mostrato: stacco aereo, forza, corsa, visione di gioco, regia offensiva, ottimi movimenti in area, intelligenza tattica.

Il Palermo di Inzaghi: il Barbera come fortezza e Pohjanpalo come tabù

il Palermo arriva ai playoff con la consapevolezza di aver disputato una stagione di alto livello. Quarto posto con 72 punti, 61 gol segnati e — soprattutto — appena 33 subiti, terza miglior difesa dell’intero campionato.

Pippo Inzaghi ha costruito la sua squadra attorno a quattro pilastri identificati dal Giornale di Sicilia: il portiere Joronen (35 presenze, 16 clean sheet), il difensoreBani (leadership e 3 reti pesanti), il trequartista Ranocchia (6 gol, 2 assist, stagione della consacrazione) e ovviamente il fuoriclasse Pohjanpalo.

Joel Pohjanpalo è il nome che torna in ogni discorso sul Palermo: 24 reti in 38 partite, capocannoniere della Serie B per la seconda volta negli ultimi tre anni, uno dei centravanti più forti del calcio cadetto europeo. Il finlandese però non è solo un finalizzatore: le sue sponde, i movimenti per liberare spazio agli inserimenti, la capacità di dialogare con Palumbo, (un altro giocatore fortissimo per la Serie B e il miglior assistman rosanero con 10 passaggi vincenti) lo rendono il fulcro attorno a cui ruota tutto il gioco offensivo dei rosanero.

Eppure c’è un ombra su tutta questa luce di Palermo: Pohjanpalo non ha mai segnato in un playoff in carriera. Un tabù che il bomber rosanero vorrebbe cancellare proprio adesso, nel momento più importante. I tabù hanno due destini: essere infranti, oppure perseguitare per sempre.

Il vero punto di forza del Palermo, però, è il Barbera. In casa i rosanero hanno costruito gran parte della propria classifica: 46 punti conquistati (14 vittorie, 4 pareggi, 1 sola sconfitta), 38 gol fatti e appena 12 subiti tra le mura amiche. Un fortino dove la gara di ritorno di mercoledì pesa diversamente.

Forza contro forza, debolezza contro debolezza

La sfida si gioca su equilibri sottili. Il Catanzaro porta in dote un attacco spumeggiante — tra le migliori coppie gol del campionato, ma anche 19 marcatori diversi nell’arco della stagione, confermando (come nelle scorse stagioni in cadetteria) una capacità di segnare da palla inattiva tra le più alte del torneo (22 reti). Ma chi di palla inattiva ferisce, di palla inattiva perisce: le aquile hanno anche subito 22 reti da sviluppo di palla inattiva in regular season.

Il Palermo, al contrario, ha segnato più gol su palla inattiva (23) costruito la sua solidità difensiva anche in queste situazioni: appena 9 gol subiti da palla inattiva e 17 clean sheet in stagione. Un’asimmetria che potrebbe rivelarsi decisiva. Poi, obiettivamente, a livello di singoli, il Palermo può puntare su molti fuoriclasse sprecati per la cadetteria e tante volte sono proprio i singoli campioni a essere decisivi in partite di questo calibro. Tuttavia il calcio rimane un gioco di squadra: se vince uno, vincono tutti…e sa essere molto spesso sorprendente.

Il momento più bello da vivere

Dopo aver analizzato qualche dato e qualche precedente e qualche risultato in regular season…ora viene il bello: ai playoff le classifiche vengono azzerate. Le statistiche crollano e le gerarchie si rimescolano, perché una squadra che ha 13 punti in meno dell’avversaria può ugualmente passare il turno. Il Catanzaro lo sa. La Juve Stabia l’ha mostrato l’anno scorso contro il Palermo e quest’anno contro il Modena. Motivo per i quali questa semifinale sarà imperdibile.

Domenica sera al Ceravolo, con la Curva Ovest “Massimo Capraro” che inneggerà “Noi vogliamo gente che lotta”, le aquile giallorosse proveranno a scrivere un’altra pagina della loro storia. Dall’altra parte, un Palermo che aspetta da anni il momento di tornare dove sente di appartenere.

Due regine del Sud italia, due piazze stupende a confronto per un solo biglietto per la finale. Il resto è solo calcio. Il resto è tutto, ma tutto per fare la storia.

Arsenal

Arsenal vs Atletico, l’emblema dell’adattamento

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L’1-1 di Atletico-Arsenal, valido per la semifinale di andata di Champions,non è un risultato, ma un cortocircuito culturale. Il calcio moderno — anzi, il politically correct calcistico — ha spesso definito l’Atletico Madrid come l’archetipo dell’anticalcio: falli tattici, provocazioni, ostruzionismo. Ma ieri sera al Metropolitano qualcosa si è incrinato nella narrativa. L’Arsenal di Arteta ha completato il processo di gentrificazione di quello stile: ha copiato la garra di Simeone, l’ha ripulita con il branding della Premier League e se n’è tornato a Londra con un pareggio molto rilevante. E lo ha fatto emulando l’ideale su cui si basava il Cholismo: aggressività e furbizia.

Le Dark Arts di Arteta 2.0

Non è una cosa nata ieri sera. È il DNA dell’Arsenal di Arteta, costruito mattone per mattone nel corso di una stagione intera. Ma molti prediligono una squadra più pulita ed elegante. Yaya Touré si è espresso “deluso” dal gioco dei Gunners. Ruud Gullit lo ha definito “davvero brutto da guardare” in televisione olandese. Senza dimenticare quando il tecnico del Brighton Hurzeler ha chiesto pubblicamente una modifica del regolamento per fermare le routine sui calci piazzati di Arteta, sostenendo che in una partita contro il Chelsea il pallone era stato in gioco appena 52 minuti e 59 secondi su 101 totali. Jamie Carragher ha pure ammesso: “Ogni volta che l’Arsenal ottiene un corner, ho la testa tra le mani. Non ho mai visto niente di simile nel calcio.”

Nonostante ciò, Pep Guardiola, il nemico attuale dell’Arsenal nella conquista della Premier League, ha preso le difese dei Gunners, definendo il dibattito sulle loro “dark arts” “sempre più rumoroso e noioso” e sostenendo che la gestione del gioco è un problema per gli arbitri, non per gli avversari. Quando il tuo avversario principale ti difende, significa che forse gli altri stanno esagerando un po’. La tua tesi può essere anche giusta, ma l’eccessività nell’affermarla porta alla noia e al disgusto, rischiando di passare “dalla parte del torto”…

Cholo, non te l’aspettavi

I’ve created a monster.” – cantava Eminem nel suo iconico brano “Without Me” nel 2002.

Ora immaginate il Cholo Simeone cantarla negli spogliatoi del Wanda Metropolitano. Perché?

Mentre l’Atletico di Simeone si basava sul contatto fisico per intimidire l’avversario, l’Arsenal di Arteta ha presentato la versione 2.0 delle Dark Arts: la manipolazione chirurgica del contatto. Il primo rigore? Un’estensione forzata del concetto di “contatto di gioco”, dove la passività del difensore viene punita dalla ricerca attiva dell’attaccante. Gyökeres ha fatto il “mestiere” (come direbbe Franchino Er Criminale) per conquistarsi il penalty. Simeone stesso, in conferenza stampa, ha ammesso tra le righe:

“Nel mio umile parere, il giocatore sente un contatto sulla schiena e cade. In una semifinale di Champions questo non può essere rigore.” Traduzione: è stato fregato, e lo sa.

Arteta ha studiato bene Simeone

Poi la simulazione di Eze non è un semplice tuffo, ma un capolavoro di biomeccanica applicata all’inganno: non ha cercato il pallone, ma solo la “frame” giusta, pensando di ingannare il VAR. L’attaccante Gunners ha indotto l’arbitro Makkelie. Tuttavia, se l’Atletico “sporca” la partita, viene punito dal giudizio morale dei media; se lo fa l’Arsenal, viene lodato per la sua “maturità agonistica” e la sua capacità di “vincere sporco”.

Vale la pena notare che l’Atletico ha prodotto un xG di 2.22, il secondo valore più alto concesso dall’Arsenal in tutta la stagione, ciò significa quindi che i Gunners hanno anche sofferto e saputo soffrire. Sì, perchè nel calcio, per avere solidità, devi saper soffrire. Declan Rice ha completato 83 passaggi: il secondo dato più alto per un centrocampista inglese in una semifinale di Champions dalla stagione 2003/04. Forse le Dark Arts erano il piano B e non il piano A.

La Narrativa del “Saper Soffrire”

TestataAngolo dell’articolofrasi
The AthleticTactical Maturity“Arteta ha finalmente iniettato quel veleno necessario per vincere in Europa. Non è cinismo, è intelligenza situazionale.”
Daily MailThe New Invincibles“L’Arsenal ha battuto Simeone nel suo stesso giardino. I Gunners non sono più i ‘ragazzi carini’ che perdono con onore.”
The GuardianEze’s Awareness“La capacità di Eze di capitalizzare il minimo contatto dimostra una maturità che all’Arsenal mancava dai tempi di Vieira.”
L’EquipeLe Maître et l’Élève“L’Arsenal ha giocato una partita speculare, accettando di sporcarsi le mani per portare a casa un risultato d’oro.”

Arteta usa termini diversi

“Gli amici tieniteli stretti… ma i nemici, anche più stretti.” — Michael Corleone, Il Padrino II, 1974

Simeone è rimasto vittima della sua stessa medicina. Eppure il copione mediatico è rimasto invariato: se l’Atletico sporca la partita, viene punito dal giudizio morale dei media; se lo fa l’Arsenal, viene lodato per la sua “maturità agonistica”

I giornali inglesi lo chiamano oggi: “Elite Game Management”. È la parola magica per nascondere la parola “furbizia”…

Arteta in conferenza stampa ha usato esattamente quel registro:

Ho visto alcune delle migliori squadre del mondo venire qui e crollare subendo tre o quattro gol. La nostra capacità di gestire il contesto per nove mesi e mezzo è straordinaria.”

“Gestire il contesto”. Non giocare bene o dominare. Questo è il vocabolario di Simeone tradotto in inglese con un ufficio stampa migliore.

L’adattamento fa la differenza

“Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare lui stesso un mostro.” — Nietzsche, Al di là del bene e del male, 1886

L’Arsenal ha gentrificato il male, l’antitesi del calcio pulito, rendendolo elegante e efficace. Il Cholo non è riuscito a rimontare non contro una squadra migliore — i dati sopra dicono che l’Atletico ha creato di più, almeno nel secondo tempo — ma contro una versione più furba e protetta della sua stessa creatura. Tredici partite consecutive senza sconfitte in Champions League: l’Arsenal ha eguagliato il suo record storico in Europa. Non con il tiki-taka o con il bel gioco, ma con l’adattamento. In Champions i Gunners hanno saputo adattarsi per gestire bene tutte le fasi di gara (per es, nell’1-3 conquistato a San Siro contro l’Inter, Gyokeres ha segnato il gol che ha chiuso la partita sfruttando la fase finale di gara dove i neroazzurri si erano sbilanciati alla ricerca del 2-2. Bravi a sfruttare la prima occasione con maggiore cattiveria e cinismo).

Usciamo dai giochetti social e mediatici: se detestate un tipo di calcio, non può andarvi bene quando lo adotta la squadra che sostenete? Dovrebbe andarvi bene, perché per vincere — nel calcio e nella vita — bisogna adattarsi . Anche perché la capacità di adattamento a un contesto, un ambiente o qualsiasi cosa è la qualità principale che differenzia gli esseri umani da tutti gli altri esseri viventi. Se giochi contro un avversario aggressivo e fisico al Metropolitano con 68.000 persone che tirano rotoli di carta igienica in campo, non puoi impostare tutto sul possesso palla e la giocata di qualità tecnica.

Impara dal mostro

Darwin diceva infatti che sopravvive chi si adatta. Il 5-4 di PSG-Bayern racconta le filosofie di Luis Enrique e Kompany. L’1-1 di Madrid racconta Simeone e Arteta. Due semifinali, due ideologie opposte ed entrambe legittime. Non condanniamo la varietà. Si dice spesso che “il mondo è bello perché è vario”.

Il mostro non va combattuto, ma emulato e l’Arsenal lo ha capito.

In una scena della serie tv Billions (se non l’hai guardata, non importa) un personaggio principale, il procuratore Chuck Rhoades spiega a Taylor Mason che lui stesso e Bobby Axelroad (altro personaggio principale) sono entrambi posseduti da una specie di “mostro”, ma Chuck riesce in qualche modo a contenerlo, perché possiede un codice da rispettare. Taylor domanda: “Mi serve quel codice? Chuck risponde direttamente: “No, le serve quel mostro”.

Friburgo

Friburgo: tutto quello che non sai

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Cinquantasei milioni di monte ingaggi e una semifinale europea. Il SC Friburgo è un modello non indifferente. Mentre il calcio moderno insegue capitali sempre più grandi, la Foresta Nera dimostra che può esistere ancora un’altra strada.

Friburgo in Brisgovia, 236.000 abitanti. Il club non è gestito da un miliardario o da un fondo d’investimento, ma si tratta (formalmente) di un Eingetragener Verein (e.V.): un’associazione sportiva di proprietà dei suoi
80.000 soci (un’associazione sportiva privata senza investitori) .
Con un monte ingaggi complessivo di soli 56 milioni il Friburgo si è qualificato a una semifinale europea.

Lo stadio “Europa-Park Stadion”, una centrale elettrica

Il tetto è composto da 6.000 pannelli solari su 15.000 metri quadrati, con una potenza massima di 2.387 kWp: genera circa 2,3 milioni di kWh all’anno, cioè un’energia sufficiente a coprire il fabbisogno di 800
famiglie. Sei un tifoso? Chi possiede il biglietto della partita può
viaggiare gratuitamente sui mezzi pubblici. Lo stadio ha poi più parcheggi per bici che per auto. Un dettaglio che rispecchia la filosofia dell’intera città, non solo del club.

Anima e leader

Julian Schuster, classe 1985, è allenatore del Friburgo dall’estate 2024. Al primo anno da allenatore ha chiuso al 5° posto in Bundesliga, ottenendo il
riconoscimento di miglior allenatore tedesco del 2025.

In meno di due stagioni, Schuster ha portato il Friburgo dove nessuno era mai arrivato in Europa.
Un leader in panchina con un leader in campo: Vincenzo Grifo. Sì, lui. Mentre il calcio italiano fatica, un nostro connazionale è il regista offensivo di una delle squadre più divertenti d’Europa.

Guerrieri della Foresta nera

Il segreto in campo? Yuito Suzuki! Preso dal Brøndby per 10 milioni l’estate scorsa, ieri ha firmato una doppietta storica. 4 gol e 2 assist in 10 partite di
Europa League. Con lui e Matanović, il Friburgo non ha paura di nessuno. Igor Matanović (3 gol in questa Europa League) è infatti il riferimento fisico (194 cm) che permette a Suzuki di inserirsi negli spazi. In
difesa? Noah Atubolu con 5 clean sheet in questa Europa League. A 23 anni è uno affidabili della Bundesliga.

Friburgo

Credits: facebook Friburgo

Muriqi

Muriqi: scarto della Lazio, leggenda al Maiorca

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21 gol per Muriqi, che insegue l’indiscutibile Kylian Mbappé, a quota 23 (con il Real Madrid). Il Mallorca è 15° in classifica, a due punti dalla retrocessione. Muriqi quindi segna, trascina e tiene a galla una
squadra che, senza di lui, probabilmente avrebbe qualche punto in meno.

Un bomber che vale la salvezza quanto altri valgono
uno scudetto. Chapeau, Pirata!

55 gol per la storia di un club

La Lazio lo vendette per 10 milioni nel 2022. Innegabile il suo rendimento flop in Serie A. E oggi la Lazio è priva di un centravanti.

Con la doppietta contro il Rayo Vallecano, Muriqi ha superato Samuel Eto’o come miglior marcatore nella storia del Mallorca (55 gol, 1 in più di Eto’o). Contro il Rayo ha tirato solo due volte: entrambe in gol. Precisione e freddezza perfetta, 100% da parte del Pirata. Niente spreco, niente errori e Muriqi non manca l’appuntamento per entrare nella storia del suo club.

A Palma de Mallorca, peraltro, i tifosi cantano il suo nome e chiedono il Pallone d’Oro per il Pirata. Ci ridono su, certo. Ma sotto quella risata c’è qualcosa di folle: nessuno si aspettava che Muriqi diventasse il
principale inseguitore di Mbappé.

“Avevo tante proposte, ma mi sono reso subito conto che al Maiorca tutti lavorano per la squadra. La scelta di andare al Maiorca ha cambiato la mia vita. Non mi aspettavo di diventare un idolo qui, ma fin dall’inizio
ho sentito un grande affetto intorno a me” -Vedat Muriqi

Il contesto fa la differenza

E a 31 anni, con l’esperienza accumulata, Muriqi sa esattamente quando e dove farsi trovare, ma la maturità ha fatto il resto. E c’è anche una terza lettura: il contesto. Ogni giocatore rende bene se si trova nel contesto adatto a lui. Una cosa banale, sì, ma spesso liquidiamo i giocatori come ‘finiti’ o ‘inadatti’, dimenticando che il potenziale tecnico è una pianta che fiorisce solo nel clima giusto.

La sua storia ci ricorda una verità che il mercato ignora troppo spesso: non esiste un limite d’età per incidere, esiste solo il posto giusto per farlo.

Marie-Louise Eta

Marie-Louise Eta: la prima donna ad allenare una squadra maschile in Bundesliga

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«Berlino: qui sono straniera e tuttavia è tutto così familiare.» — Dal film Il cielo sopra Berlino, Wim Wenders, 1987. Oggi Marie-Louise Eta è la prima donna a guidare una squadra maschile in Bundesliga — e in tutti e cinque i grandi campionati europei. Straniera in un mondo che non l’aveva mai vista. Eppure perfettamente a casa sua.

5 partite. Una salvezza da conquistare. E una storia che nessuno potrà mai riscrivere.

Dalla Champions al ritiro, poi la rinascita

Prima la Champions da giocatrice a 19 anni col Turbine Potsdam. Poi il ritiro a 27.Poi il percorso come assistente e collaboratrice tecnica nelle giovanili del Werder Brema, passando nell’Under-15, l’Under-17 e l’Under-19 della nazionale tedesca. Per finire poi nelle giovanili e nella prima squadra dell’Union Berlino. Qui nel 2023 è diventata l’assistente del traghettatore Marco Grote, prima donna a ricoprire quel ruolo. Un gradino alla volta, senza saltarne uno!

Non è la prima volta in Europa

Quella di Eta non è però la prima volta in Europa: a livelli inferiori abbiamo già avuto diversi precedenti. Elena Costa e Corinne Diacre avevano guidato il Clermont in Ligue 2. Hannah Dingley era stata scelta per il Forest Green in League Two inglese.

Carolina Morace, la prima in Italia

Anche in Italia: nel 1999 Carolina Morace allenò la Viterbese in Serie C, diventando la prima donna a guidare una squadra maschile nel calcio europeo, anche se per sole poche settimane.

Costa D'Avorio

Costa D’Avorio: calcio e guerra civile

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La Germania, nell’estate del 2006, è un posto strano in cui arrivare per un Mondiale a cui partecipi per la prima volta. Strano nel senso buono: c’è una leggerezza nell’aria, una voglia di festa collettiva. In mezzo a trentadue nazionali, c’è una squadra, la Costa D’Avorio, che ha il diritto di esserci, la stessa che si è inginocchiata davanti a una telecamera per implorare un “cessate il fuoco”.

La Costa d’Avorio viene sorteggiata nel Gruppo C. Non è un girone qualunque, ma il “girone della morte”: affronterà Argentina, Olanda e la selezione di Serbia e Montenegro. Tre squadre che non lasciano spazio a nessun sogno africano. È come se qualcuno, al momento del sorteggio, avesse deciso che la favola della Costa D’Avorio dovesse finire subito.

Il girone della morte

La prima partita è il 10 giugno, ad Amburgo. Dall’altra parte c’è l’Argentina di Riquelme, Crespo e di un diciottenne Lionel Messi. Gli Éléphants combattono, ma crollano contro un avversario superiore: Crespo segna il vantaggio, poi Saviola raddoppia. Il primo tempo finisce 2-0 per l’Albiceleste. Tutto fa presagire una goleada, ma la partita termina 2 a 1, con il gol di Drogba all’82’. Quel gol arriva troppo tardi per cambiare il risultato, ma abbastanza presto per dire al mondo che quella squadra non si arrenderà mai.

Sei giorni dopo tocca all’Olanda di Van Persie, Robben e Sneijder, allenata da Marco Van Basten. Finisce di nuovo 2 a 1 per gli orange. Un gol di Bakary Konè riapre tutto, ma non basta per la rimonta. Risultato: 0 punti, ma nessun crollo. Due sconfitte di misura a testa alta contro i colossi del torneo. La qualificazione è impossibile, ma questa nazionale ha dimostrato qualcosa che i numeri non possono raccontare.

L’ultima partita a Monaco contro la Serbia e Montenegro non conta più per la classifica. Sotto di due reti nel primo tempo, gli Éléphants mostrano il loro animo guerriero e rimontano fino al 3 a 2 finale, grazie alla doppietta di Dindane e al rigore di Kalou. È una vittoria inutile per il torneo, ma fondamentale per l’onore della Costa D’Avorio in quel delicato periodo storico. Per capire davvero quella nazionale, bisogna guardare oltre i risultati ed esplorare le biografie dei loro pilastri.

L’orgoglio ivoriano e le storie dei fratelli Touré

La qualificazione è già matematicamente impossibile, ma quella nazionale africana ha dimostrato qualcosa che i numeri non riescono a raccontare. L’ultima partita, il 21 giugno a Monaco, non conta più niente in termini di classifica. La Costa d’Avorio è già eliminata, la Serbia e Montenegro anche. Gli Éléphants vanno sotto 0 a 2, subendo sempre due reti nel primo tempo, ma non si arrendono e mostrano il loro animo guerriero: infatti il match finisce 3 a 2.

La Costa d’Avorio rimonta con orgoglio, grazie a una doppietta di Dindane e il rigore finale di Kalou. È una vittoria inutile, nel senso tecnico del termine, ma importante per la dignità e l’onore, le cose più importanti in quel periodo storico per la Costa d’Avorio. Perché quella squadra già eliminata, già spacciata, sceglie di non mollare. Per capire davvero quella nazionale, bisogna infatti smettere di guardarla come un insieme di risultati e cominciare a guardarla in base alle biografie e alle carriere dei loro pilastri.

Prendiamo i fratelli Touré. Kolo nasce nel 1981 a Bouaké — la stessa Bouaké che diventerà, qualche anno dopo, il simbolo geografico della spaccatura del paese, la capitale del nord ribelle. Cresce a fare il lustrascarpe per strada con il fratello di due anni più piccolo, Yaya, nella stessa città, nello stesso contesto e nella stessa mentalità. Letteralmente i due fratelli lavorano insieme, e quando Kolo viene scoperto da uno scout dell’ASEC Mimosas — il vivaio da cui escono quasi tutti i grandi calciatori ivoriani di quella generazione — è Yaya che ne eredita l’attività di lustrascarpe. È dal fratello maggiore che si impara tutto, in quella famiglia. Anche il calcio.

Il successo europeo di Kolo e Yaya Touré

Kolo arriva poi all’Arsenal nel 2002 come uno sconosciuto. Due anni dopo è titolare fisso nella difesa più solida d’Inghilterra, perché nella stagione 2003-2004 forma con Sol Campbell la coppia di centrali che permette ai Gunners di non perdere una sola partita in tutto il campionato. Diventa un leader difensivo degli Invincibili di Arsène Wenger. Trentotto partite, zero sconfitte. È uno di quei momenti nella storia del calcio inglese che non si dimentica, e Kolo Touré è lì, in mezzo, titolare inamovibile.

Gioca all’Arsenal per sette anni, con oltre trecento presenze. Poi passa al Manchester City, in seguito veste la maglia del Liverpool, e dopo ancora quella del Celtic, dove vince un altro campionato da imbattuto. Kolo Touré è l’unico giocatore nella storia dei campionati europei ad aver vinto due titoli nazionali da imbattuto con due squadre diverse. Con la nazionale colleziona centoventi presenze. Non è un dettaglio, perché la sua carriera è interamente dedicata a rappresentare un paese che, mentre lui gioca, si sta spaccando in due.

C’è però un momento della sua carriera che vale la pena raccontare anche perché dice qualcosa di umano, non solo di sportivo. Nel 2011, al Manchester City, risalta positivo a un controllo antidoping. La sostanza è quella contenuta nelle compresse dimagranti della moglie, che lui ha preso per sbaglio. L’esito non può essere tollerato ed è così squalificato per sei mesi. Un episodio drammatico che avrebbe potuto distruggerlo. Invece lo attraversa, torna, e aiuta il City di Roberto Mancini a vincere il titolo di Premier League nel 2012, che mancava nella bacheca dei Citizens da quarantaquattro anni. La storia di Kolo Touré è la storia di un uomo che sa vivere, sa lavorare e sa rialzarsi.

Dalla faticosa ascesa ai trionfi con la nazionale

E suo fratello Yaya? Quando Kolo parte per l’Europa, Yaya Touré è ancora lì nella Costa d’Avorio e anche per lui il calcio diventa l’unica via d’uscita. Arriva all’ASEC Mimosas, poi arriva in Europa, dove alcune prestazioni eccellenti con il Monaco vengono notate dal Barcellona, con cui vince 2 campionati spagnoli, 1 Copa del Rey e 1 Champions League, seppur non diventando mai un titolare fisso. D’altronde non era semplice competere in una squadra di marziani che cercava la perfezione tecnica.

Yaya Touré aveva tutte le carte per essere titolare nel Barça, ma forse quegli anni o quel contesto non erano perfetti per il suo stile e la sua personalità. Contesto perfetto che troverà poi al Manchester City, dove si trasferisce nel 2010, perché voluto fortemente da Roberto Mancini. A Manchester ritrova anche il fratello Kolo e diventa nel giro di pochi anni uno dei centrocampisti più forti al mondo. È il tipo di giocatore che cambia le partite con un gesto solo, che copre sessanta metri di campo in quattro secondi e poi arriva in area e segna.

Prestazioni e giocate che gli permettono di essere premiato 4 volte come miglior calciatore africano dell’anno (un record che condivide con una leggenda di nome Samuel Eto’o). Ma la sua storia con la nazionale è una storia di frustrazioni accumulate, perché parteciperà a tre Mondiali con lo stesso risultato finale: tre eliminazioni al primo turno. Ognuno però ha sempre la possibilità di riscattarsi, perché la vita è una ruota che gira sempre, basta sfruttare il momento a proprio favore.

Yaya Touré che alza la coppa al cielo, di Ben Sutherland

Il riscatto personale nel 2015

Nel 2015, a 32 anni, all’ultima Coppa d’Africa della sua carriera, con la fascia di capitano al braccio, Yaya e la sua Costa d’Avorio si trovano in finale contro il Ghana. La partita finisce 0 a 0 dopo i tempi supplementari. Si va così ai rigori. La Costa d’Avorio sbaglia i primi due e il Ghana va avanti 2-0. Ma gli Éléphants non mollano mai e da lì rimontano. E vincono. È la prima Coppa d’Africa ivoriana dal 1992. Yaya Touré ha trentadue anni, ma piange come un bambino. Un bambino che ha vinto un trofeo che vale più di un’intera carriera: perché hai vinto per la tua gente, dopo un periodo storico non semplice.

Ebouè e i drammi post carriera

Accanto a lui, per tutti quegli anni, c’è Emmanuel Eboué. Eboué cresce ad Abidjan, nel sud. Quando si mettono la stessa maglia, quella divisione geografica che ha spaccato il paese in due non esiste più. Non è una metafora: è la composizione reale di quella squadra. Eboué è un terzino destro, cresciuto anche lui nell’ASEC Mimosas di Abidjan. Arriva all’Arsenal nel 2005, dove gioca per sei anni, collezionerà oltre duecento presenze e giocherà titolare nella finale di Champions League nel 2006 contro il Barcellona.

Con la Costa d’Avorio Eboué colleziona settantanove presenze e partecipa a due Mondiali. È infatti presente in quel gruppo che gioca in Germania al mondiale del 2006. Fa una carriera ottima, ma dopo che appenderà gli scarpini al chiodo, sarà l’inizio di alcuni incubi. Dopo il ritiro dal calcio giocato, che avviene nel 2016, la sua vita crolla. Un divorzio difficile, una squalifica FIFA di un anno per una disputa contrattuale con un ex agente e i soldi che spariscono. Tre case in Inghilterra, perse. Le macchine, perse. Tutto quanto.

La tragedia di Steve Gohouri

In un’intervista racconta di essere costretto a guardare le partite dell’Arsenal in un pub del quartiere perché non riesce a permettersi l’abbonamento alla televisione. E racconta di Steve Gohouri (un suo ex compagno di nazionale che ha vestito la maglia del PSG a fine anni ‘90) che nel 2015, però, viene trovato morto nel Reno, in Germania. Gohouri avrà un destino maledetto: prima la depressione che lo tormenta, al punto da decidere di mollare, suicidandosi per porre fine alle sofferenze.

Eboué dice che da quel giorno pensa a lui ogni mattina, e che quella storia lo ha tenuto in piedi nei momenti peggiori. Sono storie che non finiscono sui giornali sportivi, ma esistono nell’ombra dei grandi gesti, nei posti dove i riflettori non arrivano. Perché quella nazionale non è solo la nazionale che ha fermato una guerra con un videomessaggio. È anche la nazionale di uomini che, dopo aver dato tutto sul campo e fuori, si sono ritrovati soli con i pezzi di una vita da ricostruire.

Drogba e il gesto più forte

E poi c’è la storia più grande, quella che Drogba porta avanti anche dopo il discorso di Omdurman. Perché un cessate il fuoco non basta. Perché Didier e compagni sanno che la pace non si costruisce con un gesto solo, per quanto potente. E allora nel marzo del 2007, mentre la Costa d’Avorio è nel mezzo delle qualificazioni per la Coppa d’Africa, Drogba compie un altro gesto: va a Bouaké. Va nel nord. Va nel posto che per anni è stato sinonimo di guerra, di ribellione, di tutto quello che il suo paese non riesce a ricucire.

Costa D'Avorio

L’impatto storico e sociale del calcio ivoriano

Arriva su un’auto scoperta, scortato dai soldati, e incontra Guillaume Soro — il leader delle Forze Nuove, il capo dei ribelli del nord. Quella che i diplomatici non erano riusciti a fare in anni di trattative, Drogba la fa in un pomeriggio: crea un momento di contatto umano, di diplomazia, che non può essere ignorato. E poi chiede una cosa concreta, quella che vi abbiamo già raccontato. Chiede che la partita della nazionale contro il Madagascar — valida per le qualificazioni alla Coppa d’Africa 2008 — si giochi a Bouaké.

Drogba dirà dopo: “Ho visto soldati dell’esercito guardare la partita insieme ai soldati delle forze ribelli. La gente diceva: se Drogba è venuto a Bouaké, vuol dire che è sicuro tornare. È stato incredibile realizzare quanto impatto potessero avere i calciatori.” C’è una cosa che vale la pena dire su Drogba, i fratelli Touré e questa generazione, guardandola dall’esterno e con il senno del poi. Non ha vinto niente di quello che avrebbe meritato di vincere.

Ma le generazioni non si misurano solo con i trofei. Si misurano anche con quello che lasciano, con gesti emotivi, con messaggi, con ricordi. E quella nazionale lascia il ricordo di diciassette uomini inginocchiati in uno spogliatoio straniero. La prova che il calcio può e deve entrare in uno spazio che la politica non riesce ad occupare. Questa è l’ennesima storia di un paese che ha guardato la propria squadra di calcio e ha visto riflessa l’immagine di quello che avrebbe dovuto essere: unito, non diviso. Non è poco. Non è abbastanza per porre fine a violenza e sofferenza. Ma è sempre meglio di stare zitti e assecondare, pensando solo al proprio orticello. Chapeau, ragazzi!

Thomas Shelby e Roy Keane

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C’è una scena in Peaky Blinders che torna sempre in mente quando si pensa a Roy Keane. Thomas Shelby è seduto, solo, in una stanza quasi buia. Sta semplicemente guardando con gli occhi che sembrano già sapere come andrà a finire. Quella tensione trattenuta, quel pugno chiuso, è più spaventosa di qualsiasi esplosione. Chi ha visto Roy Keane camminare, correre e lottare verso il centro del campo, con un paio di scarpini (piuttosto che un berretto e una lametta nascosta nel risvolto dei capelli) ha vissuto esattamente la stessa sensazione. Se le vicende narrate in Peaky Blinders fossero una metafora calcistica: Keane sarebbe sicuramente Thomas Shelby. Come? Continuate a leggere.

Nati nella polvere

Thomas Shelby nasce a cresce a Small Heath, terra contraddistinta dai canali sporchi e dal fumo delle fonderie di Birmingham. Roy Keane è originario di Mayfield, sobborgo di Cork, figlio di una famiglia operaia irlandese.

I due non hanno scelto di essere duri. Sono stati fatti duri. Ed entrambi non perderanno mai l’ambizione di uscire da quella mentalità provinciale, per imporsi fuori dalla terra natia.

La lealtà come codice assoluto

Uno dei pilastri di Shelby (spesso frainteso da chi nota solo rabbia, intransigenza e violenza) è la lealtà. Tradire il codice è semplicemente inconcepibile. Non per sentimentalismo: per identità. Nel 1991, dopo un errore di Keane in FA Cup che causò un gol subito, il suo allenatore Brian Clough non esitò a colpirlo con un pugno. Ciononostante, tra i due nacque un rapporto di rispetto reciproco: si racconta che a volte Clough, a fine partita, arrivasse a slacciare gli scarpini di Keane esausto. Solo un carattere come il suo poteva ricevere un pugno dal proprio mister e trasformarlo in lealtà.

Quella stessa fedeltà si manifestava anche dentro lo spogliatoio, in modi meno romantici ma ugualmente rivelatori. Memorabile la scazzottata con Peter Schmeichel durante un tour estivo in Asia nel 1998: i due non si erano mai sopportati, e gli atteggiamenti del portiere danese che urlava ai compagni non erano mai stati digeriti da Keane. Una lite tra pari, non tra nemici — il tipo di conflitto che nasce solo quando ci si preoccupa davvero.

Schiettezza e determinazione

Keane ha vissuto la stessa etica dentro gli spogliatoi del Manchester United per dodici anni. Il momento più emblematico è noto a tutti: il 29 ottobre 2005, dopo una pesante sconfitta 4-1 contro il Middlesbrough, Keane si presentò davanti alle telecamere di MUTV per la rubrica “Roy Keane Plays The Pundit” e, infortunato in tribuna, demolì pubblicamente le prestazioni dei compagni. Ferguson e il direttore generale David Gill ordinarono immediatamente di non mandare in onda il materiale. Keane fu multato di £5.000 e quell’episodio contribuì direttamente alla sua uscita dal club poche settimane dopo.

Fu la goccia che fece traboccare il vaso: più volte l’ex centrocampista irlandese accusò alcuni compagni di squadra di scarso impegno. Keane poteva evitarlo? Certo, avrebbe evitato la fine della sua avventura al Manchester United. Ma l’ex centrocampista irlandese ha interrotto il suo percorso a modo suo, e di sua volontà, dopo aver intuito che quel calcio a cui lui apparteneva, non esiste più. Nessuno può distruggere Roy Keane, se non Roy Keane stesso. Così come dicono spesso in Peaky Blinders: “Nessuno può uccidere Thomas Shelby, eccetto Thomas stesso.”

Non fu una perdita di controllo. Fu il gesto di un uomo che non riusciva a tradire i propri standard, nemmeno per convenienza. Tommy Shelby avrebbe fatto lo stesso. E con meno parole per farsi ascoltare. La crudeltà rientrava nel loro codice ferreo da seguire.

Thomas Shelby

La rabbia come strumento di precisione

Il grande equivoco su Keane e Tommy Shelby è che la rabbia fosse un difetto. In realtà entrambi l’hanno trasformata in uno strumento calibrato. Non esplodevano: calcolavano.

L’entrata su Alf-Inge Haaland (padre di Erling) nell’aprile 2001 — premeditata e dichiarata dallo stesso Keane nella sua autobiografia — ne è la prova più netta. Dopo la pubblicazione del libro, la FA inflisse a Keane un’ulteriore squalifica di cinque giornate e una multa di £150.000. Vale la pena precisare, però, che Haaland concluse quella partita regolarmente e giocò anche quella successiva.

“Volevo entrare duro ed essere sicuro che lui se ne accorgesse. Volevo fargli male. No, non sono pentito, ma non volevo spaccargli una gamba. Lo stavo puntando, sì. Haaland mi aveva fatto incazzare: non aveva tenuto la bocca chiusa. Ci sono molte cose di cui mi sono pentito nella mia vita, ma non di quello che ho fatto a lui”. -Roy Keane.

Fu un problema cronico al ginocchio sinistro — non quello colpito da Keane — a costringerlo al ritiro nel 2003. Lo stesso Haaland dichiarò che Keane non aveva causato il suo infortunio a lungo termine. La vendetta di Keane era reale, le conseguenze meno lineari di quanto la leggenda voglia.

Shelby avrebbe capito ugualmente. Anzi, avrebbe probabilmente preso appunti.

Né Keane né Shelby hanno mai avuto bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. I compagni di squadra hanno raccontato decine di volte quella sensazione. Sentire il suo sguardo addosso durante una partita valeva più di qualsiasi discorso motivazionale. Una responsabilità che non si poteva ignorare. La sua presenza valeva più di mille gesti tecnici.

Thomas Shelby funziona allo stesso modo. Il suo potere è esercitato, silenziosamente, in ogni azione.

I falsi tifosi e i sandwich di gamberetti

Keane non risparmiava nemmeno i tifosi. Nel 2000 attaccò pubblicamente una parte dei tifosi dello United a Old Trafford, dichiarando che troppa birra e troppi sandwich con i gamberetti impedivano loro di capire il calcio, e che molti venivano allo stadio solo perché era di moda. Il termine “prawn sandwich brigade” è da allora entrato nel vocabolario del calcio inglese.

Tommy Shelby forse avrebbe condiviso questa idea, ma l’avrebbe espressa vicina a un bicchiere di whisky e con una sigaretta sempre accesa.

Thomas Shelby

Paura della pace

Entrambi hanno fatto fatica con la pace. Shelby non riesce mai davvero a smettere di lottare e di essere il capo dei Peaky Blinder, perché c’è sempre un’altra battaglia, un altro prezzo da pagare. Keane, ritiratosi dal calcio giocato, ha inseguito quella stessa intensità in panchina e negli studi televisivi, con dichiarazioni che ancora oggi fanno notizia per la schiettezza totale. Come il boss di Small Heath, Keane ha usato spesso modi sbagliati per dire cose giuste. Ed è lo stoico per eccellenza che si getterebbe nel fuoco per un compagno. Nessun compromesso, nessun passo indietro.

Entrambi hanno probabilmente paura di scoprire chi sono senza la guerra.

“I can’t help it. I just want to win.” — Roy Keane

“I am not a man of peace.” — Thomas Shelby

Doveroso riportare alcune parole scritte da Michele Chicco per Rivista 11:

Daniele De Rossi, che è uno che guarda il campo dalla sua stessa prospettiva, dice che Keane è l’unica persona al mondo con la quale ha voluto scattare una fotografia: è il suo idolo da sempre e il sedici marchiato sulla maglia giallorossa è un po’ un omaggio all’eroe della gioventù. Non perché sia stato mai bello da vedere come Best né perché corretto ed elegante come Roberto Baggio: Keane è è l’altra faccia del calcio, rappresenta tutti quelli che hanno scelto la lotta per permettere agli altri di dedicarsi allo spettacolo del pallone.

Cruijff

Cruijff: il genio che ha cambiato il calcio per sempre

Sticky post

Ci sono figure che hanno vinto tutto e che hanno cambiato tutto. Johan Cruijff è uno dei pochi che ha fatto entrambe le cose. Calciatore, allenatore, filosofo del calcio: la sua storia non è solo una questione di vittorie, ma di una concezione che ha cambiato per sempre questo sport.

“Non sono religioso. In Spagna tutti e 22 i giocatori si fanno il segno della croce prima di entrare in campo. Se funzionasse, tutte le partite allora dovrebbero finire con un pareggio.”

Nato a due passi dal campo

Johan Cruijff nasce ad Amsterdam nel 1947, a due passi dallo stadio dell’Ajax. Non è una metafora, perché casa sua era letteralmente vicina al campo. Sua madre faceva le pulizie lì dentro. Il calcio diventa così un’eredità ambientale, quasi inevitabile.

Il debutto e il calcio totale

All’Ajax debutta a diciassette anni. E già da subito si capisce che non si sta guardando semplicemente un talento, ma qualcosa di diverso. Cruijff non corre come gli altri, non pensa come gli altri, non occupa il campo come gli altri. Sotto la guida di Rinus Michels, diventa il motore di un’idea rivoluzionaria: il calcio totale. Un sistema in cui ogni giocatore può fare tutto, perché il campo si allarga e si restringe a seconda di chi ha la palla.

“Trovo terribile quando i talenti vengono esclusi basandosi sui dati al computer. Basandosi sui criteri vigenti all’Ajax ora, io sarei stato scartato. Quando avevo 15 anni non ero in grado di calciare la palla oltre i 15 metri col piede sinistro. Le mie qualità tecniche e di visione del gioco non si possono stabilire con un computer.”

Tre Coppe dei Campioni e un Mondiale sfiorato

Johan vince tutto con l’Ajax. Tre Coppe dei Campioni consecutive, tra il 1971 e il 1973. Il Pallone d’Oro lo conquista per tre volte. Nel 1974 trascina l’Olanda fino alla finale del Mondiale in Germania, ma quella nazionale — forse la più bella della storia senza aver vinto un titolo — perde contro i padroni di casa. Il mondo però aveva già capito di aver assistito a qualcosa di irripetibile.

“I giocatori che non sono veri leader ma provano a esserlo, attaccano sempre gli altri giocatori dopo un errore. I veri leader prendono già in considerazione che gli altri commetteranno degli errori.”

Cruijff

Al Barcellona: il titolo che mancava da 14 anni

Con queste linee guida Cruijff passa al Barcellona. Da calciatore con la maglia blaugrana porta il titolo della Liga nel 1974, il primo campionato dopo quattordici anni di zero trionfi. Gioca fino al 1978, vince la Copa del Rey, ma lascia un’impronta che va ben oltre i trofei.

America, Ajax e l’eresia del Feyenoord

Poi qualche anno in America, al Los Angeles Aztecs e ai Washington Diplomats, e il ritorno in Olanda all’Ajax e infine al Feyenoord — un’eresia, per i lancieri, ma anche questo è Cruijff: non si piega alle convenzioni, mai.

Il Dream Team

Nel 1988 Cruijff torna al Barcellona, questa volta in panchina. Il Dream Team — Guardiola, Stoichkov, Laudrup, Romario, Bakero — vince quattro Liga consecutive tra il 1991 e il 1994 e nel 1992 conquista la prima Coppa dei Campioni della storia del club, a Wembley, contro la Sampdoria. Una notte che a Barcellona ricordano come se fosse ieri.

Un’eredità genetica nel calcio mondiale

Il calcio di quel Barcellona era il suo calcio: possesso, pressing, verticalità, un portiere che giocava coi piedi. Molti di quegli elementi li riconosciamo oggi nel Barcellona di Guardiola, nel gegenpressing di Klopp, nel gioco di posizione che ha ridisegnato il calcio europeo degli ultimi vent’anni. Cruijff voleva lasciare un metodo, una filosofia, un’eredità genetica che il calcio porta ancora scritta dentro.

Guardiola, anni dopo, dice di lui: “Johan Cruijff ha dipinto la cappella. Tutti gli altri allenatori del Barcellona dopo di lui si sono limitati a restaurarla.” Non aggiungo altro.

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Südtiro

Südtirol: il club del popolo

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Il Südtirol ha una struttura proprietaria unica nel suo genere. Non c’è un patron, non c’è un imprenditore che controlla il club.

Un club posseduto dal suo territorio

Gran parte dei soci sono altoatesini. Una scelta statutaria e non casuale. Il club è posseduto dal territorio che rappresenta e non da un singolo investitore esterno. Questo modello — definito “public company” nel panorama calcistico italiano — è una fattispecie sportiva rarissima. In un calcio fatto di sceicchi, fondi d’investimento e oligarchi, il Südtirol appartiene ancora alla sua gente.

Il salary cap: nessuno guadagna più di 80mila euro

Il Südtirol è l’unico club nel calcio professionistico italiano ad avere un salary cap. Come ha dichiarato nel 2022 l’amministratore delegato Dietmar Pfeifer: “Nessuno guadagna più di 75/80mila euro annui.” Lo stesso CEO aveva già chiarito la filosofia: “Siamo un club del territorio, per il territorio.”

Persone che credono nel progetto, non cacciatori di ingaggi

Il motivo è esplicito: attrarre giovani e calciatori di esperienza che credano nel progetto, e non entrino a farne parte solo per ragioni economiche. Un modello che richiama la filosofia NBA e non il calcio-business dei top club europei. In Serie B, dove alcuni contratti superano abbondantemente il milione di euro, quella cifra non è un dettaglio. È una dichiarazione d’intenti.

Il 30% del budget al settore giovanile: norma statutaria

Nello statuto del club è precisato che il 30% del budget annuale deve essere destinato al settore giovanile. Non è una prerogativa facoltativa: si tratta di una norma vincolante scritta nello statuto. L’obiettivo è costruire basi solide senza dover acquistare calciatori a peso d’oro.

Südtirol

I risultati si vedono: plusvalenze e bilanci in positivo

I risultati si vedono: l’operazione con Lorenzo Sgarbi, ceduto al Napoli Under 19, ha generato una plusvalenza che ha contribuito a chiudere il bilancio in positivo di 780mila euro. Il Südtirol investe nei ragazzi della provincia, li valorizza step by step, li vende quando sono pronti e reinveste sul territorio. Un ciclo virtuoso che si autoalimenta.

L’Athletic Bilbao: un precedente illustre

Non è una novità per gli appassionati: c’è un club in Spagna che da oltre un secolo si basa su questo assetto societario. L’Athletic Bilbao non è mai retrocesso dalla Primera División in 120 anni di storia, senza mai tradire il suo statuto per inseguire un campione straniero. Come dichiarato dal presidente Jon Uriarte, il club esiste per rappresentare un popolo, non per massimizzare un bilancio.

Un modello che sfida il calcio globalizzato

Il Südtirol fa la stessa cosa, su scala diversa e con strumenti diversi. È un modello. È la dimostrazione che nel calcio globalizzato, dove tutto si compra e tutto si vende, esiste ancora chi sceglie di appartenere a qualcosa.

Credits Photo: sito web Südtirol e profilo Facebook

Giulia Toninelli

Giulia Toninelli

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Accreditata dalla FIA e presenza costante nel paddock della F1, Giulia Toninelli racconta la Formula 1 da una prospettiva unica: quella di chi vive il circus da dentro. Tra test in Bahrain, nuove monoposto e una nuova epoca regolamentare che cambierà gli equilibri del campionato, la nuova stagione promette sorprese e possibili scosse politiche e tecniche.

In questa intervista a Fuori dal Gioco, Giulia Toninelli racconta i primi segnali emersi nel paddock: dalla possibile sfida tra Ferrari e Mercedes, al ruolo di Red Bull e McLaren, fino alla crescita del giovane talento italiano Andrea Kimi Antonelli. Tra pronostici e analisi emerge il ritratto di una stagione imprevedibile. Motori accesi, si parte.

Che stagione ci aspetta? Giulia Toninelli ci racconta le sue sensazioni

Iniziamo a parlare della nuova stagione in arrivo e del nuovo regolamento. A proposito di tutto ciò, con le nuove monoposto, la dichiarazione di Max Verstappen è stata molto diretta e controversa: cosa credi delle sue dichiarazioni: “Una Formula E sotto steroidi”? E cosa pensi del nuovo scenario in F1 con queste nuove monoposto?

Intanto Viva Max Verstappen. In F1 serve sempre qualcuno schietto, che dica le cose come le pensa. Il commento di Max nei primi giorni di test credo sia stato un po’ esagerato con la terminologia usata. Infatti i suoi commenti successivi sono stati più ponderati. Nella F1 attuale si tende sempre ad annacquare le dichiarazioni dei piloti attraverso uffici stampa e comunicati. Quindi il modo di Verstappen mi è piaciuto perché ha inaugurato bene la nuova stagione“.

Sui nuovi regolamenti è molto difficile esprimersi o dare una valutazione. Quando ho letto per la prima volta queste innovazioni, non ero molto convinta: la dominanza della parte elettrica crea davvero condizioni di una “Formula E sotto steroidi” come ha detto Max. Alcuni standard della F1, come la capacità di guida e sorpasso vengono meno, dando maggiore rilevanza alla gestione in pista. Questa parte va a peggiorare la parte motoristica e aerodinamica che adoro: sono macchine più piccole, più leggere, con l’aerodinamica che resta “libera” e ali posteriori diverse in ogni monoposto. Tutto queste rende il regolamento molto interessante.

Un primo anno che può generare scompiglio

“Alcuni tecnici mi hanno comunicato di essere rimasti sorpresi in Bahrain, perché finalmente si rivedono progetti di monoposto diversi l’uno dall’altro. C’è il rischio che la parte motoristica possa generare problemi. Liberty Media e FIA hanno dichiarato di valutare cambiamenti sulla parte della potenza nel regolamento, ma questo può creare altrettante difficoltà. Quindi sarà un primo anno politico, con necessità di integrare alcune problematiche”.

“Mi spiego meglio: se per es. Ferrari ha sviluppato più adeguatamente la gestione della PU elettrica e cambiano il regolamento a metà stagione, lì subentra un problema per Ferrari e motorizzati. Ci sarà molto da parlare, e per noi giornalisti sarà bello (ride,ndr). I primi anni di un nuovo regolamento creano sempre un po’ di scompiglio e questo mi dispiace. Poi è tutto da vedere perché sono mie sensazioni, io non sono Max che ha guidato la sua auto (ride, ndr). Questo primo anno potrebbe essere un caos, ma non escludo che i primi risultati, già in Australia, saranno totalmente diversi”.

Il regolamento in vigore fino al 2025 andava ugualmente cambiato: molti progetti erano simili perché quel ciclo regolamentare era ormai superato. Mi sorprende che FIA e team abbiano collaborato da tanti anni per questo nuovo regolamento e che ancora ci siano diversi dettagli da sistemare“.

Sarà una lotta a due tra Mercedes e Ferrari?

Dai test sembra emergere un possibile duello tra Mercedes e Ferrari, con Red Bull e McLaren subito dietro: credi che queste gerarchie siano realistiche o pensi che qualcuno stia ancora nascondendo il vero potenziale? Cosa si dice nel Paddock?

“Il potenziale l’hanno nascosto tutti. La Mercedes ha sempre fatto così. La Ferrari è stata la vera sorpresa nei test. Prima sembrava che la Mclaren fosse in vantaggio sulla Ferrari, ma ha qualche problema di sovrappeso. Questo però non significa che non sarà competitiva più avanti, perché i campioni del mondo in carica sono molto bravi nello sviluppo di aggiornamenti. Con pacchetti nuovi dopo le prime gare potrebbe tornare competitiva”.

“La Ferrari ha sorpreso per l’affidabilità e per le partenze. A Maranello hanno lavorato moltissimo sul propulsore in partenza, che potrebbe essere un fattore importante in questo inizio di stagione. La Ferrari la vedo, al momento, come seconda forza, dietro una Mercedes avvantaggiata dalla parte elettrica. Di quest’ultima ho visto team sereno e piloti contenti. Forse non abbiamo ancora visto la vera potenza del motore Mercedes.”

Red Bull solida, Aston Martin deludente

“La Red Bull mi ha sorpreso più di tutti. Non mi aspettavo una Red Bull così solida e un’Aston Martin così indietro. Va dato merito a Chris Horner, che riuscì a ingaggiare, quando finì la collaborazione tra RBR e Honda, molti motoristi importanti di quest’ultima. In questo modo la Red Bull ha fatto un grande lavoro sulla parte elettrica. La Honda, al contrario in Aston Martin, ha dovuto ricostruire il gruppo da zero: i motoristi in AM non sono gli stessi che hanno lavorato in Red Bull, ma gente nuova in un team nuovo”.

Giulia Toninelli
Giulia Toninelli

Kimi Antonelli e Ayrton Senna

Nel Paddock conosci e frequenti un giovane talento come Kimi Antonelli, che ha scritto la prefazione del tuo libro su Ayrton Senna. Che persona è Kimi? Cosa ti ha conquistato per affidargli la prefazione di un libro, una cosa non indifferente per un 19enne?

“Ho ideato un libro su Senna, da pubblicare 30 anni dopo la sua morte per raccontare Ayrton a chi non l’ha vissuto. Ho cercato di raccontare la sua storia, analizzando le differenze tra l’epoca di Senna e quella attuale. Oggi con le F1 Academy sembra scontato che un pilota promettente si muova da una parte all’altra del mondo, ma negli anni ’70 o ’80 un giovane pilota non europeo emigrava per rodare kart in Europa. Non era così semplice”.

“Nella scelta della prefazione mi piaceva l’idea di far raccontare Senna a un pilota che è cresciuto e corre col mito di Ayrton: Kimi ha il numero 12 ed è legatissimo a Senna, ma è un classe 2006 che non l’ha mai visto correre. Una cosa carina per far comprendere il significato di Senna per la generazione attuale di piloti e far emergere il lascito di questa leggenda, oltre al pilota. Per questo motivo ho scelto di affidare a Kimi Antonelli la prefazione.”

Una scommessa vincente di Toto Wolff

Kimi l’ho visto molto carico e sicuro per questa stagione. Ha grandi aspettative. Antonelli nello scorso campionato ha mostrato alti e bassi, ma era quello che voleva Toto Wolff. Il Team Principal della Mercedes ha scommesso tanto su di lui (rischiando di bruciare un talento) ma con uno scopo preciso: farlo esordire in F1 e nel paddock l’anno precedente di una rivoluzione tecnica, così che quest’anno diventi più maturo e forte, grazie alla gavetta fatta nel 2025. Antonelli è sicuramente pronto per questo nuovo campionato, così come tanti altri giovani che hanno esordito nella scorsa stagione.

C’è stata molta pressione su di lui, ma Kimi lo sa bene, perché è molto più maturo della sua età. Max l’ha infatti preso sotto la sua ala, perché sa bene cosa significa esordire giovanissimo in un mondo complesso come la F1, con tutta la pressione addosso, tra media, gara, social. La polemica per il sorpasso di Norris in Qatar? Accuse senza senso, ma lui non si è arrabbiato. Ci è rimasto male il primo giorno, ma ha archiviato subito tutto. La capacità a 18 anni di mettere da parte commenti e a Kimi sconosciute è simbolo di una grande mentalità che lo aiuterà in carriera”.

Il conflitto in Medio Oriente stravolgerà la stagione?

A proposito di nuova stagione, il calendario potrebbe essere stravolto dall’escalation di un conflitto in Medio Oriente. Quanto sarà difficile questo momento geopolitico per la F1?

“Bisogna vedere come procederà il conflitto. In questo momento la F1 non è la priorità (giustamente). Speriamo tutti che si interrompa il prima possibile. Si deciderà in base a quando e come finirà questa situazione. Sono gare che si svolgeranno ad Aprile, quindi tutto dipenderà dalle prossime settimane: in queste condizioni non si può correre. Si cercherà in tutti i modi di farle, perché spostare gare in F1 è qualcosa di inenarrabile. Se le condizioni miglioreranno, credo che troveranno una soluzione ottimale per tutti, come successe nel 2020 dopo la pandemia di Covid-19”.

“Nel caso di impossibilità per il peggiorare del conflitto, sicuramente aggiungeranno altre tappe in Europa, ma in altri periodi: parlano di Imola, che però non può sicuramente ospitare un Gp nel mese di Aprile, al posto del Bahrain o dell’Arabia Saudita. La FIA sta attendendo l’evolversi della situazione”.

Ferrari e Vasseur

Quanto Ferrari è stata vicina (se mai lo è stata) a cambiare per l’ennesima volta Team Principal al termine della stagione 2025?

“Quando la Ferrari va male, trema tutto. Lo sapete benissimo. La struttura della Ferrari è totalmente diversa dalla Mercedes: a Brackley Toto Wolff è Team Principal, CEO e azionista. Se la Mercedes va male, ci perde anche Toto stesso e non viene licenziato. In Ferrari si aspetta un mondiale da quasi 20 anni e al primo problema si cerca sempre di rimediare. Io, personalmente, ritengo che sostituire il TP la scorsa stagione fosse una cosa folle. Eliminare il progetto tecnico avviato da Vasseur e i suoi all’avvio di una nuova epoca regolamentare è pazzia. Non toglie però che in quest’ultima stagione qualcosa è tremato. “

“Ora Vasseur ha la grande occasione di far vedere il suo lavoro e i suoi risultati con il suo gruppo. Stavolta la monoposto della Ferrari è figlia del suo progetto. Mantenerlo è stata la scelta più giusta, nonostante la stagione deludente che non ha confermato le aspettative di inizio 2025. L’arrivo di Hamilton, il più chiacchierato nella storia della F1, con la prima stagione con zero podi. Una situazione molto pesante, ma per fortuna è rimasto tutto invariato. “

Mercedes & Alpine

Alpine, facendo un “passo indietro” e decidendo di delegare a Mercedes la fornitura della Power Unit, sembra aver fatto un bel passo in avanti. È effettivamente così o pensi che alla fine rimarrà nei bassifondi?

“Qualche passo avanti è stato sicuramente fatto. Scelta necessaria perché ormai non ci sono investimenti rilevanti sui motori Renault. La scelta di delegare la PU potrebbe essere dovuta a un’ottica di vendita futura. Un cliente con motori Mercedes si vende facilmente. Rimane ugualmente una scelta strana: l’Alpine in F1 senza motore Renault è una cosa non molto razionale. Tuttavia è una scelta comprensibile a livello di marketing. Non so che futuro avrà.”

“Però devo dire che una squadra come la Williams, che tanti ritenevano in crescita, è in sovrappeso, non ha passato tre volte il crash test e Sainz si lamenta della guida e rischia di trovarsi in basso alla classifica. Se l’Alpine ha fatto un buon progetto, con una PU Mercedes, può giocarsi posizionamenti interessanti in alcuni Gp, ma vedremo. Settimana prossima saremo più consapevoli del loro potenziale”.

Giulia Toninelli
Giulia Toninelli

La passione per i motori e le Olimpiadi di Milano-Cortina

Com’è nata la tua passione per il motorsport ?

“Ho un fratello più grande, ingegnere peraltro, appassionato di F1. Guardava sempre i Gp con mio padre, grande appassionato pure lui. Vedendo loro, mi sono appassionata pure io. Sono cresciuta vicino il kartodromo di Lonato: era il periodo in cui andavano anche piloti di F1. Andavo spesso a vedere i kart e così è nata questa mia passione. Poi ho sempre voluto fare la giornalista. Ho unito queste due passioni e ho avuto la fortuna di conoscere persone di questo settore per scrivere e andare in giro. In questo mondo bisogna impegnarsi tanto, ma devi avere anche la possibilità di farlo. Diventare giornalista è un percorso pieno di step. “

“Sono stata alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. Due mesi fa ero impaurita all’idea di andare, perché non conoscevo bene il mondo gli sport invernali. Ho studiato tanto dopo la fine della stagione di F1 per questa grande opportunità e ora dico che è stata l’esperienza lavorativa più bella della mia vita. Non mi sono mai divertita così tanto. Ora voglio fare tutte le Olimpiadi (ride,ndr)”.

Mbappé

Mbappé salta il mondiale? Il rischio c’è!

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Il caso è aperto. Il ginocchio sinistro di Kylian Mbappé preoccupa più del previsto.

Nel report medico si parla di distorsione al legamento crociato posteriore,𝒔𝒆𝒄𝒐𝒏𝒅𝒐 𝑪𝒂𝒅𝒆𝒏𝒂 𝑺𝑬𝑹 𝒍𝒂 𝒔𝒊𝒕𝒖𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒔𝒂𝒓𝒆𝒃𝒃𝒆 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒅𝒆𝒍𝒊𝒄𝒂𝒕𝒂. Nella cerchia del giocatore il timore è chiaro: anticipare il rientro potrebbe compromettere la preparazione verso il Mondiale 2026.

Ogni giorno di recupero pesa. Ogni scelta può fare la differenza. La sfida tra Real Madrid e Manchester City potrebbe incidere sulla decisione finale: 𝒇𝒐𝒓𝒛𝒂𝒓𝒆 𝒑𝒆𝒓 𝒊𝒍 𝒄𝒍𝒖𝒃 𝒐 𝒔𝒕𝒂𝒓𝒆 𝒂𝒊 𝒃𝒐𝒙 𝒆 𝒑𝒓𝒆𝒔𝒆𝒓𝒗𝒂𝒓𝒔𝒊 𝒑𝒆𝒓 𝒍𝒂 𝑭𝒓𝒂𝒏𝒄𝒊𝒂?

Il dubbio è uno solo: vale la pena rischiare adesso, quando c’è un Mondiale all’orizzonte? I migliori auguri per Kylian Mbappé. Dopo Rodrygo, tanti altri campioni hanno saltato l’edizioni di un campionato del mondo causa infortunio: Vieri, Falcao, Ibra, Reus, Pogba, Benzema…

Michael Carrick

Michael Carrick, il messia dell’Old Trafford

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tile fare premesse. Qualche anno fa un mio amico scrisse che il Manchester United è una macchina societaria inceppata, con vari ingranaggi (ambiente, allenatore, calciatori) altrettanto inceppati. Nessuno capace di dirigere, rinnovare e allestire un progetto tecnico adeguato. L’addio di Sir Alex Ferguson sembra una maledizione. Nessun erede del leggendario manager scozzese ha guidato i Red Devils con un rendimento ottimale. La panchina dello United è come la cattedra di Difesa contro le Arti Oscure di Hogwarts. Nessuno regge il prestigio di una posizione del genere. In questo caso la maledizione non è stata scagliata da Voi sapete chi (evitiamo di scriverlo per non maledirci da soli) ma da un’entità ancora più oscura: il capro espiatorio, che nel calcio è spesso l’allenatore. Ora sulla panchina del Manchester United siede Michael Carrick, che potrebbe scacciare la maledizione (potrebbe).

I primi risultati del nuovo manager dello United sono stati ultra-positivi: imbattuto con cinque vittorie (due contro Manchester City e Arsenal) e un pareggio in 6 partite. Trend che ha permesso di rimontare in classifica, tornando in lotta per i primi 4 posti, tramite una solida compattezza difensiva e diversi clean sheets. Perché proprio l’ex centrocampista britannico potrebbe essere il Messia dei Red Devils? Ve lo spieghiamo step by step.

Una piaga infinita

Risulta molto strano accomunare la parola “Messia” a una squadra che ha il soprannome di “The Red Devils”. Sì, ma è ancora più strano che uno dei migliori club della storia, tra i più prestigiosi e ricchi al mondo, non sia riuscita a predisporre un progetto tecnico vincente. Certo, vincere in Premier League non è facile ed è un processo molto laborioso (vedi Mikel Arteta, ora capolista all’Arsenal, dopo aver raggiunto due ottavi posti nelle prime due stagioni da manager dei Gunners). Ma questa non può essere una scusante per cui lo United non vince una Premier League da quasi 13 anni, in molti dei quali figurando come una squadra poco competitiva.

Sir Alex Ferguson e Michael Carrick

Influenza mancuniana

Sir Alex Ferguson ha spesso dichiarato che al Manchester United c’era un virus che infettava tutti, e si chiamava “vincere”.

Dopo un inizio di stagione deludente sotto la gestione di Ruben Amorim, con risultati mediocri — una statistica negativa che include la peggiore percentuale di vittorie da allenatore permanente nella storia recente dei Red Devils — Carrick ha messo subito in chiaro la sua impronta.


“Voglio che il club abbia successo anche dopo la fine della stagione: se sono io, se è qualcun altro… vedremo cosa succederà.”
Michael Carrick, conferenza stampa

Una carriera da non sottovalutare

L’attuale manager del Manchester United sta stupendo tutti. Perché la gente è così stupita? Carrick è un ex centrocampista, un simbolo dei mancuniani. Nessuno deve dimenticare una carriera da giocatore costellata di cinque titoli di Premier League e una Champions League. Peraltro ha costruito la sua strada nel ruolo di allenatore subito dopo il ritiro agonistico. Dopo anni come vice allenatore a Manchester con Mourinho e Solskjær, Michael Carrick ha guidato per quasi tre stagioni il Middlesbrough FC in Championship, collezionando 136 panchine con 63 vittorie, 24 pareggi e 49 sconfitte, prima dell’addio nell’estate del 2025. Tutto questo per dire che Carrick sa benissimo cosa significa stare in panchina. Era peraltro un centrocampista molto intelligente, capace di fornire vari assist a campioni assoluti come Giggs, Cristiano Ronaldo, Rooney e altri ancora…

Un gruppo riunito

Carrick porta con sé la mentalità vincente assimilata sotto Sir Alex Ferguson, il manager che l’ha plasmato prima come giocatore e poi come leader nel mondo United. Durante la sua esperienza da giocatore, Carrick stesso ha ricordato come Ferguson fosse una “massiccia influenza” nel trasmettere cultura e valori di squadra, insistendo su volontà e disciplina. E i giocatori stessi lo confermano: secondo Luke Shaw, la sua leadership ha creato un senso di unità e positività nel gruppo, più che dipendere esclusivamente da schemi tattici personalizzati. In club così prestigiosi tanti allenatori devono fare passi indietro: puntare più sulla praticità che sull’imposizione di un “gioco” da replicare. Matheus Cunha ha messo in evidenza come Carrick “sappia cosa ci vuole per vincere qui”, ereditando una conoscenza profonda delle aspettative del club.

La sua filosofia è un equilibrio tra ordine difensivo e transizione rapida. Il Manchester United ha iniziato a giocare con intensità e pragmaticità, concedendo meno tiri agli avversari e sfruttando i momenti chiave delle partite grazie anche a giovani e nuovi acquisti. Una delle chiavi dell’impatto positivo di Carrick è la capacità di far sentire ogni giocatore parte integrante del progetto. La prima cosa che deve fare un allenatore: unire e motivare un ambiente, senza idealizzare schemi perfezionisti. Non a caso, anche veterani come Wayne Rooney hanno lodato il suo impatto sulla cultura dello spogliatoio. Ma Carrick ha trasformato lo United anche dal punto di vista tattico.

Ripartire dalla difesa

I dati dei primi sei match sotto Carrick — 41 tiri totali e 15 gol segnati, con una percentuale di possesso superiore al 60% in diverse gare e pochissime occasioni concesse — confermano una trasformazione che va oltre il semplice cambio di tecnico. E non contro avversari semplici: Arsenal capolista e rivali del City su tutti. L’ex centrocampista inglese sembra aver trovato il bandolo della matassa dei Red Devils, puntando quindi su una strategia più semplice, ma efficace.

Se Carrick dovesse confermare questo trend, consolidando la qualificazione in Champions League e proseguendo il percorso nelle coppe, diventerebbe inevitabilmente il candidato ideale su cui costruire il rilancio del Manchester United. I segnali iniziali sono più che incoraggianti e raccontano di una squadra che sta finalmente ritrovando identità, equilibrio e fiducia. L’Arsenal ha fatto così con Arteta nel 2019, dandogli tempo e fiducia, nonostante le difficoltà iniziali. Stessa cosa deve fare, a nostro avviso, la società del Manchester United. Perché non affidare le redini di questo progetto a un ex campione? Un allenatore pratico, benvoluto dallo spogliatoio e consapevole di cosa significa vivere, lottare e vincere all’Old Trafford? La manna dal cielo, forse, è arrivata: il messia può essere Michael Carrick.

Iemmello

Iemmello: dal sogno alla realtà, Re di Catanzaro

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Pietro Iemmello, attaccante, bomber, leader e capitano dell’US Catanzaro 1929 è stato ospite di Espresso Cadetto, il podcast sulla Serie BKT e partner social di Lega B, in onda ogni martedì mattina su Spotify, condotto dal nostro Luca Leoni insieme a Giacomo Giunchi. Dal Ceravolo e ritorno. Un viaggio lungo la penisola, da Firenze a Vercelli, con tappe a La Spezia, Sassuolo e Perugia. Parentesi dal retrogusto agrodolce, come quella di Foggia, guidate dalla mano di Roberto De Zerbi, fino al salto al di là del mare stretto. Destinazione: Canarie, Las Palmas. Prima della volta di casa, nella sua Catanzaro. Da tifoso a capitano. Da capitano a leggenda. Da leggenda a Re. Tra record, obiettivi e aneddoti: Pietro racconta Iemmello e Iemmello racconta Pietro. L’uomo dietro al giocatore, il calciatore dietro all’icona. Di una città, di un popolo, quello giallorosso. Sempre con i gol nel destino.

Le aquile non hanno limiti

Luca Leoni: “Partiamo con dei dati: 1 gol, 1 assist, 2/2 dribbling riusciti e 3 punti in tasca, che ti sono valsi il titolo di MVP della 25ª giornata. Diciamo che una parte della vittoria sul Mantova è passata dai tuoi piedi. Che gara è stata?”

Iemmello: “Una gara fondamentale. Venivamo da due vittorie ed è stato molto importante aver fatto la terza. Una partita dove siamo partiti bene, facendo gol all’inizio. Poi siamo riusciti a raddoppiare, per poi gestirla fino alla fine.”

Giacomo Giunchi: “Allargando un po’ il campo, 3ª vittoria consecutiva (oltretutto sempre per 2-0), 41 punti e 5º posto in classifica. Nelle ultime due stagioni (chiuse al 5º e 6º posto), la vostra cavalcata si è fermata alle semifinali playoff (contro Cremonese e Spezia): credi che siano maturi i tempi per una tanto attesa finale per questo Catanzaro?

Iemmello: “Questi ultimi due anni (onestamente) sono stati un po’ una sorpresa perché è incredibile aver fatto due semifinali di fila. Nel 2023 eravamo una neopromossa. Dopo la prima stagione in Serie B abbiamo cambiato tanto e l’obiettivo della società è sempre quello di consolidare la categoria. Quindi, con la semifinale playoff della scorsa annata abbiamo raggiunto un obiettivo che non ci eravamo posti a inizio stagione. Ogni anno stiamo riuscendo a fare cose importanti. In questa stagione siamo ancora lì, a salvezza ormai raggiunta (penso di sì) ce la possiamo giocare ed è giusto non porci limiti. Abbiamo di fronte squadre molto forti e strutturate. Però mai dire mai, noi ci siamo.

Come gestire un ricambio generazionale

Luca Leoni: “Sempre parlando della stagione, mister Aquilani in luglio ti ha definito “il suo Totti”. Da leader, capitano e simbolo di questa squadra, com’è stato gestire il ricambio generazionale che in parte è avvenuto in estate, con gli addi di Scognamillo, Biasci, Bonini…?”

Iemmello: “La scorsa estate sono partiti due pezzi storici come Scognamillo e Biasci e la società si ristruttura ogni anno. Il DS Polito è rimasto e abbiamo cambiato allenatore. Aquilani è bravissimo, sa lavorare con i giovani e ha un’identità ben precisa. Farà sicuramente molto strada.”

Iemmello

Cissè e Liberali: talento, testa e umiltà

Giacomo Giunchi: “Ecco Pietro, possiamo dire che questo mix è forse il segreto di questo Catanzaro. A proposito di giovani, ti chiediamo un pensiero su due ragazzi che si stanno mettendo in luce e che oltretutto hanno il Milan nel destino: Liberali, cresciuto proprio nei rossoneri, e Alphadjo Cissè, che a Milano vedrà invece il suo futuro. Ci parli un po’ di loro, come sono arrivati, come si sono integrati e dove possono arrivare?

Iemmello: Cissè lo conoscevamo poco quando è arrivato, ma in questi mesi si è fatto notare per la sua qualità, elevata per la Serie B e considerando la sua età. Bravo Polito a sceglierlo. Penso che la sua forza sia la sua natura umile, un ragazzo che vuole crescere e con la testa sulle spalle. A vent’anni è facile montarsi la testa e perdersi, ma credo che abbia le carte in regola per fare una bellissima carriera.”

Stesso discorso per Liberali, che è arrivato con aspettative molto alte. Brava la società e il mister a proteggerlo, seguirlo, farlo crescere con pazienza, prima di schierarlo titolare con continuità.. E lui in 3 mesi è diventato un altro calciatore, dimostrando il suo talento.

Vivere il mito, tra record e divertimento

Luca Leoni: “Torniamo ora su di te: sei il secondo miglior marcatore all time del Catanzaro con 80 reti in 159 presenze, con Palanca distante 53 lunghezze (a 137). In cadetteria invece te ne mancano 27 per raggiungere quota 100: pensi di poter eguagliare questi due traguardi?

Iemmello: “Eguagliare il record di reti di Palanca (137) lo vedo un po’ difficile. Sono tanti gol (ride, ndr). Non so quando smetterò di giocare, ma è dura raggiungere quella quota. Nella mia carriera ho sempre pensato che i gol siano importanti per un attaccante, ma per la mia persona è il divertimento che mi spinge ad andare avanti. Alla mia età mi preme di più divertirmi in campo e con la squadra. Vedremo. Non mi pongo limiti.”

Luca Leoni: “Secondo noi sei come il buon vino, che invecchiando migliori, quindi ci riuscirai.”

Iemmello: “Grazie mille, vedremo. Non mi pongo limiti. Poi se arriveranno, sarà una grande soddisfazione personale.

Esperienze all’estero: Las Palmas

Giacomo Giunchi: “Nel corso della tua carriera hai vestito tantissime maglie, ma ce n’è una in particolare che ha colto la nostra attenzione e che hai condiviso anche con mister Aquilani: quella del Las Palmas. Come nacque l’idea di andare a Gran Canaria e com’è stato il tuo contatto con il calcio spagnolo?

Iemmello: “Guarda, sono andato a Las Palmas in epoca Covid, a Settembre 2020. Il calcio spagnolo mi ha sempre incuriosito e volevo conoscere la loro cultura. Dopo qualche colloquio e una chiacchierata con il loro DS, che mi ha spiegato il loro progetto e le loro strutture, sono riuscito ad andare lì. Fu un’avventura breve, ma che porto dietro con affetto, perché ho vissuto in un clima diverso, per come intendono e vivono il calcio. Un’esperienza per me sicuramente positiva.”

Ritorno a casa

Luca Leoni: “Passiamo a tempi più recenti. Nel gennaio del 2022 decidi di lasciare la cadetteria (ai tempi con la maglia del Frosinone) e prendi una scelta di cuore: scendere di categoria e passare al Catanzaro, la squadra della tua città. Spesso si dice “nemo profeta in patria”, ma possiamo dire che a conti fatti per te è stato il contrario. Come hai vissuto quei momenti e cosa ti ha spinto ad accettare questa sfida? Visto che eri fermi da diversi mesi, come poi hai raccontato.”

Iemmello: “Ero a Frosinone, ma non stavo giocando tanto. A Gennaio arrivò la chiamata sia dell’Avellino che del Catanzaro. Onestamente ho sempre sognato di giocare nel Catanzaro. Sono nato qui e sono stato tifoso da bambino. Era la mia squadra, andavo in curva. Ho sempre avuto in testa l’idea di poter vestire la maglia della mia città. Nel 2022 si è fatta avanti questa opportunità e si sono incastrate parecchie cose: la società era nuova e ambiziosa e ho deciso di tornare qui.”

Foggia: ricordi agrodolci

Giacomo Giunchi: “Nel corso di quella stessa stagione avvenne anche l’episodio che ti vide, a tuo malgrado, protagonista: l’aggressione da parte dei tifosi del Foggia al Pino Zaccheria, che era stata anche la tua “casa” per 3 stagioni (e con ben 60 gol): cos’hai provato quel giorno e come ha inciso nella tua visione del calcio?

Iemmello:Ho un ricordo bellissimo di Foggia, nonostante l’episodio del 2022. Lì sono cresciuto calcisticamente e umanamente. È una città che mi ha dato veramente tanto. Dispiace che con la piazza ci lasciammo male, perché chiudemmo la stagione con la retrocessione in Serie C. Poi in quella partita con il Catanzaro vincevamo 5-1, c’era il rigore, potevo fare tripletta e loro l’hanno vista come una mancanza di rispetto. Un po’ come in quelle storie di amore e odio. Ma a distanza di anni posso dire che prevale comunque l’affetto.

Il rapporto con De Zerbi

Luca Leoni: “Scivolando sulla parentesi foggiana, uno degli allenatori con cui hai legato di più è stato Roberto De Zerbi: sei rimasto in contatto con lui e se magari vuoi mandargli un messaggio dopo questi mesi di alti e bassi a Marsiglia?

Iemmello: “Roberto è stato un padre calcistico per me, ha creduto prima di tutti nelle mie capacità. De Zerbi mi ha voluto a tutti i costi a Foggia, facendomi diventare prima calciatore e poi uomo. Ci sentiamo spesso e sono sicuro che tornerà ad allenare una grande squadra, perché é un rivoluzionario. Tanti allenatori si ispirano a lui perché le sue squadre giocano molto bene.”

Dopo il ritiro? Su una panchina

Giacomo Giunchi: ” Chiudiamo con uno sguardo al futuro. Premesso che ci sono ancora tanti record da battere e, chissà, pure un Catanzaro da trascinare in Serie A, hai dichiarato che un domani ti piacerebbe allenare. C’è uno o più tecnici che osservi da vicino e ti piacerebbe ripartire proprio dalla panchina dei giallorossi?

Iemmello: Ci penso da anni. Un domani mi piacerebbe fare l’allenatore. Già oggi mi ci sto preparando: a tempo perso guardo, studio e osservo. La panchina del Catanzaro? Non lo so, perché quando inizi la carriera da tecnico ti senti come un giovane calciatore che parte dalla Primavera e deve fare tutta la gavetta. Comunque non ho fretta, ci penserò quando appenderò gli scarpini al chiodo. “

Iemmello

Credits Photo: facebook US Catanzaro 1929

Bodo Glimt

Bodø/Glimt, l’incubo d’Europa: come il gelo diventa arma tattica

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Nel calcio moderno, dove soldi, estetica, social e glamour prevalgono sulla tecnica, il Bodø/Glimt colpisce ancora. Una squadra norvegese che sconfigge nuovamente club con budget incomparabili al loro. La chiave di tutto? ovviamente il contesto geografico e climatico in cui il club vive e gioca le sue partite europee. Giocare nell’estremo Nord della Norvegia non è un vezzo geografico: è un vantaggio competitivo concreto. All’Aspmyra Stadion, campo di casa dei norvegesi, il terreno è in erba artificiale (con riscaldamento). Un assetto studiato proprio per resistere a temperature gelidissime, vento forte e neve costante — condizioni estreme che molti giocatori vedono solo su videogame o in TV. Questo fattore tecnico‑ambientale ha già inciso a favore delle prestazioni più sorprendenti del Bodø/Glimt.

La storia non sbaglia mai

Il freddo artico non è solo un nemico del pallone: è stato una delle armi più letali della storia militare. Napoleone Bonaparte, uno dei più grandi strateghi che ha conquistato gran parte dell’Europa continentale, si arrese al gelo russo. Persino Hitler fallì l’Operazione Barbarossa durante il secondo conflitto mondiale, con l’esercito tedesco incapace di combattere sotto temperature estreme e l’incessante neve. Per le squadre europee che arrivano ad Aspmyra Stadion, il concetto è lo stesso: il freddo, il vento e il terreno sintetico diventano un avversario invisibile. Una forza naturale che abbatte le tattiche, taglia le gambe e la concentrazione. Un’arma tattica difficile da contrastare per chi non è abituato a giocare in queste gelide condizioni.

Il clima, un nemico

E non è solo un vezzo narrativo: il clima estremo di Bodø entra nei discorsi dei protagonisti stessi. Mentre in ogni angolo del globo sono evidenti i cambiamenti ambientali determinati dal surriscaldamento globale, Bodo forse in questo, potrebbe rappresentare un’eccezione. Discorsi tecnicamente ambientali a parte, bisogna dire che una temperatura leggermente più alta non dispiacerebbe a nessuno.

Prima della sfida di Champions League contro la Juventus, il tecnico bianconero Luciano Spalletti ha ammesso apertamente che “il campo e il clima non favoriscono la Juve, l’aria qui è molto fredda, non ci siamo abituati”. La differenza di condizioni rischia appunto di pesare sulle gambe e sulle scelte tattiche dei giocatori.

Dalla parte norvegese, Jens Petter Hauge ha ironizzato sul fatto che Bodø “dà i brividi” agli avversari, citando infatti vento, temperature sotto zero e il prato sintetico come elementi che rendono la trasferta una prova di resistenza durissima per i giocatori stranieri.

Dati di fatto

La stagione in corso è l’esempio più recente. Il 20 gennaio 2026, il Bodø/Glimt ha sconfitto il Manchester City 3‑1 nella fase a gironi della UEFA Champions League, ottenendo una sorprendente vittoria contro un colosso del calcio europeo contemporaneo. Kasper Høgh ha firmato una doppietta in pochi minuti e Jens Petter Hauge ha chiuso la notte con un gol spettacolare. L’ambiente artico e la tattica ben eseguita hanno messo in difficoltà pure gli esperti citizens di Pep Guardiola.

Essa è la conferma di un trend europeo iniziato anni fa. Nessuno dimentica quando nel 2021, nella fase a gironi della UEFA Conference League, il Bodø/Glimt ha travolto la Roma per 6‑1 ad Aspmyra. Una delle sconfitte più pesanti nella storia recente dei giallorossi (che peraltro saranno vincitori della competizione in primavera). Un risultato che rimane uno dei simboli della capacità del club di essere “on fire” (si, on fire nel gelo artico) nelle condizioni estreme della sua casa norvegese.

La scorsa stagione di Europa League aveva pure evidenziato la capacità del Bodø/Glimt di sfruttare la propria “fortezza artica”. Dopo aver superato gli allora campioni in carica della Conference League, l’Olympiacos, con un devastante 3‑0 in casa, i norvegesi hanno anche eliminato la Lazio ai quarti di finale ai calci di rigore dopo una doppia sfida combattuta, diventando la prima squadra norvegese a raggiungere una semifinale in una competizione UEFA maggiore. La vittoria per 2-0 all’andata contro i biancocelesti, tra le proprie mura, è stata quindi decisiva. E non dimentichiamo la vittoria per 3-2 contro il Porto nella prima giornata di Europa League sempre della scorsa stagione.

Come influisce il freddo su chi non è abituato?

Qui alcuni dati sanitari al riguardo.

  • 1. Prestazioni fisiche e funzione muscolare
  • In condizioni di freddo intenso, la vasocostrizione periferica (restringimento dei vasi sanguigni) riduce il flusso di sangue ai muscoli, riducendo così l’efficienza della contrattilità muscolare e la potenza. Questo può tradursi in forza esplosiva e coordinazione ridotte se non si è acclimatati.
  • 2. Effetti cognitivi — attenzione, memoria e decision making
  • Alcuni studi mostrano che l’esposizione al freddo può danneggiare diverse funzioni cognitive: attenzione, velocità di elaborazione, memoria di lavoro e decisione psichica sotto pressione.
  • 3. Prestazioni motorie e reattività
  • Temperature molto basse possono ridurre la trasmissione nervosa e la velocità di reazione, peggiorando la coordinazione muscolare e la prontezza nei movimenti complessi.
  • 4. Acclimatazione come vantaggio competitivo
  • Il quadro scientifico indica che l’adattamento ripetuto al freddo (acclimatazione) può migliorare la tolleranza e attenuare alcuni effetti negativi. Questo significa che chi è abituato al clima artico gestisce meglio energia, coordinazione e concentrazione rispetto a chi arriva da ambienti temperati.

Il fattore psicologico?

Cosa lega queste imprese? In parte la filosofia di gioco offensivo e coraggioso impressa da Kjetil Knutsen, capace di far rendere al massimo una rosa modestissima rispetto agli standard delle grandi d’Europa. La temperatura sottozero, il vento gelido e un campo artificiale che cambia profondamente il ritmo di gioco, costringono gli avversari ad adattarsi in fretta, scoprendo spesso il fianco alla pressione fisica e tattica dei padroni di casa. È un clima che si percepisce non solo nel pallone che rimbalza più veloce, ma proprio nella psicologia dell’incontro. Ripetiamo lo stesso concetto: chi arriva da un clima diverso da quello norvegese trova un’atmosfera che sembra appartenere a un altro sport.

In questo senso, Bodø/Glimt non è solo un club di provincia che doma e sconfigge club più grandi: è un promemoria di quanto contesto, geografia e ambiente possano ancora modellare il calcio europeo, anche in presenza di assetti e linee guida distanti dai miliardi di investimenti caratterizzanti il calcio moderno. Aspmyra diventa così una delle arene più temute per chi arriva da fuori.

E chi arriva da climi temperati si trova a combattere non solo una squadra, ma un ambiente avverso. Un nemico che non conosce tattica ma semplicemente vince contro tempo, energia e concentrazione. È questa capacità di sfruttare la natura a definire una nuova forma di superiorità nel calcio moderno: vince non solo chi gioca meglio, ma chi sopravvive meglio alle condizioni più dure.

L’immagine in evidenza è di Facebook Bodo Glimt

Boxing Day

Boxing Day 1999: il giorno in cui il calcio inglese cambiò per sempre

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Il Boxing Day del 26 dicembre 1999, Southampton-Chelsea entra nella storia: undici stranieri in campo per la prima volta. Il calcio inglese cambiava pelle, in silenzio.

Due mondi che si incontrano

Southampton–Chelsea del 26 dicembre 1999 non è ricordato per un risultato clamoroso, ma per ciò che rappresenta. Al The Dell si incontrano due visioni del calcio che stavano scivolando l’una dentro l’altra.

Quel giorno il Chelsea schiera il primo undici titolare interamente straniero nella storia del campionato inglese. Nessun britannico in campo. Un segnale silenzioso ma potentissimo: il calcio inglese sta cambiando pelle.

Due filosofie a confronto

Il Southampton gioca un calcio semplice e diretto: pressing alto, intensità, seconde palle. Il Chelsea di Vialli è quasi italiano: palleggio in uscita, rotazioni, costruzione ragionata. Due squadre, due epoche.

Al 18′ e al 43′ Tore André Flo segna due gol da centravanti europeo: lettura dello spazio, freddezza, qualità. Quando il Chelsea riesce a respirare, la differenza tecnica emerge chiaramente.

Il Southampton rientra con un’altra energia: più sporca, più aggressiva. All’80′ Kevin Davies segna di fisico, di presenza, d’area. Il Dell si accende. Per dieci minuti il Chelsea deve sopravvivere più che controllare.

Boxing Day

Una vittoria che racconta un’epoca

Il Chelsea vince 2-1, ma non domina. E questo è il punto. I Blues rappresentano il calcio globale e multinazionale. Il Southampton è ancora il calcio del territorio, dell’identità locale, della fatica come valore.

Undici stranieri in campo. Nessun proclama, nessuna polemica. Solo una distinta consegnata all’arbitro. Il Boxing Day, rito del calcio operaio per decenni, diventa il giorno in cui il calcio inglese prende atto di essere cambiato. Non lo annuncia: lo normalizza.

Da quel 26 dicembre in poi, la domanda non è più se il calcio inglese potesse diventare globale. Era già successo. Silenziosamente, in un pomeriggio freddo di dicembre, in uno stadio che oggi non esiste più, davanti a una curva che quasi toccava il campo.

Boxing Day

Quello che resta

The Dell viene demolito nel 2001. Il Chelsea diventa uno dei club più ricchi e cosmopoliti d’Europa. Il Southampton lotta per sopravvivere tra Premier League e Championship. Ma quella partita resta lì, sospesa nel tempo: il momento esatto in cui due calcio si sono guardati negli occhi. Uno guardava indietro, l’altro già altrove. E nessuno dei due lo sapeva ancora.

Ruud Gullit

Ruud Gullit, il Pallone d’Oro e la dedica che cambiò il calcio

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Ruud Gullit arriva al Pallone d’Oro 1987 come simbolo di una nuova generazione europea. È nato ad Amsterdam nel 1962, figlio di padre surinamese e madre olandese.

Il calcio olandese è già un laboratorio sociale: multiculturalismo, urbanità, fantasia. Ma Ruud non appartiene all’Ajax patinata di Cruijff: nasce e cresce in un quartiere popolare, gioca per strada, tra cortili e muretti.

La scalata al vertice

Prima di esplodere, gioca con Haarlem, Feyenoord e PSV dove vince titoli nazionali. Nel 1984, mentre molti coetanei stanno ancora cercando una direzione, Gullit viene già nominato “calciatore olandese dell’anno”.

Poi il grande salto: il Milan di Berlusconi e Sacchi. I capelli dread, il fisico scultoreo, l’aria ribelle, il modo di correre a testa alta: Gullit non è solo un calciatore, è un’icona estetica. Diventa un simbolo di rottura.

Il giocatore totale

In campo è totale: può giocare mezzala, trequartista, esterno, attaccante. È moderno prima che il calcio diventi moderno. Arrigo Sacchi dirà: “Quando partiva in progressione si portava via anche il vento.”Il contesto del 1987 è importante: Mandela è prigioniero da 23 anni, l’Apartheid sudafricano è ancora pienamente attivo e in Europa se ne parla poco, certamente non nel calcio.

La dedica che nessuno si aspettava

Quando Gullit vince il Pallone d’Oro, sul palco dice: “Dedico questo premio a Nelson Mandela.” Una frase netta, senza spiegazioni e senza alleggerimenti.

Alla BBC chiarirà: “Mandela combatteva una lotta che riguardava tutti. Era naturale dedicargli il premio.” In Italia Gullit diventa uno dei primi atleti ad affrontare direttamente il tema dell’Apartheid. E non sarà mai un gesto di facciata.

Ruud Gullit continuerà a parlare di razzismo e diritti civili per tutta la carriera, quando farlo nel mondo del calcio era ancora considerato scomodo, fuori luogo, quasi fastidioso. Non aspetta che sia sicuro farlo. Non aspetta il consenso.

Andrea Stella

Andrea Stella: dall’ombra al vertice della McLaren

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Andrea Stella e i suoi 20 anni di esperienza nel settore della F1.

Dall’inizio della sua avventura in Formula 1 al successo con la McLaren. Una carriera piena di successi, collaborando con leggende della F1 come Michael Schumacher, Kimi Raikkonen e Fernando Alonso.

Un uomo che si muove nell’ombra, tanto da diventare Team Principal della Mclaren nel 2022, dopo aver fatto gavetta tra Maranello e Woking. Inutile dire che c’è la sua mano sulla vittoria dell’ultimo mondiale costruttori della Mclaren. Un uomo semplice, genuino, riservato ma così profondo e concentrato nel suo lavoro.

Chi è Andrea Stella?

Andrea Stella, nato nel 1971 a Orvieto in Italia, è un ingegnere italiano, attualmente impegnato come Team Principal della scuderia McLaren in F1. Laureato in Ingegneria Aerospaziale all’Università “La Sapienza” di Roma e con un dottorato in Ingegneria Meccanica. Ha iniziato la sua carriera in Ferrari come ingegnere delle prestazioni e veicolista, collaborando con Michael Schumacher dal 2002 al 2006. Non uno dei lavori migliori, considerando tutta la pressione da gestire nel seguire il rendimento di una leggenda della F1, ai tempi campione del mondo in carica.

Le collaborazioni con Schumacher e Raikkonen

Il lavoro con Schumi segnerà sempre la sua carriera. Le imprese del 7 volte campione del mondo in Ferrari sono pagine indelebili nella storia del motorsport. Ecco, in quei famosissimi successi di Schumacher con la Ferrari c’è anche la firma di Andrea Stella. L’ingegnere italiano ha contribuito alla vittoria di tre campionati mondiali in cinque anni, vivendo così quel periodo di grande successo per la scuderia di Maranello.

Successivamente all’addio di Schumi alla Ferrari, Stella ha lavorato con Kimi Räikkönen, vincendo infatti l’ultimo titolo mondiale della scuderia Ferrari nel 2007.

Il pilota è il protagonista ma sa che da solo può fare poco, può fare la differenza, ma mai da solo.

Andrea Stella

Il rapporto con Fernando Alonso

Qualche anno dopo nel 2010 Stella si ritrovò al fianco di Fernando Alonso in tuta rossa. Il debutto al fianco di Alonso parte con il botto, aggiudicandosi subito la prima gara del mondiale. Tutto promette per il meglio, la coppia Stella-Alonso funziona, alla ricerca del sogno di Fernando chiamato “terzo titolo mondiale”. Con cinque vittorie in bacheca, la Ferrari vola verso quel sogno. L’ultima tappa di quel campionato sarà Abu Dhabi. Ad aspettarli non c’é un sogno, ma un incubo..

La squadra sbaglia strategia e lo spagnolo non riesce a recuperare, rimanendo bloccato al 7 posto, dietro la Renault di Vitalij Petrov. Finisce così l’incubo Ferrari con Alonso che lascia Yas Marina con l’amaro in bocca, non conquistando di tanto così il terzo titolo mondiale, dando invece l’avvio di un dominio mondiale quadriennale di Red Bull e Sebastian Vettel. Arriva il 2011, l’anno del riscatto che però non avviene. La Rossa concluderà il suo anno con una sola vittoria stagionale, firmata da Fernando a Silverstone.

Andrea Stella

2012: una stagione super

La stagione 2012 sarà la migliore stagione di Alonso a Maranello: 5 vittorie stagionali e prima posizione in classifica mondiale occupata per gran parte del campionato. Tra i trionfi nessuno dimenticherà quelli conseguiti nel gp di Malesia e di Valencia (ex gp d’Europa). Il principe delle Asturie conquisterà due vittorie storiche. In particolare a Valencia, in Spagna e a casa sua, portando a casa 25 punti insperati fino a qualche ora prima, vista la partenza dall’undicesima piazza, a seguito di una deludentissima sessione di qualifiche. Quel giorno Alonso e Stella hanno deciso di sfruttare al massimo gli episodi di una gara molto accesa, caratterizzata da vari sorpassi e incidenti.

Tuttavia, dopo questa gloriosa parentesi, pure nel 2012 il sogno rosso di Stella e Fernando di conquistare il terzo titolo non conosce realtà, complice un calo di prestazioni nella fase finale di stagioni e alcune valutazioni tecniche ai box molto discutibili nelle fasi cruciali di gara. All’errare umano vanno aggiunti episodi sfavorevoli, come il ritiro a inizio gara per l’assurdo incidente con capovolgimento della vettura Lotus di Romain Grosjean, che colpì anche il pilota spagnolo a Spa. Un altro ritiro simile seguirà a Suzuka, per una collisione, sempre al primo giro, con Bruno Senna. Vettel rimonta pian piano lo svantaggio e conquista il terzo titolo mondiale consecutivo. La profezia Maya sul 2012 e la fine del mondo non si è avverata livello globale, ma a livello sportivo per Alonso si.

2013 e 2014

Passano pure gli anni 2013 e 2014 che vedono una lotta tra il campione spagnolo e il giovane Sebastian Vettel sulla Red Bull. Battaglie vinte dal tedesco in Red Bull. Due vittorie in due anni per Ferrari, Stella e Alonso, non replicando dunque la stessa competitività vista nel 2010 e 2012. Nessuna chance di conquistare l’agognato titolo piloti, che oggi manca a Maranello da quasi 18 anni.

Al termine della stagione 2014, dopo la prima stagione di una nuova era della F1 targata Power Unit, il rapporto di Stella e Alonso nei confronti della Scuderia di Maranello è ormai logoro. Nel 2015 infatti Stella ha seguito il pilota spagnolo alla McLaren, dove diventa responsabile delle operazioni di gara.

I team radio con Alonso

Emblematici alcuni suoi team radio di conforto, sostegno e gioia per le imprese di Alonso alla guida della Rossa:

“Usa il meglio del tuo talento. Sappiamo quanto è grande” Team Radio di Andrea Stella per motivare Fernando Alonso a superare Vitaly Petrov durante quel famoso Gp di Abu Dhabi nel mondiale 2010

“Questa è una delle tue vittorie più belle. Siamo tanto orgogliosi di te”Team radio finale a Fernando Alonso dopo la vittoria del Gp di Malesia 2012

“Fer, non c’è bisogno di spingere tanto”- Stella che invita Alonso a controllare le riserve tecniche della monoposto durante il gp di Cina 2013.

“Fe-no-me-na-le. Fenomenale. Grande weekend! Molto ordinati, tranquilli. Questa è la nostra forza.”-Team radio finale a Fernando Alonso dopo la vittoria del Gp di Cina 2013

“Super, super, super. No comments for this race. “team radio di Stella al termine del Gp di Ungheria 2014

L’arrivo in McLaren: la scalata nelle gerarchie del team

L’arrivo in Mclaren è stato fondamentale per Stella, che ha rapidamente ampliato la sua influenza nel Team Inglese. Otterrà infatti una promozione a Direttore delle prestazioni nel lontano 2018 e successivamente a Direttore esecutivo delle corse nel 2019. Diventa pian piano una figura importantissima e capace di mantenere una ottima visione strategica nei momenti più importanti. E Guadagnandosi il posto al fianco del CEO Zak Brown e del Team Principal Andreas Seidl.

Con l’arrivo dell’italiano la McLaren ha ottenuto il miglior piazzamento nel campionato costruttori dal 2012: terzo posto in classifica nel 2020 e miglioramenti continui nelle stagioni successive. Il team ha anche celebrato la vittoria di Daniel Ricciardo nel 2021, portando il palmarès di Andrea Stella a 92 successi in F1.

Passaggio al comando

Dopo anni di domande sul futuro della McLaren, nel 2022 Andrea Stella è stato poi nominato Team Principal della Scuderia McLaren, con il compito di proseguire il percorso di crescita della scuderia. La stagione 2022 segna l’inizio di una grandissima serie di risultati e progressi significativi nonostante le sfide iniziali. Rapidi miglioramenti per il team di Woking che raggiunge così piazzamenti importanti. Inoltre, il team ha migliorato le operazioni ai box, raggiungendo il secondo posto nella classifica Fastest Pit-Stop e registrando la sosta più veloce della stagione 2022.

Nel 2024, sotto la guida del Team Principal Andrea Stella, inutile dire che la McLaren ha vissuto una stagione straordinaria, conquistando il titolo costruttori per la prima volta dal 1998. La squadra ha ottenuto sei vittorie, 15 podi e otto pole position, stabilendosi come una presenza costante sul podio e confermando le ottime scelte dell’italiano, rivelandosi ormai il leader indiscusso del Team.

A dicembre 2024, la McLaren ha annunciato un’estensione pluriennale del contratto di Andrea Stella come Team Principal, riconoscendo il suo contributo fondamentale ai recenti successi della squadra.

Curiosità su Andrea Stella

Sapevate che un aspetto meno noto della sua carriera è stata la collaborazione con “The Doctor” Valentino Rossi nel 2006, quando il campione motociclistico testò una monoposto Ferrari di Formula 1 con l’idea di un possibile passaggio dalle 2 ruote alle 4 ruote? Ebbene si, pure in quella brevissima esperienza di Rossi in Ferrari c’è la presenza di Andrea Stella, che lavorò a stretto contatto con il nove volte campione del mondo. Alla fine infatti Vale decise di non accettare la proposta di passare dall’altra dimensione del motomondiale, restando nel mondo delle due ruote. Inutile aggiungere cosa farà Vale nel mondo della Motogp.

In poche parole: dove c’è vittoria, prestigio, gloria e leggenda nel motomondiale, c’è sempre la firma di Andrea Stella.

Shakhtar Donetsk

Shakhtar Donetsk 2008/2009: come gli outsider ucraini conquistarono l’Europa

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La stagione 2008/2009 della Coppa UEFA rimane una delle più sorprendenti della storia recente del calcio europeo. Al via c’erano club di grande tradizione: Werder Brema, Valencia, Tottenham…perlopiù squadre abituate a competere ai massimi livello. E poi c’era lo Shakhtar Donetsk, una squadra emergente dell’Ucraina orientale, che pochi davano tra le favorite. Anzi gli ucraini possiamo considerarli dei veri outsider, coloro che emergono e ribaltano le gerarchie di una competizione.

Gli outsider che ribaltano le gerarchie

Infatti fin dall’inizio lo Shakhtar mostrò subito un calcio brillante e organizzato. La Coppa Uefa non era una competizione semplice: serviva concentrazione, e la squadra ucraina dimostrò di avere pazienza e tattica. La rosa era un mix perfetto di imprevedibilità e solidità, pronta a sorprendere chiunque. 

Arrivarono subito gli ottavi e i quarti di finale della competizione. Prima facciamo un passo indietro: la squadra di Lucescu ci arriva, in quanto retrocessa dall’ormai vecchio format della Champions League, la cui fase iniziale erano i famosissimi i gironi, alla fine di questa fase i primi due classificati accedevano agli ottavi di finale di coppa dei Campioni, mentre il terzo classificato retrocedeva in Europa League, svolgendo i sedicesimi di finale della stessa.

La strada verso gli ottavi: dalla Champions alla Coppa UEFA

Lo Shakhtar arrivò terzo nel girone C, con 9 punti, dietro Sporting Lisbona e Barcellona, peraltro battendo quest’ultimi in casa loro al Camp Nou, 2-3 nel Dicembre 2008. Una squadra ucraina che batte al Camp Nou il Barcellona di Pep Guardiola, che 5 mesi dopo conquisterà a Roma, la terza Champions League della sua storia. Il resto lo sapete già. Possiamo considerarlo un segnale premonitore della grande personalità che contraddistingue lo Shakhtar in quella stagione? Direi proprio di sì.

Il derby ucraino: più di una semifinale

Il momento clou del percorso europeo dei futuri vincitori arrivò in semifinale, dove incontrò il Dynamo Kyiv, il grande rivale ucraino. Non era solo un derby, ma uno scontro simbolico tra due visioni della stessa nazione. Dopo l’1-1 all’andata,  Lo Shakhtar vinse 2-1 nella gara di ritorno con personalità e autorità, confermando di non essere più una sorpresa. I ragazzi di Lucescu si mostrano un’armata implacabile: solo un gol subito in 4 partite a eliminazione diretta giocate a Donetsk: l’unico subito in semifinale dai rivali connazionali della Dynamo Kyiv.

La finale di Istanbul: lotta fino all’ultimo

Arriviamo così alla finale, giocata a Istanbul contro il Werder Brema. Un match equilibrato, pieno di tensione. Lo Shakhtar passò in vantaggio con Luiz Adriano al 25, ma 10 minuti dopo subì il pareggio tedesco con Naldo. La partita si fa una lotta fino all’ultimo sangue, occasioni da una parte e dall’altra, duello in ogni zona del campo. I tempi regolamentari finiscono 1-1. Ai supplementari, lo scontro si fece ancora più duro, contro un avversario sulla carta più preparato. Ma lo Shakhtar non calò di concentrazione: la grinta e la determinazione degli ucraini prevalse, trovando il gol decisivo con Jadson al 97’. La squadra di Lucescu difende il vantaggio con ordine, senza rischiare il minimo pericolo. Al triplice fischio, 2-1 per gli ucraini: un’esplosione di gioia non solo per i tifosi dello Shakhtar.

Perché questo trionfo aveva anche un significato simbolico oltre il campo: Donetsk era una città industriale con legami politici ed economici forti, e il successo sportivo diventava anche un modo per affermare visibilità e prestigio internazionale. In un periodo in cui l’Ucraina era segnata da tensioni politiche interne, il calcio offriva un momento di orgoglio condiviso, capace di unire tifosi e cittadini intorno a un risultato storico.

Un trionfo che va oltre il campo

La vittoria della Coppa UEFA 2008/2009 rimane oggi una storia di coraggio e strategia. Lo Shakhtar Donetsk dimostrò che, con talento, organizzazione e determinazione, anche una squadra “minore” può emergere sul palcoscenico europeo, scrivendo un capitolo indelebile nella storia del calcio. Ed è per questo che il calcio resta lo sport più seguito: i pronostici esistono solo per essere smentiti. Il campo racconta sempre una storia diversa. Una storia come questa che tutti noi vogliamo ancora oggi scoprire, vivere e raccontare.

El Viejo Clásico

El Viejo Clásico: Athletic Bilbao vs Real Madrid

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Se citiamo le grandi rivalità del calcio spagnolo, è impossibile non pensare al Clásico tra Real Madrid e Barcellona. Ma per decenni, prima ancora che quel duello diventasse un fenomeno globale,la vera rivalità calcistica in Spagna era un’altra: El Viejo Clásico tra Athletic Bilbao e Real Madrid.

La partita più giocata nella storia del calcio spagnolo

Fino al 10 dicembre 2011, questa partita è stata la più giocata nella storia del calcio spagnolo , quando è stata superata ovviamente da El Clásico (tra Real Madrid e FC Barcelona ). Tuttavia, rimane la partita più giocata nella Copa del Rey , sebbene solo cinque delle 56 partite si siano svolte nel 21° secolo.

È una rivalità che affonda nel tempo.

1903: la prima sfida e la nascita di una rivalità

I due club si affrontano per la prima volta nel 1903, nella finale inaugurale della Copa del Rey, e l’Athletic vince 3-2. Una vittoria talmente simbolica che ispirò addirittura la fondazione dell’Atlético de Madrid da parte di studenti baschi che vivevano nella capitale.

Contro il Madrid, Bilbao non arretra

Un modo più diretto per contrastare l’egemonia del Real Madrid. Già allora si mise in chiaro una cosa: contro il Madrid, Bilbao non arretra.

Da lì in poi, baschi e castigliani si incroceranno continuamente: nove finali di Coppa tra il 1903 e il 1958, dominate perlopiù dall’Athletic, che ne vince sei. Per buona parte della prima metà del Novecento, infatti, i Leones di Bilbao sono una delle potenze del calcio spagnolo, alla pari di Real e Barça.

Madrid contro Bilbao non è più solo una partita. È un confronto culturale, sociale, perfino ideologico.

1958: l’Athletic rovina il sogno del triplete

Il momento chiave di quel decennio è la finale della Copa del Generalísimo del 1958. Il Real Madrid arriva a quel match come una potenza assoluta: ha appena vinto la Liga e la Coppa dei Campioni, e si trova a un passo dal primo triplete della storia del calcio. Ma a interrompere il sogno dei Blancos sono proprio loro, i Leones. E l’Athletic… rovina la festa.

El Viejo Clásico

Vince la Coppa, spezza il sogno madridista e regala ai baschi una vittoria che, all’epoca, vale molto di più di un trofeo.: è una vittoria simbolica contro la squadra percepita come la rappresentante del centralismo franchista.

San Mamés: il teatro emotivo del confronto

 Non sorprende, quindi, che San Mamés diventi negli anni il teatro emotivo di questo confronto. Ogni volta che il Real Madrid entra in campo a Bilbao, l’atmosfera si fa caldissima, più politica e identitaria. La partita è occasione per rivendicare il dissenso verso Madrid e per riaffermare l’orgoglio basco.

 “Loro comprano i galácticos, noi facciamo giocare i nostri ragazzi” dicono a  Bilbao.  È un contrasto di mondi: globalizzazione contro localismo, potere centrale contro periferia, la corona Spagnola contro Paesi Baschi.

 Sebbene nel dopoguerra il Real Madrid diventi la forza dominante del calcio spagnolo e internazionale, le sfide con l’Athletic rimangono equilibrate e piene di una tensione speciale. Ritmi alti, stadi infuocati, rivalità che non si spiega solo con la classifica: si spiega con la storia.

 Negli anni ’50, dunque, la rivalità tra Athletic e Real non è solo sport. È una lente attraverso cui leggere l’intero Paese: un Paese che prova a ricostruirsi dopo la guerra civile, ma che continua a essere attraversato da forti identità regionali, da tensioni politiche e da simboli che – come spesso accade – trovano nel calcio la loro forma più evidente. Perché le radici di questa rivalità non stanno nei numeri. Stanno nei significati.

Zico

Zico: la fatica e la leggenda

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“Un direttore di partite. Gli hanno dato la maglia numero 10 di Pelè e se l’è infilata senza problemi: aveva un’autorità da grande. Un tipo sensazionale e un giocatore fantastico” . Così Diego Armando Maradona descrive Artur Antunes Coimbra. Per tutti: Zico.

Il 10 che ha raccolto l’eredità di Pelé senza tremare, senza esitazioni. Perché certe maglie non si indossano: si abitano. Zico è un nome che, in Italia, fa subito scattare due immagini: da una parte il Flamengo, l’idolo del Maracanã, la leggenda brasiliana; dall’altra… l’Udinese. E già qui capisci che la sua storia non è quella di un campione qualsiasi: è una storia che incrocia scelte, identità, politica sportiva e potere economico. Bene o male, qualsiasi appassionato ha sentito parlare di lui. Negli anni’80 può sembrare uno dei tanti giocatori della Selecao, che storicamente ha sempre assunto la veste di “Dream Team”. Si, perché il Brasile si sa: è  patria di campioni, stelle e leggende del calcio.

Numeri che confermano la leggenda

E quindi Zico può sembrare uno dei tanti. Ma essere senatore in una squadra che annoverava Falcao, Socrates, Junior, Toninho Cerezo (solo per dirne alcuni) equivaleva a personalità e voce in capitolo nello spogliatoio. E Zico ce le aveva. Non era solo talento. Perché la Selecao era una squadra così forte da rendere tutti utilissimi ma in fondo, nessuno indispensabile. Beckenbauer dirà: “Dopo Pelé, il 10 più forte del Brasile è Zico”. E se guardi questi numeri, lo capisci.

Con la Seleçao fu autore di 48 goal in 71 presenze, che lo rendono ancora oggi il quinto miglior marcatore di sempre del Brasile.

Nella sua carriera segnò 516 reti in 750 partite. Il suo marchio di fabbrica? Il gol su calcio di  punizione. Ha infatti messo a segno 62 reti tramite calcio piazzato. Un calcio di punizione era come tirare un calcio di rigore…ma più imprevedibile, più spettacolare.

Zico

“O Galinho”: quando nessuno credeva in lui

E la leggenda non nasce subito. All’inizio sembra quasi stonare con il prototipo del calciatore brasiliano forte di natura: a 14 anni il giovane Artur Coimbra è alto 1 metro e 55, pesa 37 chili, lo chiamano “O Galinho”, il Galletto. Piccolo e troppo leggero per entrare nel calcio dei grandi. La società carioca è indecisa se dargli fiducia, ma a quel punto interviene Professor  Roberto Francalacci, il preparatore atletico del Flamengo, che promette:

“Datelo a me, lo trasformerò in un atleta”.  Per tre anni il giovane Arthur divide il suo tempo fra scuola, campo e lunghe sedute di potenziamento in palestra.

La sua storia diventa così un grande esempio di come passione e forza di volontà superano gli stereotipi.

Zico racconta: “La mia casa era a due ore dal campo del Flamengo fra treno e bus. Uscivo da casa alle 7 del mattino, andavo ad allenarmi al Flamengo. Poi tornavo in centro, studiavo da mezzogiorno alle 5, dopo le 5 riandavo alla Gavea (la sede del Flamengo) per fare potenziamento in palestra, e tornavo a casa alle 9 o alle 10 di sera. Molte volte mi rimettevo a studiare ma ero talmente stanco che mi addormentavo sui libri. È difficile che uno arrivi in alto senza una vita di sacrifici”. La forza di volontà di Zico è però ricompensata: a 17 anni non è un colosso, ma ha un fisico normale: ha guadagnato 11 centimetri in altezza e 16 chilogrammi di peso.

Zico e il Flamengo: nascita di un simbolo

Fece il suo esordio nel calcio professionistico nel 1967 con la maglia del Flamengo, Poi, pian piano, la rivelazione:

con i Mengao vince 4 campionati brasiliani, la Libertadores ’81, l’Intercontinentale ’81—dove viene eletto miglior giocatore—e segna oltre 300 gol.

Diventa due volte Bola de Ouro, vale a dire “Miglior giocatore brasiliano”,  tre volte Calciatore sudamericano dell’anno, e soprattutto: diventa Zico. Il simbolo.

L’Udinese e la scelta controcorrente

A 30 anni però, dopo aver vinto tutto, l’idolo del Maracanà ha voglia di una nuova sfida, approdando in un calcio diverso da quello brasiliano: il campionato italiano, all’epoca il miglior campionato del mondo. Ma non va alla Juventus, non va al Milan, non va all’Inter.

Va all’Udinese. Una scelta inconsueta per un talento che vuole emergere nel calcio che conta. Nonostante ciò, nulla cambierà: la sua leggenda si consolida.  19 gol in 24 partite nella stagione 1983/1984, un record per uno straniero nell’anno dell’esordio in Serie A. E ripeto: con la maglia dell’Udinese.

Perché Zico non voleva essere “uno dei tanti campioni”.

Zico voleva essere Zico. Gli altri sono gli altri.

Iran-Usa

Iran-USA 1998: la partita che valeva più di un Mondiale

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Iran-USA non è mai stata una semplice partita. Nel giugno del 1998, a Lione, due nazioni che non si parlavano da vent’anni si sono ritrovate faccia a faccia su un campo di calcio. Niente ambasciate, niente dialogo diplomatico — solo undici uomini contro undici. Quello che andò in scena quel giorno fu qualcosa di più grande del calcio: una sfida simbolica, carica di tensione e, paradossalmente, di umanità.

Avversari temibili, dentro e fuori dal campo

A fine anni ’90 il calcio iraniano sembra vivere una fase che possiamo definire, relativamente, positiva: per la seconda volta nella sua storia la selezione iraniana si qualifica alla fase a gironi della Coppa del Mondo.

Il girone non è semplice, sia a livello sportivo che geopolitico: l’Iran dovrà affrontare Jugoslavia e Germania, due nazionali tra le più forti e strutturate del panorama mondiale, e dulcis in fundo: gli Stati Uniti.

Gli USA del 1998: una minaccia solo apparente

Sul piano puramente calcistico, va detto, gli USA non rappresentano una minaccia di primo livello: nel 1998 il calcio statunitense è ancora lontano dagli standard attuali. E la nazionale americana può essere considerata, senza troppi giri di parole, una possibile “squadra materasso”. Oggi la situazione è profondamente diversa. La selezione statunitense è sicuramente più competitiva.

Il calcio non è mai solo calcio

Tuttavia uno scontro tra Iran e USA, anche solo sportivo, è sempre carico di tensione geopolitica. Queste due nazioni non avevano relazioni diplomatiche da più di 20 anni. Perché, ricordatevi: il calcio non è mai solo calcio.

Fiori e abbracci prima del calcio d’inizio

La vigilia di questa partita fu vissuta con particolare eccitazione da entrambe le parti, per le molte implicazioni politiche legate alle posizioni dei due paesi dopo la Rivoluzione in Iran. Ciononostante, in un atto di esclusione dallo sport di ogni forma di odio o politica, a pochi minuti dall’inizio della partita entrambe le squadre si fecero ritrarre mentre si abbracciavano e si scambiavano doni e fiori in segno di amicizia.

Due sconfitte al primo turno, tutto da giocare

Stati Uniti e Iran si affrontano nel secondo turno della fase a gironi, dopo due sconfitte di entrambe al primo turno da parte dalle nazionali favorite per la qualificazione alla fase a eliminazione diretta: la Jugoslavia di Mihajlović e Stojković, e la Germania di Matthäus, Bierhoff e Klinsmann. Solo per dirne alcuni.

Ali Daei: il gigante che sfidò il mondo

In questo contesto emergono due figure centrali della nazionale iraniana, protagonisti di quel Mondiale e, più in generale, della storia calcistica del Paese. Il primo è Ali Daei, autentica icona del calcio iraniano e uno dei più grandi giocatori asiatici di tutti i tempi.

I numeri parlano da soli: 109 gol in 148 presenze con la nazionale iraniana, che lo rendono il miglior marcatore all time dell’Iran e terzo miglior marcatore all time di una nazionale di calcio, alle spalle soltanto di titani assoluti: Lionel Messi e Cristiano Ronaldo. Un primato che, per anni, lo ha visto addirittura in testa alla classifica mondiale.

Un attaccante totale, con qualche rimpianto europeo

Daei era un attaccante completo: potente, veloce, ambidestro, dominante nel gioco aereo grazie ai suoi 192 cm di altezza, capace di reggere da solo il peso dell’attacco. Un profilo che, probabilmente, nel calcio moderno risulterebbe ancora più determinante.

Iran-USA
Ali Daei

Il suo percorso nei club europei, però, non fu altrettanto brillante: dopo un’ottima stagione all’Arminia Bielefeld nel 1997-98, che gli valse il trasferimento al Bayern Monaco, non riuscì mai a imporsi definitivamente, chiudendo la sua esperienza in Bundesliga con 19 gol complessivi in cinque stagioni. Nonostante ciò, il suo talento resta indiscutibile: la classe, come si dice, non è acqua.

Mahdavikia: il motorino che non si fermava mai

Accanto a lui c’è Mehdi Mahdavikia, altro leader tecnico della squadra. Esterno offensivo dotato di grande corsa, ottima tecnica e precisione nei cross, Mahdavikia collezionerà 110 presenze con la nazionale iraniana, entrando stabilmente tra i giocatori più rappresentativi di sempre.

Dodici stagioni in Bundesliga: più continuo di Daei

Anche per lui la carriera europea si svolge principalmente in Germania, dove trascorrerà ben dodici stagioni in Bundesliga con le maglie di Bochum, Amburgo ed Eintracht Francoforte. Meno “icona” di Daei, ma più continuo e meglio adattato al calcio europeo. Tutto questo serve a chiarire un punto: l’Iran del 1998 non è una comparsa. È una nazionale con identità, con giocatori di qualità e con una forte motivazione.

Estili e Mahdavikia: i gol che fecero la storia

I pronostici della vigilia non vengono smentiti. Nel secondo turno del girone, l’Iran batte gli Stati Uniti per 2-1. A sbloccare la partita è Hamid Estili al 40′, con un gol destinato a entrare nella storia del calcio iraniano. Nel secondo tempo proprio Mehdi Mahdavikia raddoppia al 79′, sfruttando una ripartenza letale. Gli USA accorciano le distanze solo all’87’ con Brian McBride, ma il risultato non cambia.

Madhavikia esulta

L’Iran conquista tre punti storici, eliminando di fatto gli americani dal Mondiale. Una vittoria che, al di là del valore sportivo, assume un significato enorme sul piano simbolico: una piccola rivincita per gli iraniani contro un Paese percepito come nemico storico su più livelli, non solo geopolitici.

La classifica sorride, ma la Germania aspetta

A rendere il tutto ancora più interessante è il pareggio per 2-2 tra Germania e Jugoslavia nell’altra partita del girone: la classifica vede così tedeschi e slavi a quota 4 punti, con l’Iran subito dietro a 3. Il destino dei persiani dipenderà dal prossimo turno contro la Germania.

Davide non batte Golia: il Mondiale finisce qui

Il calcio tante volte sorprende, ribaltando le aspettative, con la solita metafora di Davide che batte Golia. Tuttavia, questa volta non sarà così: la Germania prevarrà sull’Iran 2-0, grazie ai gol di Bierhoff e Klinsmann, confermando la propria superiorità tecnica e fisica.

Con il terzo turno si chiude dunque il Mondiale di Francia 1998 sia per l’Iran sia per gli Stati Uniti. Entrambe le nazionali escono nella fase a gironi, sconfitte da Germania e Jugoslavia. L’Iran lascia però il torneo con una vittoria storica, prestazioni dignitose e la consapevolezza di poter competere, almeno a tratti, contro avversari più blasonati.

Un segno che va oltre il risultato finale

Per il calcio iraniano, quel Mondiale non è solo un’eliminazione, ma un punto di riferimento: una conferma del proprio valore e un momento fondativo dell’identità moderna della nazionale. Una dimostrazione concreta che, anche lontano dai riflettori europei, esistono storie, talenti e partite capaci di lasciare un segno che va ben oltre il risultato finale.

Bayern Monaco vs Dinamo Dresda 1973: quando il calcio attraversò la Cortina di Ferro

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Nel 1973, agli ottavi di finale della Coppa dei Campioni, avviene un evento storico: la prima volta che una squadra della Germania Ovest affronta una dell’Est in una competizione europea. Bayern Monaco vs Dinamo Dresda.

Le due squadre: stelle del calcio e orgoglio di regime

Il Bayern Monaco, dominatore della Bundesliga Ovest (si, già allora i bavaresi dominano, ma solo in una parte della Germania) con stelle come Gerd Müller, Franz Beckenbauer (per dirne due) e la Dinamo Dresda, forte della DDR Oberliga e legata all’apparato di sicurezza della Germania Est.

La partita d’andata si gioca a Monaco di Baviera il 24 ottobre 1973. Il Bayern, nettamente più forte sulla carta e guidato dai suoi fuoriclasse, ottiene un vantaggio importante ma non decisivo: vince 4-3 dopo una gara molto intensa.

Dresda resiste: tre gol da squadra vera

Müller e compagni, pur favoriti, faticano molto contro una Dinamo Dresda capace di segnare tre gol importanti fuori casa, dimostrando di essere una squadra competitiva, compatta e pronta a combattere fino all’ultimo sangue contro una squadra dell’Ovest.

Il ritorno si gioca il 7 novembre 1973 a Dresda. Anche qui, il match risulta equilibrato e combattuto. La partita finisce in parità: 3-3. Il Bayern, in virtù dell’andata, passa al turno successivo, eliminando il Dresda.

L’inizio di una dinastia: la Coppa dei Campioni 1974

Il club della Germania Ovest elimina un club della Germania dell’Est. Questa vittoria segna l’inizio di un percorso trionfale per i bavaresi, che pochi mesi più tardi conquisteranno la Coppa dei Campioni 1973-74, la prima della loro storia.

Motivo per cui ancora oggi Gerd Müller e Beckenbauer vivono una sorta di immortalità. Due nomi, due leggende, che noi appassionati di calcio non possiamo mai dimenticare.

Oltre il campo: le difficoltà logistiche della Guerra Fredda

Questi due match si distinguono però, non solo per i protagonisti e la tensione sul campo, ma anche per le difficoltà logistiche legate agli spostamenti dei tifosi e alla gestione della sicurezza, tipiche delle partite tra Est e Ovest durante la Guerra Fredda.

Mille tifosi selezionati: la paura dell’influenza occidentale

La DDR temeva l’influenza occidentale sui propri cittadini, e indovinate? Circa 1.000 tifosi dresdesi vengono selezionati per il viaggio a Monaco, evitando che chi avesse parenti nella Germania dell’Ovest potesse partecipare.

Le autorità – con agenti della Stasi e “collaboratori non ufficiali” – sorvegliano ogni movimento dei tifosi e li tengono isolati fino all’ingresso allo stadio.

Stampa occidentale: fuori fino all’ultimo momento

Al ritorno a Dresda, la DDR impone rigide restrizioni d’ingresso alla stampa occidentale, permettendo ai giornalisti di entrare solo il giorno stesso della partita per via di “hotel pieni” — una scusa più che altro politica. Una dimostrazione del fatto come anche una semplice partita di calcio nasconde tanto altro.

Tre cerchi di sicurezza: lo stadio come fortezza

Il controllo delle autorità è totale attorno allo stadio: tre cerchie di sicurezza, aree di quarantena per residenti e separazione rigida tra tifosi occidentali e locali. Retroscena pre-partita che connotano il contesto politico dell’Europa in piena Guerra Fredda.

Il Bayern non si fida: cibo da casa e notte a Hof

La squadra bavarese, temendo interferenze o problemi alimentari come quelli che alcuni giocatori occidentali avevano denunciato in tornei giovanili nella DDR anni prima, decide di non pernottare a Dresda ma di fermarsi oltre 180 km di distanza a Hof, viaggiando verso il luogo della partita la mattina stessa con il proprio cibo.


La Stasi anche nelle riunioni tattiche del Bayern

Questa decisione genera dissapori e quasi un reclamo ufficiale da parte della Dinamo contro il Bayern, ma la situazione viene infine compresa e accettata. E i servizi segreti DDR si mettono addirittura a controllare e spiare le sale in cui il Bayern teneva riunioni tattiche, ottenendo informazioni sugli schemi della squadra.

Beckenbauer ricorda: “Un’atmosfera piuttosto cupa”

Franz Beckenbauer, anni dopo, descriverà l’atmosfera di Dresda come “piuttosto cupa, con molti poliziotti e poca apertura verso l’esterno”, data la massiccia presenza di Volkspolizei e agenti della Stasi attorno alla squadra e all’hotel.


Calcio e Guerra Fredda: ogni gol aveva un peso simbolico

Due partite, quindi, due città, ma soprattutto una storia con sport e politica intrecciati: il calcio come microcosmo della Guerra Fredda, dove ogni gol ha un peso simbolico, e ogni spostamento, un significato politico.

Bosnia-Italia 1996: quando il calcio tornò a Sarajevo

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Bosnia-Italia non era solo un’amichevole. Era un segnale. Era il 6 novembre 1996 e Sarajevo stava ancora raccogliendo i pezzi di una guerra che aveva lasciato 12.000 morti e una città in macerie. Eppure quella sera, allo stadio Koševo, il calcio tornò a fare quello che sa fare meglio: unire, far dimenticare, far sperare. Per novanta minuti, una nazione intera si fermò a guardare. E vinse.

Il calcio bosniaco prima della guerra

Anche prima del conflitto, il calcio bosniaco aveva le sue storie: giocatori legati alla città come Želimir Vidović, star del FK Sarajevo negli anni ’70 e ’80. Vidović morì durante l’assedio di Sarajevo mentre trasportava feriti verso gli ospedali, diventando un simbolo tragico della guerra stessa.

Sarajevo, 6 novembre 1996

Due anni dopo la fine del conflitto, si gioca una partita storica: un’amichevole internazionale tra Bosnia-Erzegovina e Italia. Si gioca allo stadio Koševo di Sarajevo, una città ancora segnata dai rumori della guerra e dalle ferite della distruzione.

Il ritorno alla normalità

Per la Bosnia sarà una delle prime gare ufficiali all’interno del proprio territorio, un segno di ritorno alla normalità dopo anni di bombardamenti. L’Italia si presenta a Sarajevo, una città che in quattro anni ha contato almeno 12.000 morti e 50.000 feriti.

Gli azzurri, vice-campioni del mondo in carica, vantano alcuni dei migliori giocatori al mondo e sono guidati da uno degli allenatori più influenti dell’ultimo decennio: Arrigo Sacchi.

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Salihamidžić ed Enrico Chiesa: due storie italiane

La partita si concluderà 2-1 per la Bosnia. I primi due gol hanno la firma di due giocatori che hanno vissuto il nostro calcio: Hasan Salihamidžić, ex Bayern e Juventus, porta in vantaggio i bosniaci al 5′. Cinque minuti dopo risponde Enrico Chiesa, padre di Federico, che Fabio Capello definiva un mix tra Paolo Rossi e Gigi Riva.

Chi era Brazzo Salihamidžić

Brazzo — soprannome bosniaco che significa “fratello” — era il giocatore più promettente di quella Bosnia. Aveva lasciato Sarajevo con la famiglia a soli 15 anni. I suoi 9 anni al Bayern Monaco avrebbero poi parlato da soli.

Per la prima volta la nazionale della Bosnia-Erzegovina vince davanti al proprio pubblico una partita riconosciuta dalla FIFA: 2-1 contro i vice-campioni del mondo. Per qualche ora i bosniaci poterono dimenticare la difficile ricostruzione del Paese.

Elvir Bolić: il gol della storia

Il gol decisivo porta la firma di Elvir Bolić, che sigla il 2-1 al 43′. Bolić è la stella della Bosnia: a 20 anni aveva lasciato lo Čelik Zenica per la Stella Rossa di Belgrado, ma la guerra lo aveva costretto a fuggire in Turchia. A 25 anni era già fuori dal grande calcio europeo. Un talento spezzato dal conflitto.

L’ultima partita di Sacchi

Questa vittoria è storica anche per l’Italia: si tratta dell’ultima partita di Arrigo Sacchi da commissario tecnico azzurro. Il CT spiegò che giocare a Sarajevo significava aiutare un paese a tornare alla normalità, e che questo gesto valeva più di qualsiasi risultato.

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Konjić: il capitano che aveva combattuto

In quella nazionale c’era anche chi la guerra l’aveva vissuta in prima persona. Muhamed Konjić, capitano e centrale difensivo, aveva combattuto nell’esercito bosniaco durante il conflitto. Era stato capitano anche nella primissima partita della Bosnia, appena nove giorni dopo la firma degli accordi di Dayton.

Džeko, Ibišević e una generazione segnata dalla guerra

La guerra segnerà profondamente anche i giovani bosniaci destinati a diventare protagonisti del calcio mondiale. Edin Džeko racconterà della sua infanzia a Sarajevo: senza cibo, nascosto dalle bombe, salvato dalla madre che un giorno gli impedì di andare al parco — bombardato poco dopo. Vedad Ibišević perde il padre durante il conflitto e fugge prima in Svizzera, poi negli Stati Uniti.

Zvjezdan Misimović, nato in Germania da genitori bosniaci, sceglie con orgoglio la maglia della Bosnia per onorare le radici di un popolo che aveva combattuto per la propria esistenza. E poi c’è Zlatan Ibrahimović, figlio di padre bosniaco e madre croata, fuggito in Svezia con la famiglia a causa della guerra. Un’infanzia che il campione svedese non ha mai dimenticato.

Le parole di Gianni Mura

A chiudere tutto, le parole scritte su La Repubblica da Gianni Mura all’indomani della partita: era difficile giocare al massimo a Sarajevo, dopo aver visto quello che c’era da vedere. Perché quando cominci a pensare, hai meno voglia di stendere un avversario che magari ha seppellito un parente in quella foresta di croci che incombeva sul campo.

Iemmello

Il nuovo Catanzaro di Aquilani

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Il successo del Catanzaro contro il Venezia è più di una vittoria: è un segnale di rinascita, di forza, di unità e identità. La squadra di Aquilani ha ritrovato fiducia, entusiasmo e consapevolezza dei propri mezzi. Nel cuore della battaglia il Catanzaro ritrova sé stesso. Con il calore e il sostegno della Curva Ovest la “Compagnia di Iemmello” lotta, crede e resiste: perché le aquile non si arrendono mai.

La compagnia di Iemmello

Il Catanzaro e il Signore degli Anelli possono avere qualcosa in comune? Si, ve lo spiego subito. Una parte di questa narrazione è contenuta anche nel settimo episodio di Espresso Cadetto, il podcast dedicato esclusivamente alla serie B (andate ad ascoltarlo).

Nel famosissimo romanzo di J. R. R. Tolkien, le aquile della Terra di Mezzo sono un segnale di liberazione (non a caso, salvano Gandalf e Frodo in due situazioni di pericolo). Sono sentinelle dotate di un’intelligenza molto sviluppata, con il compito di vigilare su alcune regioni della stessa Terra di Mezzo. Nell’ultimo film della saga kolossal di Peter Jackson vi infatti è una scena iconica dove Peregrino Tuc esulta esclamando: “Arrivano le aquile”.

Ora traslando la materia dalla letteratura/cinema al calcio in Serie B, che sarà così il nostro Arda (l’universo immaginario di Tolkien) per intenderci, le aquile diventano componenti della Compagnia di Iemmello. L’anello per Tolkien è il filo conduttore di tutto il suo mondo: quello che tutti vorrebbero possedere e controllare per la sua potenza, vale a dire il dominio su ogni cosa per mezzo dell’invisibilità.

Iemmello per il Catanzaro è questo: è il suo bomber, il suo capitano e il suo Re, il più ricercato dai suoi compagni. Perché sempre attorno all’attaccante giallorosso questa squadra diventa sicura, forte, imprevedibile. Ed è anche il più ricercato dagli avversari, per poter placare ovviamente la sua forza offensiva. Ok, ora posso dirlo: Il ritorno del Re. Re Pietro può ricoprire entrambi i ruoli, concediamoglielo. Un messaggio per i difensori della Serie B? Un Iemmello per domarli, un Iemmello per trovarli, un Iemmello per ghermirli, e nel buio incatenarli”. Non a caso il gol che sblocca l’incontro contro il Venezia ha la sua firma.

Rispoli e Favasuli al pari di Gimli e Legolas

Fabio Rispoli e Costantino Favasuli sono stati indubbiamente i migliori del Catanzaro nell’ultima vittoria contro il Venezia. Una mezz’ala e un esterno che hanno infastidito più volte la mediana e la retroguardia dei lagunari.

Rispoli possiede tecnica, corsa, aggressività e imprevedibilità. Un po’ come Gimli nel Signore degli Anelli. Si, perché i suoi 169 cm di statura non impauriscono, ma si tratta di sola apparenza. Grinta, cuore e umiltà sono i suoi principali tratti distintivi come Gimli. Ci sarà un motivo se Cesc Fabregas ha dichiarato pubblicamente di monitorarlo a distanza, con l’intenzione di farlo rientrare alla base a fine stagione.

Favasuli è il Legolas di turno. L’esterno tutto fascia che lotta su ogni pallone, trasmettendo “garra” a tutti i suoi compagni. L’emblema della lotta. In campo sembra essere dotato di un’energia irrefrenabile, mostrando anche lui un’umiltà fuori dal comune. Si comporta come un veterano giallorosso, come se la piazza catanzarese gli appartenesse da sempre. Possiamo definirlo il vero erede di Mario Situm? Forse sì, ma valutiamolo con maggiore cautela, come fatto finora. Ogni partita per lui è come se fosse la battaglia più importante (vedi prestazione e gol nella vittoria esterna del Catanzaro a Mantova), quella volta a definire il destino finale di sé e di tutta la squadra. Favasuli ha recepito più di tutti uno dei principali cori della curva catanzarese: “Noi vogliamo gente che lotta!”.

Una nuova era

Un film diretto da Alberto Aquilani e prodotto da Floriano Noto. E le Due Torri? Una è sicuramente Mathias Antonini, ormai leader indiscusso della difesa giallorossa. Una garanzia assoluta: il generale difensivo che guida il reparto a respingere gli invasori d’area di rigore di Pigliacelli. E farlo egregiamente contro Palermo e Venezia non è da tutti. Gandalf? Ovviamente Alphadjo Cissé. Inutile parlare delle sue qualità. Rintracciare un suo hater è come cercare un ateo in chiesa.

Confronto con la stagione 2024/25: PRECISIONE E AGGRESSIONE

Non si può fare un vero e proprio confronto diretto, poiché ci sono ancora 27 partite da giocare. Analizziamo giusto alcuni numeri: su tutti i 6 gol nelle ultime 3 partite. Forse la fase offensiva può ritenersi un livello definitivamente sbloccato nel gioco di Alberto Aquilani. Infatti le grandi occasioni a partite (1.9) sono maggiori rispetto al Catanzaro della scorsa stagione (1.5), così come i tiri totali in partita (13,5 ora, 11, 5 la scorsa annata).

Precisione e aggressione sono le parole chiavi che riassumono i prossimi dati: i giallorossi attuali hanno una percentuale di precisione nei passaggi corti (83,3 %) e lunghi (39,6%) leggermente minore rispetto allo scorso anno (84,8 % quelli corti e 47, 3% quelli lunghi). Logicamente il possesso palla perso a partita di quest’anno (119,6 vs 113,6) sarà maggiore. Un calo di precisione tatticamente prevedibile a causa dell’assenza di Marco Pompetti e del minor minutaggio di Jacopo Petriccione. Un dato che ha sicuramente allarmato Aquilani nelle prime 8 partite stagionali? Gli errori che hanno portato a subire gol: 4 contro i 13 totali dello scorso anno.

E aggressione? Perché il Catanzaro attuale vince più contrasti a partita (53,6% vs 52,3%) ,più duelli a terra (54,7% vs 52, 2%) e più duelli aerei (15,8 vs 13,6).

“Comincia una nuova battaglia, ragazzo nessuna pietà”

In questa compagnia di Iemmello, il ruolo di Aragorn non possiamo non attribuirlo al guerriero più forte dello stadio Ceravolo: la Curva Ovest “Massimo Capraro”. Al pari di Aragorn, che incita i proprio guerrieri a resistere contro gli invasori, l’esercito dell’oscuro signore Sauron, uno dei principali cori giallorossi intona così: “Comincia una nuova battaglia, ragazzo nessuna pietà…”.

Dopo l’ultima sconfitta contro il Padova, il Catanzaro ha saputo rialzarsi insieme alla sua gente, conquistando una sorta di redenzione e salvandosi da una situazione di pericolo — proprio come le aquile ne Il Signore degli Anelli. Un altro classico esempio di come, nella vita, bisogna continuare a lavorare, lottare, incitare e credere, anche quando i pronostici non sono a proprio favore. Il Catanzaro ha ritrovato la sua forza nella lotta. Perché per squadra, ultras e città non conta solo la vittoria, conta combattere insieme.

Catanzaro
Curva Ovest Massimo Capraro. Credits: Facebook Us Catanzaro 1929

L’immagine in evidenza è di facebook Us Catanzaro 1929

Pasolini e il calcio: tra lingua, poesia e rito

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Pasolini scrive molti articoli sul calcio negli anni ’60-’70, perché ne è un grande appassionato. La famosa analisi semiologica del gioco definisce il calcio come un linguaggio universale.

Attenti, non un linguaggio tecnico classico, come accade con le parole “contropiede”, “terzino”, “pressing, “tikitaka”, e via dicendo. No. Il calcio è una lingua che possiede una sua grammatica, una sintassi, e che genera poesia.

La semiologia del calcio

Pasolini in uno dei suoi articoli più famosi afferma anche: «Il calcio è un sistema di segni, cioè un linguaggio.» Quindi applica al calcio la semiologia, la disciplina che studia appunto i segni e i linguaggi.

E Pasolini lo sa bene, perché non guarda il calcio soltanto come un appassionato. Lo gioca e lo vive.

Lo fa spesso, soprattutto nei campetti delle borgate romane. Gioca con ragazzi dei quartieri popolari, gli stessi giovani che diventano protagonisti dei suoi romanzi e dei suoi film.

Identità rossoblù e vita vissuta

Il calcio lo tiene lontano dai salotti intellettuali. Pasolini è profondamente legato alla sua città natale ed è un grande tifoso del Bologna. La squadra rossoblù rappresenta per lui un pezzo di identità. Anche quando vive a Roma continua a seguirla e a parlarne con gli amici. Il legame tra Pier Paolo e Bologna rimane forte in per tutta la vita.

Giocatori come parole di un testo

Per lui però il calcio è più di un passatempo: è «un linguaggio con i suoi poeti e prosatori.» Una partita è un testo da scrivere. I giocatori sono parole, i passaggi la sintassi e l’azione una frase sul campo. Per l’autore bolognese una partita diventa un testo da scrivere. Il calcio ha infatti una sua grammatica. Ogni squadra costruisce frasi con i passaggi, perché i movimenti in campo, così come le frasi, sono legami tra più persone, mezzi di comunicazione.  

I giocatori sono le parole. I passaggi, la sintassi. E l’azione, una frase che prende forma sul campo. Negli anni Settanta arriva persino a scrivere una vera teoria del calcio.

Pasolini

Calcio in prosa e calcio in poesia

Negli anni ’70 teorizza: il calcio europeo, geometrico, è “prosa”; quello sudamericano, creativo, è “poesia”. Dice anche che «Nel calcio ci sono dei momenti esclusivamente poetici: i momenti dei goal.» Gesti unici, imprevedibili, irripetibili. «Ogni goal è sempre un’invenzione, una sovversione del codice.»

Ed è proprio qui che il calcio diventa qualcosa di più di uno sport. Diventa un rito.

Un rito laico, l’ultima rappresentazione sacra

«Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”.

In un mondo moderno che perde sempre più rituali collettivi, lo stadio, secondo Pier Paolo Pasolini rimane uno dei pochi luoghi dove migliaia di persone condividono la stessa emozione.

Un rito laico, un teatro popolare. E forse è proprio per questo che uno dei più grandi autori del ‘900 continua a giocare a pallone anche da adulto.

Non per nostalgia, ma perché nel calcio (collegando tutto quello detto finora) vede qualcosa che la cultura ufficiale spesso dimentica: la bellezza spontanea della vita popolare.

Questo sua visione, così particolare, ma così profonda è uno dei principali motivi per cui il mondo non dimenticherà mai Pier Paolo Pasolini. 

Pasolini
Barcellona

La nascita dei marziani blaugrana

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21 Settembre 2008: il nuovo Barcellona di Pep Guardiola deve riscattarsi dopo un inizio di stagione abbastanza deludente (1 punto nelle prime due giornate di Liga).

I blaugrana affrontano in trasferta lo Sporting Gijon allo stadio El Molinon. Concentrazione, ma anche molta tensione, traspare da Pep Guardiola e i suoi ragazzi. Ma la paura e l’ossessione per la vittoria producono una lezione di calcio indimenticabile. Risultato finale? 1-6 per il Barcellona.

Perché vi racconto questa storia? Perché dopo quel 21 Settembre di 17 anni fa, Pep Guardiola ha rivoluzionato uno sport così globale e così controverso come il calcio.

Dopo quella serata, il Barcellona metterà insieme 19 vittorie e 2 pareggi nelle successive 21 partite. Una striscia infinita di imbattibilità, a causa di cui giornali, televisioni e siti internet cominceranno a raccontare il calcio del Barcellona con strumenti e artifici mai adoperati prima per nessun’altra squadra.

Nell’Ottobre del 2008, Miguel Serrano (firma di Marca, quotidiano madrileno piuttosto vicino al Real) dichiarerà: “Se adesso fossi un ragazzino, mio padre dovrebbe fare un gran lavoro per convincermi a non tifare Barcellona: vederli giocare è semplicemente magnifico.”

E Sid Lowe scriverà sul “Guardian” che “Il Pep Team sta conquistando le menti, i cuori e le partite con un calcio brillante, seducente.”

Mondiali 1978

Mondiali 1978: il trionfo argentino tra calcio e dittatura

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I Mondiali di Argentina 1978, un’edizione che molti storici e giornalisti chiamano ancora oggi il “Mondiale della vergogna”. Quando nel 1976 il paese cade sotto la dittatura nata dal colpo di Stato guidato da Videla, quell’evento sportivo diventa uno strumento politico potentissimo.

Calcio e dittatura: un connubio pericoloso

Il regime intuisce subito che il calcio – lo sport più popolare del paese – può servire a migliorare l’immagine internazionale dell’Argentina. Sarebbe perfetto mostrare al mondo un paese stabile e festoso mentre, nello stesso periodo, è in corso una delle grandi passioni del regime di Videla: l’eliminazione fisica dei dissidenti e di qualsiasi oppositore politico. I famosi desaparecidos, spariti tragicamente da un momento all’altro.

La Selección: una squadra fortissima

Dal punto di vista sportivo, l’Argentina arriva al torneo con una squadra davvero forte. La Selección non ha mai vinto un Mondiale: dopo la finale persa nella prima edizione del 1930 contro l’Uruguay, l’Albiceleste non è più riuscita a tornare nella partita calcistica più importante al mondo. Nel 1978 l’occasione è irripetibile e il torneo si gioca in casa.

Menotti: il ct progressista sotto la dittatura

La squadra è guidata dal commissario tecnico Menotti, una figura particolare: capelli lunghi, sigarette sempre accese, idee politiche dichiaratamente progressiste. In diverse interviste dirà che la squadra deve rappresentare il popolo argentino, non il regime. Dopo la fine della dittatura racconterà più volte di aver deciso di restare sulla panchina della nazionale per proteggere i giocatori e il progetto sportivo.

I campioni in campo: da Kempes a Fillol

Menotti costruisce una nazionale con grande identità tecnica. La rosa è infatti una delle più forti della storia del paese: è composta quasi interamente da giocatori che militavano nel campionato nazionale. Il capitano è il difensore Daniel Passarella, leader della squadra e uno dei pochi difensori dell’epoca con una notevole capacità realizzativa. In porta gioca Ubaldo Fillol, considerato uno dei migliori portieri del torneo. A centrocampo ci sono Osvaldo Ardiles e Américo Gallego, mentre in attacco il riferimento principale è Mario Kempes, centravanti del Valencia e unico convocato che gioca stabilmente in Europa.

L’esclusione eccellente: quel ragazzo di 17 anni

Tra le decisioni più discusse di Menotti c’è però un’esclusione famosa. Dalla lista dei convocati resta fuori un ragazzo di diciassette anni. Nessuno può sapere cosa succederà otto anni dopo. Il nome del ragazzo escluso è Diego Armando Maradona. Menotti spiega la scelta rivelando che Maradona è ancora troppo giovane per sopportare la pressione enorme di un Mondiale giocato in casa.

Mondiali 1978
Diego Armando Maradona e Cesar Menotti

La fase a gironi: Kempes a secco

Il torneo dell’Argentina comincia nel gruppo con Italia, Francia e Ungheria. La prima partita, contro l’Ungheria, finisce 2-1 per l’Argentina. La seconda, contro la Francia, termina ancora 2-1. In queste prime partite succede una cosa curiosa: Mario Kempes, l’attaccante più atteso, non segna nemmeno un gol.

Il blocco di Kempes e la svolta psicologica

Kempes racconterà anni dopo quel momento in diverse interviste: “Non segnavo e cominciavo a sentire la pressione. Menotti mi diceva di stare tranquillo, che il gol sarebbe arrivato.” Alcuni raccontano che Menotti gli suggerisca perfino di cambiare look per sbloccarsi psicologicamente. Sta di fatto che all’inizio del torneo l’attaccante porta barba e baffi, poi modifica il suo aspetto durante la competizione e cambia il suo rendimento in campo.

L’Italia vince il girone, l’Argentina passa seconda

La terza partita del girone è contro l’Italia, che vince 1-0 con un gol di Roberto Bettega e chiude il gruppo al primo posto. L’Argentina passa comunque il turno come seconda classificata.

Il secondo girone: formato insolito e Kempes si sblocca

Il Mondiale del 1978 ha una formula diversa da quella attuale. Non esistono semifinali: le otto squadre qualificate vengono divise in due nuovi gruppi e solo le prime classificate raggiungono la finale. L’Argentina finisce nel gruppo con Brasile, Polonia e Perù. Nella prima partita batte la Polonia 2-0 con una doppietta di Kempes: è il momento in cui l’attaccante finalmente si sblocca. La seconda partita è contro il Brasile e finisce 0-0.

La “Marmelada Peruana”: la partita più controversa

A questo punto il Mondiale dell’Argentina arriva al momento più controverso di tutto il torneo. Prima dell’ultima partita dell’Albiceleste, il Brasile batte la Polonia 3-1 e sale a cinque punti. La situazione è chiarissima: per andare in finale l’Argentina deve battere il Perù con almeno quattro gol di scarto.

Videla e Kissinger negli spogliatoi

Le due partite decisive non si giocano in contemporanea. Gli argentini scendono in campo conoscendo già il risultato dei rivali. Prima dell’inizio accade un episodio iconico: negli spogliatoi della squadra peruviana entrano il dittatore Videla e l’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger. Secondo il racconto di alcuni giocatori peruviani, i due salutano la squadra, ricordano i “buoni rapporti” tra le due nazioni e leggono un messaggio del presidente peruviano Francisco Morales Bermúdez.

6-0 e finale conquistata tra i sospetti

La partita finisce 6-0 per la Selección. Kempes segna due gol e l’Albiceleste supera il Brasile nella differenza reti qualificandosi per la finale a Buenos Aires. Negli anni successivi quella partita diventerà oggetto di polemiche e sospetti. A dieci giorni dalla fine dei Mondiali, Videla pubblica un decreto che concede un credito straordinario a fondo perduto alla Repubblica del Perù.

Le accuse e le smentite: ancora nessuna prova definitiva

Nel 2018 l’ex centrocampista José Velásquez dichiara che alcuni giocatori del Perù avrebbero favorito la vittoria argentina. Le accuse vengono respinte da altri calciatori, tra cui il portiere Ramón Quiroga: “Se mi fossi venduto la partita non potrei vivere in Perù. Invece vivo qui da più di quarant’anni.” Ancora oggi non esistono prove definitive, ma quella partita resta uno dei capitoli più discussi della storia dei Mondiali.

Mario Kempes

La finale contro l’Olanda: Kempes entra nella leggenda

La finale si gioca il 25 giugno 1978 allo stadio Monumental di Buenos Aires contro l’Olanda, già finalista nel 1974. In tribuna d’onore siedono Videla e i membri della giunta militare. La partita è molto tesa ed equilibrata. Kempes segna il primo gol, ma all’82’ l’Olanda pareggia con Dick Nanninga. Si va ai supplementari.

Argentina campione del mondo: trionfo e propaganda

Nel primo tempo supplementare Kempes segna ancora, dopo un’azione confusa in area. Poco dopo Daniel Bertoni realizza il terzo gol. L’Argentina vince 3-1 e conquista il primo titolo mondiale della sua storia. Kempes chiude il torneo con sei gol, capocannoniere assoluto. Il capitano Passarella riceve la Coppa del Mondo direttamente dalle mani di Videla: è esattamente l’immagine che il regime voleva.

Mondiali 1978

Il grande paradosso del 1978

Ed è proprio qui che sta il grande paradosso dei Mondiali del 1978: da una parte una squadra straordinaria che entra nella storia del calcio argentino e mondiale, dall’altra un torneo giocato mentre l’Argentina vive sotto una dittatura crudele, responsabile di repressioni e sparizioni. Il Mondiale del 1978 rimane così, ancora oggi, uno degli esempi più discussi del rapporto tra calcio e politica. Uno scheletro nell’armadio del calcio mondiale.

Iraq

Iraq 2007: quando il calcio unì un paese in guerra

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Nel 2007 l’Iraq non è solo una nazione in difficoltà, ma un territorio dilaniato da una guerra che sembra non lasciare scampo. In un contesto di autobombe, occupazioni straniere e divisioni interne tra sciiti e sunniti, il calcio è l’ultima cosa a cui pensare. Eppure la selezione calcistica irachena compie un’impresa indimenticabile.

Una guerra devastante

In quel periodo la nazionale non può allenarsi in Iraq per motivi di sicurezza: più volte il pullman della squadra è bersagliato dai colpi di arma da fuoco. Molti giocatori hanno perso familiari o amici nel conflitto.

A soli due mesi dall’inizio del torneo, la federazione irachena affida la panchina a Jorvan Vieira, ex giocatore di Vasco da Gama e Botafogo. Si ritrova a gestire uno spogliatoio che è lo specchio del paese: i giocatori appartengono a fazioni che si stanno combattendo ferocemente. Vieira racconterà di aver trovato una squadra dove i giocatori a stento si parlavano a tavola. Nella fazioni però c’è un filo conduttore: l’ansia e il dolore.

Lo spogliatoio come unico territorio neutrale

I calciatori decidono che lo spogliatoio della nazionale è l’unico territorio neutrale da rispettare tutti insieme. In quello spogliatoio emergono due figure che diventeranno leggendarie per il calcio iracheno: Younis Mahmoud, Il capitano e leader carismatico. Un attaccante potente, di etnia sunnita, che in quel torneo diventa pian piano il simbolo della resilienza irachena.Uno degli attaccanti asiatici più forti di sempre. 

Al suo fianco c’è Nashat Akram: Il “Maestro”. Un centrocampista sciita dotato di una visione di gioco stratosferica, abbinata a una notevole  qualità tecnica. Akram è l’architetto che trasforma il caos in manovre ragionate, dettando i tempi a una squadra che gioca con il cuore in gola.

Iraq

Fase ai gironi

Inserito nel Gruppo A, l’Iraq deve affrontare i padroni di casa della Thailandia, l’Australia (la grande favorita della competizione) e l’Oman.

Il 7 luglio a Bangkok arriva l’esordio contro la Thailandia. E l’esordio è durissimo: sotto una pioggia torrenziale e contro il calore del pubblico di casa, l’Iraq va sotto. La squadra irachena non molla però e al 32’ è il capitano, proprio Younis Mahmoud, a pareggiare i conti con un colpo di testa dei suoi. La partita finisce 1-1. Un punto prezioso, ma che non sembra predire una selezione capace di poter brillare nella competizione. Il 13 luglio a Bangkok però, arriva la svolta. L’Australia schiera i “Socceroos” della Premier League: Viduka, Kewell, Cahill. Una sfida non tanto attrattiva sulla carta,  tra professionisti affermati e una squadra che non ha nemmeno divise adeguate per allenamenti e partite. 

La partita è molto bella: al  22’, Nashat Akram segna l’1-0 con una punizione velenosa che inganna Schwarzer. L’Australia pareggia con Viduka, ma nel secondo tempo l’Iraq domina gli australiani: Hawar Mulla Mohammed segna il 2-1 al 60’ e il giovane Karrar Jassim chiude i conti all’86’ per uno storico 3-1. Una partita che ci fa capire come quella selezione irachena non è andata in Thailandia solo per partecipare. Il 16 Luglio, sempre a Bangkok la selezione di Vieira affronta l’Oman: agli iracheni basta un pareggio per passare il turno come primi. La partita è tesa e bloccata, ma la difesa dell’Iraq tiene. Finisce 0-0 i Leoni della Mesopotamia vincono così il girone, mentre la favorita Australia passa come seconda. Se i gironi hanno acceso una scintilla, quello che accade dai quarti in poi trasforma una squadra di calcio in un simbolo di sopravvivenza nazionale…

Quarti e semifinali, le partite clou

Il 21 luglio,ai quarti di finale l’Iraq affronta il Vietnam . È la partita della consapevolezza. Bastano solo due minuti al solito bomber, il capitano Younis Mahmoud per sbloccare il match con un tocco sottomisura su punizione di Nashat Akram. Al 65’, sempre il magnifico Mahmoud raddoppia con una punizione perfetta dai venti metri. L’Iraq vince 2-0 e vola in semifinale.

Ma la situazione è surreale negli spogliatoi, perché i giocatori non hanno fisioterapisti sufficienti e le maglie vengono lavate dagli atleti stessi. Poi il clima di tensione per ciò che accade a casa è costante. Il portiere Noor Sabri racconterà:

“Prima di ogni partita ci riunivamo e leggevamo i nomi delle vittime del giorno in Iraq. Giocavamo per dare loro un’ora di tregua, un’ora in cui non si sentissero esplosioni.”

Il 25 luglio successivo, a Kuala Lumpur, l’Iraq sfida i giganti della Corea del Sud. È una battaglia di 120 minuti che finisce 0-0 e quindi si va ai rigori. Lo stesso Noor Sabri diventa eroe: para il tiro decisivo di Yeom Ki-hun e l’Iraq vola in finale

Per Haider

Mentre i giocatori festeggiano la qualificazione alla finalissima, nel loro paese, a Baghdad si scatena però  l’inferno derivante dalla guerra: due autobombe esplodono tra i tifosi iracheni in festa nei quartieri di Mansour e Karrada. La festa diventa tragedia: 55 morti.

La squadra è devastata e nello spogliatoio regna giustamente il silenzio. Molti giocatori, tra cui il difensore Bassim Abbas, sono intenzionati a non giocare: “Come possiamo festeggiare mentre la nostra gente muore per colpa nostra, perché è scesa in strada a gioire per noi?”

A cambiare la storia tuttavia è l’appello di una madre, trasmesso dalla tv irachena Al-Fayhaa. Suo figlio di 12 anni, Haider, è morto in una delle esplosioni. Devastata dal dolore più grande per una persona, la donna si fa forza ed esclama:

“Mio figlio è un sacrificio per la nazionale. Vi prego, non tornate. Se tornerete senza la coppa, il sangue di mio figlio sarà stato vano. Vincete per Haider.”

I giocatori si riuniscono in una stanza d’albergo. Si guardano negli occhi e fanno un patto: non importa se sei sunnita, sciita o curdo, non conta la fazione, ora conta l’Iraq. Quella finale sarà l’ultima battaglia per il loro paese. Non c’è tempo per piangere, ma bisogna reagire e combattere. 

Il 29 luglio 2007, allo stadio Gelora Bung Karno di Giacarta, l’Iraq si trova davanti l’Arabia Saudita. Il “Brasile d’Asia”, inutile dire che sono più ricchi e organizzati, oltre che tecnicamente superiori. L’Iraq nel pre-partita sembra una squadra stanca e impaurita, che arriva vestita con una divisa nera in segno di lutto per le vittime degli attentati. I sauditi sono  favoriti  ma l’Iraq scende in campo con una furia agonistica mai vista.

Jorvan Vieira, l’allenatore, dà un’unica istruzione: “Non pensate alla tattica. Pensate alla madre di Haider.”

La finalissima: Mamhoud firma la storia

La partita è un monologo iracheno per intensità, perché l’Iraq corre il doppio, spinto da una forza invisibile, dal coraggio di mostrare a un popolo, che uniti, si può essere più forti della paura, della sofferenza e del massacro. Al minuto 72, accade la storia:

Hawar Mulla Mohammed batte un calcio d’angolo lungo, verso il secondo palo. Il portiere saudita calcola male l’uscita e Younis Mahmoud, Mahmoud, sempre lui,  ancora una volta lui, meravigliosamente, incredibilmente Mahmoud…(Massimo Marianella la racconterebbe così) Mahmoud  compie uno stacco imperioso, restando sospeso in aria per un tempo infinito, e schiaccia il pallone in rete.

Iraq

Il telecronista arabo urla: “Goooal! Il gol della pace! Il gol dell’unione!”

L’Iraq vince 1-0 contro l’Arabia Saudita. Al fischio finale, i giocatori non esultano perché molti crollano a terra in lacrime. Nashat Akram, l’uomo partita, dichiarerà anni dopo:

“Non era calcio. Era una missione di soccorso nazionale.”

Più forti del dolore

La vittoria del 2007 resta uno dei momenti più incredibili della storia dello sport mondiale.L’allenatore Jorvan Vieira si dimette dopo la finale, dichiarando:

“Ho finito il mio lavoro. Questi ragazzi hanno fatto qualcosa che nessun politico è riuscito a fare: unire un Paese distrutto.”

Younis Mahmoud sarà inserito nella lista del Pallone d’oro nel 2007, piazzandosi al 29º posto, risultando ancora oggi l’unico calciatore iracheno della storia a ricevere una candidatura per tale riconoscimento. È inoltre l’unico calciatore nella storia ad essere andato a segno in quattro fasi finali consecutive della Coppa d’Asia, per un totale di otto reti realizzate. Con 148 apparizioni è primatista di presenze nella nazionale irachena. E sempre nel 2007 ha ricevuto il premio internazionale Facchetti, assegnato dalla Gazzetta dello Sport a personaggi del mondo del calcio che si sono distinti per lealtà e correttezza sportiva. Younis Mahmoud ricopre ora ruoli di primo piano nella Federazione, agendo come ponte tra la generazione d’oro e i nuovi talenti.

Molti di quei campioni continueranno la carriera all’estero, ma resteranno  sempre “I Leoni della Mesopotamia”, uomini che hanno fatto la storia: per una notte,  la guerra si ferma con un pallone. Ancora oggi, quel 29 luglio 2007 è ricordato come il giorno in cui l’Iraq smette di essere un campo di battaglia per tornare a essere, semplicemente, una nazione.

Il seme della rinascita irachena

Quel trionfo diventa così il seme di una rinascita che trasforma radicalmente l’identità sportiva del Paese. Oggi, il calcio in Iraq non è più una distrazione dalla guerra, ma l’architettura su cui si poggia l’orgoglio di un intero popolo e la spinta pubblica e politica per dire basta.

Attualmente, dopo quasi 20 anni, l’Iraq vanta stadi modernissimi, come l’International Stadium di Bassora (soprannominato “Il tronco della palma”), capace di ospitare 65.000 spettatori. Una struttura che non è solo un capolavoro di architettura sportiva:è il simbolo di una radice che ha resistito alla tempesta e che ora svetta orgogliosa verso il cielo.Nel 2023 peraltro  l’Iraq ha ospitato e vinto la Coppa delle Nazioni del Golfo, un evento che segna il definitivo ritorno del calcio internazionale sul suolo iracheno. Vedere tifosi sauditi, kuwaitiani e qatarioti camminare per le strade di Bassora è la prova tangibile che la normalità, sognata nel 2007, è finalmente realtà. Questa è la storia di un paese che smette di essere cronaca di guerra per diventare il racconto orgoglioso di un popolo, che da quel giorno, sarà più unito e più forte.


Russell

Russell senza Mercedes: chi ingaggerà il pilota più intelligente della F1?

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La Formula 1 non smette mai di sorprendere, nemmeno fuori dalla pista. Mentre il Mondiale 2025 è ancora in corsa, il mercato piloti per il 2026 sta già riscrivendo gli equilibri del paddock. Il nome che tiene banco è quello di Max Verstappen, che sembra abbastanza vicino alla Mercedes. Ma la vera storia, quella che in pochi stanno raccontando, riguarda chi lascerebbe il posto libero: George Russell. Un pilota che, paradossalmente, potrebbe trasformare la sua uscita dalla casa di Brackley in uno scenario interessante per lui e le altre scuderie. Perché nel circus della F1, le rivoluzioni non nascono solo dalle vittorie, ma anche dai movimenti silenziosi nel mercato.

Il mercato piloti in F1 si sta scaldando attorno a un rumors molto forte: una trattativa ben avviata tra il campione del mondo in carica Max Verstappen e la Mercedes. Il pilota olandese sarebbe pronto a lasciare la Red Bull, accettando l’offerta di Toto Wolff per divenire la prima guida delle Frecce d’Argento.

Tralasciando pro e contro di questo eventuale matrimonio, se questo scenario dovesse concretizzarsi, George Russell sarà costretto a lasciare Brackley. Non a caso, il pilota britannico ha il contratto in scadenza a fine stagione.

Russell via dalla Mercedes: quali scuderie sono in corsa?

Chi potrebbe puntare sul pilota inglese? Alcune indiscrezioni parlano di un interessamento da parte di più scuderie, Aston Martin su tutte.

Russell dispone di un innegabile talento che, unito all’esperienza maturata in Mercedes al fianco di Wolff e Hamilton (fino al 2024), induce a definirlo un grande acquisto per qualunque scuderia. George non è solo talentuoso, ma anche pragmatico, razionale, equilibrato e maturo. Sa essere veloce quando serve — vedi la pole in Canada — e sa gestire l’auto durante ogni fase di gara.

Inoltre con il cambio regolamenti nel 2026, per mezzo di cui la Mercedes probabilmente tornerà a lottare per il titolo mondiale, lui diventerebbe un’ottima arma per provare a contrastare questo presunto vantaggio delle Frecce d’Argento. Russell potrebbe aiutare nello sviluppo del motore elettrico di qualsiasi vettura, specie se competitiva.

Certo, difficile farlo in pochissimo tempo. Perciò non possiamo smentire il fatto che Russell sarebbe una grande occasione di mercato per chiunque.

I manuali sulle strategie di guerra suggeriscono che non è importante quali armi possiedi, ma il modo in cui le utilizzi. Ovviamente se la Mercedes dovesse ingaggiare il campione del mondo in carica, agirebbe all’oscuro di George stesso.

Aston Martin, Red Bull e Ferrari: chi ha più bisogno di Russell?

Chiunque voglia impensierire Toto & Max nel 2026 dovrebbe ingaggiare subito Russell. Dovrebbe farlo l’Aston Martin, che avrà la prima vettura progettata al 100% da Adrian Newey, con Power Unit Mercedes appunto. Dovrebbe farlo la Red Bull, che anche senza Verstappen vorrà rimanere competitiva.

Russell

Da notare dunque il bicchiere mezzo pieno: l’eventuale passaggio di Verstappen in Mercedes sarebbe clamoroso, ma la possibilità di ingaggiare un pilota con questo potenziale come George Russell non sarebbe affatto una notizia negativa.

A Maranello? Al momento no. Ma se la Ferrari dovesse ripartire da un nuovo Team Principal e Leclerc dovesse decidere di lasciare, anche il Cavallino Rampante dovrebbe farci un pensierino. Soprattutto perché Hamilton e altri ingegneri con esperienze precedenti a Brackley — come Serra — lo conoscono molto bene.

Saldanha

Saldanha: folle e rivoluzionario

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Origini e biografia

Joao Saldanha nasce nel Rio Grande do Sul. A vent’anni è già leader studentesco e membro del Partito Comunista Brasiliano, del quale resterà membro per tutta la vita. Dopo la laurea in legge gira il mondo studiando giornalismo e seguendo il calcio. Inizia una breve carriera nel Botafogo, ma un grave infortunio alla caviglia lo ferma per sempre.

Botafogo

Appesi gli scarpini al chiodo, nel 1957 viene ingaggiato dal Botafogo come allenatore. Molti sono scettici: è un cronista, non un tecnico. Il Botafogo ha tra le sue fila tre eroi del Mondiale di Svezia: Garrincha, Didi e Nilton Santos.

Saldanha Sorprende tutti con il suo calcio offensivo e rivoluzionario. “Nessun calciatore è padrone di una zona del campo. E’ ora di andare oltre le posizioni fisse sul terreno di gioco”. … argomento di discussione anche ai giorni nostri.

Con questo spirito avanguardista Saldanha vince subito il Campionato Carioca con il club, adottando un  motto motivazionale per la sua squadra: “Chi non è il più forte, deve essere il migliore”. Un caso più unico che raro di un giornalista che diventa allenatore e conquista un titolo importante al primo anno. Un risultato che da solo basta a fare la storia.

Senza paura

 Il celebre scrittore brasiliano Nelson Rodrigues attribuisce a Saldanha il soprannome “João Sem Medo” (“Joao senza paura”) per il suo temperamento schietto e combattivo. Nel Botafogo ha a che fare con Garrincha, già talento straordinario ma non sempre disciplinato.

Saldanha lo difende pubblicamente dalle critiche, ma pretende rispetto tattico in campo. Un rapporto diretto, ma non conflittuale.

Vince il titolo di Rio alla prima stagione; nella seconda lo sfiora, chiudendo a pari punti con Flamengo e Vasco da Gama. Si va ai play-off e alla fine è il Vasco a spuntarla.

Tutto sembra andare per il meglio, ma quando la dirigenza del Botafogo decide di cedere Didi al Real Madrid, Saldanha, deluso dalla mancanza di ambizione del Club, si dimette e torna a lavorare come giornalista e radiocronista.

Saldanha

Dittatura e Castor De Andrade

Nel 1964 il Brasile cade sotto la dittatura militare. Saldanha non perde occasione per attaccare il governo. La sua adesione al Partito Comunista Brasiliano lo rende inviso al regime. Finisce in una lista nera e i suoi movimenti vengono controllati. Dopo il Mondiale del 1966, torna protagonista in patria con episodi che mettono in evidenza il suo carattere difficile e la sua tendenza allo scontro diretto.

Nel 1967 sta commentando in diretta tv la sfida decisiva per il campionato Carioca tra il Botafogo e il Bangu. Nonostante la vittoria del Botafogo per due reti ad una il comportamento del portiere del Botafogo Manga non convince Saldanha, che lo accusa in diretta di essere stato pagato da quel “biscazziere” di Castor de Andrade, un dirigente del Bangu, molto influente in Brasile per via della sua posizione finanziaria e politica, per far perdere i suoi.

Poco dopo queste dichiarazioni di Saldanha, Castor de Andrade fa letteralmente irruzione nello studio televisivo con alcuni dei suoi scagnozzi per “sistemare la cose con quel giornalista dalla lingua troppo lunga”.

Pare che siano armati ma Saldanha, tutt’altro che impaurito, inizia a lanciare oggetti contro de Andrade e i suoi uomini, con la trasmissione che viene opportunamente interrotta.

Senza filtri

Un altro che non accetta le parole di Saldanha (e non può essere altrimenti !) è proprio il portiere del Botafogo Manga.

“Che venga qua domani alla festa per il titolo a dirmele in faccia queste cose!” tuona il portiere da un programma radiofonico.

Saldanha si presenta puntuale alla festa ma non ha nessuna intenzione di ritrarre quanto affermato.

Sfodera la sua pistola e urla al portiere di farsi avanti.

“Vieni qui ragazzino che sistemiamo la cosa”. Qui le versioni sono discordanti.

C’è chi dice che poco prima dello sparo qualcuno riesca ad abbassargli la mano facendo in modo che il colpo finisca sul pavimento mentre altri affermano che in realtà è lo stesso Saldanha che spara un colpo verso l’alto per spaventare il portiere del Botafogo.

Quando viene richiesto il suo commento all’accaduto Joao Saldanha se la cava alla sua maniera: “Di sicuro non ho sparato per ucciderlo. Ma è altrettanto vero che non posso dire di aver sparato per non ucciderlo”.

CT della Selecao verdeoro


Insomma, nella vita di Saldanha non mancano i colpi di scena. Il più incredibile è quello del 1969 quando Havelange, presidente della Federcalcio brasiliana, convoca una conferenza per presentare il nuovo ct verdeoro.

Ci sono tutti i giornalisti, tra loro naturalmente Saldanha: Havelange si presenta e comunica a tutti che il nuovo ct è appunto… Joao Saldanha. Molto strano che in Brasile (una delle nazioni in cui il calcio ha valenza pari alla religione, ma ora governato da un regime fascista,) venga nominato CT un allenatore del genere, un giornalista molto schietto e comunista dichiarato.

Saldanha si alza, si siede al tavolo, spiega che vuole “undici bestie” e soprattutto comunica quella che sarà la rosa titolare del suo Brasile. Soprattutto, risolve il dilemma che aveva afflitto i suoi predecessori, “Pelè o Tostao”, facendoli giocare assieme, e con loro pure Jaizinho e Gerson gettando le basi per quella che probabilmente è stata la nazionale di calcio più forte di sempre.

Si dice che la confederazione brasiliana lo scelga anche nella speranza che un collega giornalista possa moderare le critiche della stampa alla squadra. Saldanha, da critico, diventa l’oggetto delle sue critiche, come un predatore che diventa la preda stessa. Ex giornalista diventato ct, a una conferenza stampa dice ironicamente:

 (“Io vi conosco.”)

Rivolto ai cronisti in conferenza stampa, sottolineando che sa perfettamente come funzioni il sistema mediatico.

Gioco e spettacolo

Con lui, il Brasile adotta un calcio offensivo e spettacolare. E infatti quel Brasile è letteralmente devastante: vince tutte le partite delle qualificazioni ai mondiali, vince le amichevoli, segna a raffica.

È noto per parlare francamente anche dei grandi giocatori. Saldanha è un critico acceso, non solo della dittatura ma anche di eccessivi esperimenti tattici o influenze esterne al calcio brasiliano ed è uno dei primi a proporre analisi profonde sul gioco come espressione nazionale. Durante le qualificazioni al Mondiale 1970 dichiara che: “Una buona squadra è quella che sa attaccare.” Il suo Brasile diventa immediatamente una macchina da gol. Incanta nelle qualificazioni e oltre ad un gioco veloce e offensivo i “verde-oro” ritrovano anche quella grinta clamorosamente venuta a mancare ai Mondiali d’Inghilterra del 1966, dove erano picchiati senza pietà (e soprattutto senza reagire).

Memorabile l’incontro giocato al Maracanà contro i campioni del Mondo dell’Inghilterra davanti ad oltre 130 mila spettatori.

Passati in svantaggio grazie ad un gol di Colin Bell i brasiliani prima falliscono un rigore con Carlos Alberto (parato dal grande Gordon Banks) ma poi rimontano nel finale grazie ai gol di Tostâo e Jairzinho.

Un segnale forte per una Nazionale che sta ritrovando le vecchie sensazioni e che si appresta ad affrontare le qualificazioni per il Mondiale messicano.

Qualificazioni che sono un successo completo quanto inatteso.

Sei vittorie in sei partite e la dimostrazione che “l’idea” di calcio di Saldanha è perfetta per i talenti di quel Brasile.

Scontro con Yustrich

“Giocano i migliori. E i calciatori intelligenti sanno coesistere”. Dopo l’ultima partita di quell’impeccabile girone di qualificazione (vinta uno a zero contro il Paraguay grazie ad un gol di Pelé) arrivano per Saldanha le inattese quanto dure critiche dell’allenatore del Flamengo Dorival Knippel, detto “Yustrich”.

Saldanha decide di risolvere la questione a modo suo.

Si presenta, come sempre brandendo il suo amato “ferrinho”, nell’albergo dove si trova la squadra del Flamengo cercando il tecnico del “Mengâo” in ogni anfratto.

“Dove ti nascondi bastardo?” lo sentono gridare.

Di “Yustrich” però non c’è traccia. Avvisato dell’arrivo di Saldanha aveva prudentemente lasciato l’albergo.

“Quanto rumore per nulla” dichiarerà successivamente Saldanha “era solo una visita di cortesia per poterci scambiare le nostre diverse opinioni …”.

Sì, possiamo dirlo: Saldanha non riesce a stare lontano dai guai.

Risposta sempre pronta

Nei suoi vari spostamenti in Europa Saldanha è  spesso ospite di trasmissioni televisive in diverse nazioni. Alcune sue dichiarazioni sono rimaste nella storia.

In Germania un giorno gli viene chiesto cosa pensava del genocidio perpetrato dal Governo brasiliano nei confronti degli Indios in Amazzonia. Lui con la risposta già pronta: “Avete ucciso più tedeschi voi in dieci minuti in una delle vostre guerre che il Brasile in quasi 500 anni di storia”.

In Inghilterra è ospite della BBC in un programma insieme a Sir Alf Ramsey, l’uomo che pochi anni prima aveva portato l’Inghilterra sul tetto del mondo calcistico.

Ad un certo punto Ramsey afferma che il problema per gli inglesi non saranno solo l’altura e il caldo messicano, ai futuri mondiali del 1970, ma saranno soprattutto gli arbitri e i guardalinee sudamericani “notoriamente poco onesti” afferma il tecnico inglese.

La risposta di Saldanha è fantastica. “Perché voi inglesi sareste onesti ?” chiede il Commissario Tecnico brasiliano a Ramsey.

“Assolutamente !” è la fiera risposta di Ramsey.

“Ah si ? e se siete così onesti a cosa si deve la fama di Scotland Yard ?”

A differenza della prassi degli allenatori, Saldanha dichiara apertamente la formazione titolare in conferenza stampa, senza misteri.

Afferma apertamente che il calcio non è una guerra segreta e che i giocatori devono assumersi pubblicamente le proprie responsabilità. Tuttavia, la sua gestione è caratterizzata anche da tensioni interne e prese di posizione forti: tanto nel calcio quanto nella sua opposizione alle ingerenze politiche.

Una battaglia mediatica e dialettica

Durante il suo periodo al comando della Nazionale brasiliana rilascia un’altra dichiarazione che non fa assolutamente piacere alla Giunta militare, dichiaratamente fascista e razzista.

“I neri sono perfetti per giocare a calcio. Hanno leggerezza, velocità, destrezza e inventiva. Potete parlarmi finché volete di Di Stefano o Puskas … non avranno mai la genialità di Pelé o Garrincha” aggiungendo un altrettanto geniale “è vero, non sono bravi nel nuoto. Ma solo perché nelle piscine non li fanno entrare”.

Il governo brasiliano comincia a non tollerare tali simpatie politiche. Contestualmente, il dittatore Medici inizia a imporre la convocazione di alcuni giocatori di sua preferenza , in particolare quella dell’attaccante Dadá Maravilha dell’Atletico Mineiro. Saldanha ovviamente non ci sta e risponde così:

«Chi sceglie i giocatori sono io, quando il presidente scelse i suoi ministri non chiese la mia opinione.»

Inoltre sorsero dei contrasti anche con il vice allenatore, che decide di rassegnare le  proprie dimissioni. A distanza di 406 giorni dalla nomina, João Havelange decide di esonerarlo dalla guida della squadra, il 17 marzo 1970.

Il lascito

La squadra che avrebbe poi vinto il Mondiale 1970 con Mário Zagallo era in larga parte quella costruita da Saldanha durante le qualificazioni. Molti storici del calcio brasiliano riconoscono che l’ossatura tecnica e la fiducia nel gruppo erano state create sotto la sua gestione.

Dopo l’esonero torna al giornalismo, continuando a commentare il calcio con la sua solita franchezza. Viaggia molto, partecipa a trasmissioni televisive in Europa, non perdendo mai il suo stile diretto e polemico.

Saldanha nell’estate del 1990 è a Roma, per seguire i Mondiali di calcio organizzati nel nostro Paese. E  come sempre in veste di inviato ma la sua salute è già seriamente compromessa.

I due pacchetti di sigarette giornalieri che fuma praticamente da sempre iniziano a presentare il conto. Il suo ultimo articolo sarà sulla semifinale tra Italia e Argentina del 3 luglio. Il giorno dopo verrà ricoverato per gravi problemi respiratori al Sant’Eugenio di Roma dove morirà otto giorni dopo, il 12 luglio a 73 anni.

João Saldanha in panchina è stato un paradosso vivente. Un uomo che veniva dalla parola scritta e finì per parlare con il campo. Saldanha allenatore non è stato longevo, non ha costruito una dinastia, non ha accumulato decine di trofei.

Ha fatto qualcosa di diverso: ha dimostrato che un’idea forte, se sostenuta con convinzione assoluta, può cambiare immediatamente il destino di una squadra, e non solo.  Uno che non entrava in panchina per adattarsi — ma per affermare una visione. E forse è questo il suo vero lascito: l’idea che nel calcio, come nella vita, il coraggio può essere una scelta tecnica.

Alonso

24 Giugno 2012: Alonso leggenda

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Una delle parole più usate nel mondo dello sport è “Incredibile”. E la storia che sto per raccontarvi è davvero incredibile. In momenti di totale emergenza e difficoltà chiunque prega il proprio Dio al fine di ottenere una benedizione. Il 24 Giugno 2012, durante l’edizione del Gp di Europa, precisamente a Valencia, Dio benedì i tifosi ferraristi, non speranzosi a causa dell’undicesima piazza da cui partiva Fernando Alonso, a causa di una disastrosa sessione di qualifiche. Dio (che ci crediate o no) decise di stravolgere tutto. Larry Bird disse: “Era Dio travestito da Michael Jordan”, quando MJ stesso fece 63 punti contro lui e i Boston Celtics nel 1986, segnando il record di punti nei playoff NBA. Traslando la citazione dal basket alla F1 sul 24 Giugno 2012 il mondo dei motori dovrebbe dire: “Era Dio travestito da Fernando Alonso”.

Mai sottovalutare Fernando Alonso

Chiariamo il contesto: 2012, campionato mondiale di F1, Lewis Hamilton è in testa alla classifica mondiale con due lunghezze di vantaggio su Fernando Alonso in Ferrari e tre lunghezze sul campione del mondo in carica Sebastian Vettel su Red Bull. Lo so, è passata una vita. Durante le qualifiche del Gp di Europa due dei tre piloti sopra citati, il tedesco e l’inglese, conquistano la prima fila (Vettel in pole) alla fine della Q3, alla quale Alonso nemmeno partecipa. L’asturiano partirà infatti dall’undicesima posizione, a seguito di gravi errori di valutazione da parte della scuderia di Maranello. Inutile illudersi: impossibile raggiungere Vettel e Hamilton perché impossibile fare tantissimi sorpassi in un circuito con 25 curve come quello di Valencia (per chi se lo ricorderà).

Questi sono i presupposti, ma Fernando Alonso non è il tipo che si arrende facilmente. Le difficoltà non lo destabilizzano, anzi lo motivano. E questa motivazione, stimolata pure dal fatto di gareggiare in Spagna, a casa sua, lo condurrà al trionfo. Procediamo però per gradi…

La gara più imprevedibile di sempre

Il pilota spagnolo mostra tutta la sua grinta e determinazione fin dai primi istanti di gara: recupera 3 piazze durante la partenza. Dopo pochi giri raggiunge la 7 posizione, superando Nico Hulkenberg in seguito a vari tentativi. La gara si accende subito dopo: un esordiente in F1 di nome Romain Grosjean supera il leader del mondiale Lewis Hamilton, prendendosi la seconda posizione. Un sorpasso stupendo da far vedere nelle F1 Academy. La gara diventa piena di sorpassi e di colpi di scena, nonostante i presupposti fossero ben diversi. Qualcosa che oggi sembra folle solo a pensarci, perché siamo abituati a una F1 molto monotona e meno competitiva rispetto al 2012, che indovinate? Nei primi 7 Gp stagionali precedenti a questo di Valencia che vi sto raccontando, ebbe 7 vincitori diversi. No, ripeto: non sono matto, vi sto riportando dati di fatto.

Quando il gioco si fa duro, Alonso inizia a giocare

Come vi stavo dicendo: la gara si fa infuocata, sorpassi belli e folli durante ogni giro. La follia però va ben dosata. Infatti Alonso e il suo team ai box adottano la strategia migliore: stint lungo di gomme provando l’overcut che approfitti del grande traffico creatosi tra il 4 e il 7 posto. Tralasciando dettagli e sorpassi vari, proprio grazie a questo overcut, il pilota spagnolo si ritrova al 4 posto, rimontando 7 posizioni in solo 22 giri. E il podio non è così lontano. Quello che sembra lontano è la vittoria, perché Vettel e Grosjean sembrano irraggiungibili. Sembrano!

Alonso
Fernando Alonso che sorpassa Paul Di Resta durante il Gp

Tanti duelli e tanti sorpassi in un circuito cittadino con 25 curve. Basta questo per far sottintendere che l’uscita della Safety Car a seguito di un incidente era quotata a 0,90 alla Snai. Ed è l’unica chance che possa permettere alla Ferrari di giocarsi la vittoria del Gran premio, anche perché i tempi di Fernando Alonso sono molto buoni, simili a quelli di Vettel che domina in pista.

Se questo è il volere di Dio

Giro 28/57, a metà gara il pronostico a bassa quota si verifica: contatto tra Kovalainen e Jean Eric Vergne. “Chi sono questi piloti?” Qualcuno si chiederà, ma ragazzi, archiviate l’era social e l’era power unit. La direzione di gara manda la safety car in pista. Se Dio dovesse manifestarsi nel mondo terreno per eseguire un suo volere, lo farebbe nelle condizioni a lui favorevoli. Altrimenti come mostrerebbe la sua egemonia sul mondo? E quella Safety Car era l’occasione giusta per poter stravolgere gli equilibri della gara, e anche del campionato mondiale. Perché dopo questo episodio, cambierà tutto.

E sapete qual è la cosa bella? Che Alonso non apprezzerebbe mai una tesi del genere, a causa del suo ateismo (il campione spagnolo si è dichiarato più volte ateo).

Non a caso Alonso era ugualmente uno dei piloti più veloci in pista. Si era reso autore di più sorpassi (tra cui su Schumacher e Webber), non sbagliando praticamente nulla. E nulla lo avrebbe fermato, così come nulla impedirebbe a Dio di eseguire le sue volontà. Ora i distacchi sono azzerati: tutti vanno ai box, usufruendo del regime di Safety Car. Alonso, Hamilton e Vettel compresi.

Colpi di scena infiniti

Tanti pit stop in contemporanea, motivo per cui sarà necessario essere più precisi e rapidi possibili. In queste situazione l’ansia e il panico può assalire alcuni meccanici, ed è quello che accade al team Mclaren, mentre esegue il pit stop di Lewis Hamilton. Una svista colossale durante il cambio gomme rallenta la sosta del campione britannico, permettendo a Fernando Alonso di sorpassarlo e conquistare così il terzo posto. Il campione spagnolo beneficia di un rapido e super pit stop dei meccanici Ferrari. Ora l’ordine di ripartenza con l’uscita della Safety Car sarà: Vettel, Grosjean e Alonso.

Now or never

Alonso studia bene Grosjean durante la Safety Car: resta attaccato alla vettura Lotus, per essere pronto a colpire al momento giusto, sfruttando magari la poca esperienza del pilota francese. Al momento della ripartenza sarà così: Alonso aggressivissimo come una belva che annusa la preda, affianca Grosjean e lo sorpassa. Un sorpasso bello e studiato nei minimi dettagli, che solo un pilota come Alonso può fare. Nulla può perciò impedire la vittoria, ma superare Vettel non sarà semplice.

Alla fine però non ci sarà bisogno di un sorpasso, perché pochi giri dopo, la gara avrà l’ennesimo colpo di scena, quello più devastante: la Red Bull di Sebastian Vettel, campione del mondo in carica (con quella vittoria sarebbe tornato leader della classifica mondiale), si ferma per problemi al motore! Alonso conquista così la leadership del Gran premio e della classifica mondiale. Incontenibile la gioia nel box Ferrari e sulle tribune, dove il popolo spagnolo esulta per l’insperata rimonta del proprio idolo nazionale.

Alonso passa e andrà sempre più veloce fino all’ultimo giro, trionfando in casa propria. Ottavia vittoria in Ferrari e 2 vittoria stagionale, ponendo fine al tabù di 7 vincitori diversi per ogni Gp: per la prima volta in quel campionato mondiale un pilota vincerà 2 gare. L’ennesima manifestazione di Dio che si impone anche sulle statistiche.

LA FORTUNA NON ESISTE

La fortuna non esiste. Esiste il momento in cui il talento incontra l’opportunità.”-Seneca

“Che botta di culo” potremmo dire. Certo, per trionfare in qualsiasi cosa, l’inerzia deve essere a tuo favore, ma spesso si dice che la fortuna aiuta gli audaci. E Alonso in quel Gp fu la massima espressione di audacia.

E se vogliamo dirla tutta, subordinare la grande rimonta del Samurai spagnolo al ritiro di Vettel è molto marginale. Senza il forfait del campione tedesco Alonso avrebbe lottato e vinto ugualmente la gara. Perché quel giorno Dio era con lui (anche se Fernando non ci crede). E se dobbiamo appellarci alla fortuna, ripensando a come andrà a finire quel mondiale, Fernando sarà l’ultimo da ritenere fortunato. Due incidenti clamorosi (non legati a suoi errori) permetteranno a Vettel di rimontare questo lo svantaggio accumulato da Alonso durante questo Gp di Europa. Ma questa è un’altra storia.

Alonso guadagnerà 25 punti sui due rivali in pista. Anche Hamilton si ritirerà dalla gara a causa di un contatto con Maldonado. Un altro episodio che conferma quanto la volontà divina sia stata nettamente a favore del Cavallino Rampante. E c’è di più: sul podio con Fernando, ci saranno Kimi Raikkonen su Lotus, l’ultimo campione del mondo a Maranello (che vinse proprio contro Alonso nel 2007) e Michael Schumacher (inutile definirlo) su Mercedes.

Una gara, un podio che mostra l’onnipotenza della Ferrari sul mondo delle corse: il passato (Schumacher e Raikkonen) il presente (Alonso) e il futuro (Alonso resterà in Ferrari e Kimi gareggierà al suo fianco nel 2014) della scuderia di Maranello. Quel giorno Dio travestito da Fernando Alonso ha dimostrato al mondo intero che, nonostante le insidie, la Ferrari rimane regina nel mondo dei motori, se competitiva. Questa storia insegna solo una cosa: dimostri e comprendi la tua forza solo dopo aver toccato il fondo.

Ora torniamo al presente: speriamo di poter rivivere trionfi simili nel più breve tempo possibile. Cerchiamo di rimanere pazienti ancora un po’. Perché a Maranello è da troppo tempo che si tocca il fondo.

Alonso
Zidane

Zinèdine Zidane: leggenda assoluta

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Zinèdine Zidane: un artista che abbinava la tecnica alla potenza fisica, dal cui connubio derivano solo capolavori.

Zidane era arte pura con i suoi gesti tecnici e i suoi gol. Vederlo giocare è come osservare Michelangelo che dipinge gli affreschi per la Cappella Sistina. La palla sembrava incollata al suo piede, come un boomerang che parte e torna dal suo padrone.

Le sue imprese:

 Un uomo che ha portato il suo paese per la prima volta a essere Campioni del Mondo nel 1998 in casa propria, dopo aver distrutto con una doppietta il Brasile Campione in carica.

La stessa Selecao che Zizou ha dominato durante i quarti di finale del 2006. Un giocatore che ha piegato la nazionale vincitrice di 5 coppe del mondo rappresentata da Ronaldo El fenomeno, Ronaldinho, Kakà, per dirne solo 3… La prestazione singolare di Zidane è stata forse una delle migliori che si sia mai vista nella storia del calcio. Dopo che hai sovrastato il Brasile in 2 edizioni diverse di Mondiali di calcio non puoi non essere qualcosa da tramandare nei secoli di generazione in generazione.

Mondiale 2006: la famosa testata

Quello stesso mondiale in cui Zizou ha disputato le sue ultime partite di una pittoresca carriera vincente. Tanti artisti hanno compiuto gesti estremi: Zinedine Zidane è stato autore di quella famosa testata a Marco Materazzi, sabotando la vittoria del Mondiale 2006, per fortuna di tutti gli italiani che ancora ringraziano.

“Rischia di rovinare una carriera con una testata indecente”- Fabio Caressa.

Eredità:

Le sue vittorie e le sue prestazioni sono state però troppo superlative per poterle piegare a un solo episodio negativo.

Zizou rimarrà sempre il punto di riferimento del calcio francese e mondiale. Una figura assoluta su cui nessuno discute.

“Lui è semplicemente il padrone. Metterei Zidane tra i cinque migliori giocatori della storia. Negli ultimi dieci anni non ce n’è stato un altro come lui”.

Blatter

Fifa Gate: Blatter e lo scandalo del calcio mondiale

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Alle sei di mattina del 27 maggio 2015, in un hotel di lusso a Zurigo, l’FBI arresta sei dirigenti FIFA mentre Sepp Blatter si prepara a essere rieletto presidente per la quinta volta. Da quel blitz si apre un vaso di Pandora che conferma alcuni sospetti vecchi di tredici anni, legati a un Mondiale che l’Italia non ha mai dimenticato: Corea-Giappone 2002.

L’arresto all’alba e la caduta di Blatter

Sono le sei di mattina del 27 maggio 2015 a Zurigo, al Baur au Lac — il più esclusivo hotel della città, sul lago, camere da tremila franchi a notte — quando gli agenti dell’FBI e della polizia federale svizzera entrano con un mandato e tirano fuori dal letto sei dirigenti FIFA per arrestarli. Si trovano lì per il Congresso delle elezioni presidenziali: il giorno dopo Sepp Blatter sarà rieletto presidente per la quinta volta.

Il settimo arrestato, Jack Warner, ex vicepresidente FIFA e per vent’anni tra i più potenti del calcio mondiale, si consegna volontariamente alla polizia di Trinidad e Tobago. In quello stesso periodo, Warner “traffica” con i diritti tv e, secondo le accuse, anche con i biglietti delle partite per centinaia di migliaia di dollari. Accusato di otto capi d’accusa tra frode e riciclaggio, un’inchiesta della BBC svelerà che ha sottratto circa 10 milioni di dollari di finanziamenti FIFA per uso personale.

Il sistema corrotto e le dimissioni improvvise

Aveva acquistato i diritti tv dei Mondiali 2010 e 2014 nei Caraibi al 5% del valore di mercato, per poi rivenderli realizzando profitti milionari. Gli Stati Uniti chiedono l’estradizione, e nel 2019 viene condannato in contumacia a versare 79 milioni di dollari di risarcimento alla Concacaf, la confederazione calcistica dell’America del Nord, del centro e dei Caraibi. Alla fine, la giustizia di Trinidad e Tobago rifiuterà l’estradizione; Warner vive ancora nel suo paese e non ha mai scontato realmente una pena.

Il Dipartimento di Giustizia americano, che coordina le indagini con l’FBI, parla chiaro: ci sono quarantasette capi d’accusa. Associazione a delinquere, frode telematica, riciclaggio di denaro e, scusate, servirebbero 3 ore per elencarli tutti. In poche parole: la massima federazione calcistica mondiale era diventata un sistema corrotto da almeno ventiquattro anni. Diritti televisivi, accordi di marketing, assegnazione dei Mondiali, cifre nell’ordine delle centinaia di milioni di dollari, se non miliardi, perché le cifre vere non le sapremo mai.

Sospetti italiani

Blatter viene rieletto lo stesso, il 29 maggio 2015. Ma nessuno esulta, perché questo nuovo mandato dura appena quattro giorni. Il 2 giugno successivo, nel giorno in cui nel nostro paese festeggiamo la nostra amata Repubblica, il presidentissimo Blatter annuncia le dimissioni. Diciassette anni di presidenza finiscono così, in un hotel di Zurigo, alle sei di mattina.

In Italia, quella stessa mattina, squillano i telefoni. I giornalisti chiamano Raffaele Ranucci — capo delegazione della Nazionale ai Mondiali del 2002. Ranucci risponde al Corriere dello Sport con una frase secca: “Io fui l’unico a dire subito che si trattava di una truffa. Carraro disse che avrebbe parlato, ma fui io l’unico a farlo. L’inchiesta americana dimostra che i nostri sospetti sul Mondiale del 2002 erano veri.”

Le parole di Ranucci e il caso Berlino 2006

Poi aggiunge: “Qui c’è una commistione tra economia, calcio e politica. Noi fummo mandati a casa, la Corea aveva il presidente federale candidato anche alla guida del Paese. La FIFA, se porta un Mondiale in certi paesi, ha interesse che la squadra locale vada avanti il più possibile, per le tv e per gli sponsor. E ricordiamoci anche di Blatter, che non ci venne a premiare a Berlino nel 2006.” Infatti a Berlino, il 9 Luglio 2006, l’Italia vince il suo quarto Mondiale (quando ci qualifichevamo) ma Blatter, stranamente, non si presenta alla premiazione. Manda il suo vicepresidente e non farà mai una dichiarazione ufficiale.

In seguito dichiarerà in un’intervista: “Non ho premiato l’Italia per evitare alla squadra campione del mondo, alle oltre 70 mila persone presenti e alla tv di assistere a uno scandalo. Ancora oggi, se vado in uno stadio in Germania, ricevo un’accoglienza simile ad andare all’inferno. Questo perché all’epoca si disse che io ero in favore del Sudafrica e la Germania ottenne i Mondiali per un solo voto”.

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Eppure, nell’ottobre del 2006, a pochi mesi di distanza dal trionfo azzurro, Blatter cercherà di rendersi amico agli australiani dichiarando:

“L’Australia avrebbe dovuto logicamente passare ai quarti al posto dell’Italia. Se si fosse andati ai supplementari eravate in 11 contro 10… Sono d’accordo con i tifosi australiani e mi devo scusare con loro”.

Insomma, c’è del pensiero in questa confusione, per riderci su.

Blatter

Non fu solo Moreno

Torniamo all’indagine del 2015. La connessione con il Mondiale del 2002 emerge in fretta. Jeffrey Webb, uno degli arrestati nel blitz di Zurigo, era presente nella delegazione FIFA a Corea-Giappone 2002. L’agente speciale FBI Erick Martinez, che da Los Angeles lavora sul fascicolo del Mondiale nippocoreano, dichiara al Giornale:

“L’organizzazione non avrebbe mai consentito l’eliminazione agli ottavi di finale di entrambe le nazionali di casa. Una sarebbe dovuta approdare fino alle semifinali per ragioni economiche.”- Erick Martinez

Il mattino del 18 giugno 2002 — prima che l’Italia scenda in campo — si gioca Giappone-Turchia. Il Giappone perde contro la Turchia di Hakan Sukur . In quel momento, Chung Mong-joon, presidente della Federcalcio sudcoreana, vicepresidente FIFA e deputato al Parlamento sudcoreano, fa sicuramente pressioni su Blatter affinché gli arbitri Fifa favoriscano la Corea del Sud.

La motivazione è esplicitamente economica: entrambe le nazioni ospitanti non possono uscire agli ottavi. Le televisioni, gli sponsor e i contratti pubblicitari sono costruiti su tutt’altra aspettativa. Chi è Chung Mong-joon? È il sesto figlio del fondatore del gruppo Hyundai, lo stesso marchio che è sponsor FIFA dal 1999.

Chung Mong Joon

È stato lui il principale ambasciatore per portare il Mondiale in Corea e, in quel periodo storico, è candidato alla presidenza della Repubblica sudcoreana, come ha sottolineato giustamente Ranucci più di una volta. Per lui, perciò, quella partita non è solo una partita. Il meccanismo, secondo i documenti FBI, funziona così.

La candidatura contro Blatter e la sospensione

Nel 2015 Chung Mong-joon si candida alla presidenza FIFA contro Blatter, definendolo pubblicamente “ipocrita e bugiardo”. Il Comitato Etico FIFA apre un’indagine su di lui e lo sospende per quindici anni (pena poi ridotta). Chung risponde ai giornalisti che le indagini non colpiscono mai Blatter, ma solo chi osa sfidarlo.

L’8 ottobre 2015 anche Blatter viene sospeso per 90 giorni dal Comitato Etico per sospetta corruzione, in seguito alla scoperta di un pagamento di 2 milioni di euro a Michel Platini. Il 21 dicembre viene condannato a otto anni di squalifica, poi ridotti a sei. Nel marzo 2021 la FIFA gli infligge un’ulteriore sospensione di sei anni e otto mesi e una multa di un milione di franchi, per essersi autoassegnato bonus straordinari legati ai Mondiali del 2010 e 2014.

Blatter

L’assoluzione finale e l’eredità di Blatter

latter non ha mai scontato un giorno di prigione e risulta squalificato fino al 2027, ma il 25 marzo 2025 la Corte Suprema svizzera lo assolve definitivamente dalle accuse penali di corruzione per la seconda volta, dichiarando che quel pagamento non costituiva reato. Prima dell’assoluzione, alla tv svizzera RTS, aveva dichiarato: “Vantiamo di riabilitare il mio onore. Quando sono arrivato alla FIFA non eravamo niente. E quando me ne sono andato, eravamo un’organizzazione internazionale, solida economicamente, socialmente, culturalmente e persino politicamente.” Issa Hayatou, il boss del calcio africano e padrone di Guezzaz (che, ripetiamo, fu quarto uomo in Italia-Corea), nel frattempo era diventato presidente FIFA ad interim dopo le dimissioni di Blatter. Gestisce la federazione per mesi, fino all’elezione di Infantino nel febbraio 2016, rimanendo vicepresidente FIFA e presidente CAF fino al marzo 2017. Non è mai stato formalmente indagato per i fatti del 2002.

Dopo di lui è iniziata una nuova era del calcio, con mondiali per club ogni 4 anni, coppe del mondo a 48 nazionali, cooling break pubblicitari ogni 22 minuti e mezzo, format NBA e tanto altro. Non so se tra qualche anno definiremo tutto ciò: dalla padella alla brace.

Moreno e l’assenza di colpevoli

Byron Moreno, l’arbitro di quella sera, è l’unico della catena che vede l’interno di una prigione. Non per quello che ha fatto in campo, ovviamente. Nel 2010 viene arrestato all’aeroporto JFK di New York con sei chili di cocaina. La giustizia lo condanna a due anni e mezzo di carcere, per poi rilasciarlo dopo 26 mesi per buona condotta. Rientra in Ecuador, dove però finisce di nuovo in carcere, ma questa volta per evasione fiscale.

La storia del Mondiale 2002 è ufficialmente chiusa. Tante parole, tante accuse, ma senza colpevoli e senza risarcimenti. Senza una parola della FIFA all’Italia e alle nazionali penalizzate dall’unico dio onnipotente: il denaro. Perché pagano i potenti, per “farla pagare” ai più deboli.

Come cantava Daniele Silvestri:

“Serve una testa che cade, poi chi se ne frega, la prima testa di cazzo trovata per strada. Il mio nemico non ha divisa, ama le armi, ma non le usa. Nella fondina tiene le carte visa e quando uccide, non chiede scusa. E il potere non lo logora, il potere non lo logora…”

Sinner

Il lato nascosto di Sinner

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Jannik Sinner sarà una leggenda del tennis. “E dov’è la novità?”. Questa analisi non analizza il presente o il passato, ma ipotizza il futuro di un campione, di un’atleta e soprattutto di una persona. Una visione ipotetica sulle gesta e trionfi che non saranno eterni. Jannik ci sta abituando alla perfezione, a una costanza di rendimento inimmaginabile, ma lo sport è fatto da cicli. Purtroppo- duole dirlo e speriamo capiti più tardi possibile- questa perfezione atletica avrà una fine. E probabilmente il mondo odierno, pronto a condannarti a ogni minimo errore, non sarà pronto.

Cos’è la perfezione?

“Non aver paura della perfezione: non la raggiungerai mai.”- Salvador Dalì

Quante volte avete sentito dire: “Nessuno è perfetto”? Eppure un 10 a scuola- che rappresenta la perfezione di una prova- l’ha ottenuto una discreta percentuale di studenti. Forse perché spesso la perfezione in sé è un concetto che trasla tantissimo, tra generale, particolare e relativo. “Quella donna è perfetta per me”, “Quel giocatore è perfetto per quella squadra”, “Questo profilo è perfetto per la nostra azienda”, tutte situazioni soggettive. Jannik Sinner ha infatti mostrato più volte negli ultimi 12 mesi un tennis impeccabile, dominando per esempio a Melbourne contro Zverev (N.4 al mondo). Nel tennis dominare in ogni fase di gioco di una finale di uno Slam- e contro uno dei migliori giocatori al mondo- non è assolutamente ordinario.

Solo Alcaraz ha dimostrato di poter domare la sua potenza. Basta già questo per affermare che anche Sinner non è assolutamente “perfetto”. E se davvero la perfezione non si raggiunge mai, allora la rincorsa di Sinner verso questo ideale irraggiungibile è la cosa più vicina alla perfezione che il tennis oggi possa offrirci.

Mi spiego meglio: Nello sport la perfezione non esiste, figuriamoci nel tennis. Uno sport in cui si gioca 1 vs 1, dove la forza mentale spesso prevale sulla forza atletica e dove ogni minimo dettaglio fa la differenza, perché quel nastro o quella maledetta riga bianca a bordo campo condiziona sempre il punteggio finale. L’inerzia e la fortuna fanno sempre la loro parte. Ogni partita di tennis – così come nel calcio- ha una sua evoluzione, determinata da più fattori: clima, condizione fisica, atletica, fortuna appunto…senza dimenticare la casualità.

Il caso, un nemico sottovalutato

Spesso può capitare di imbattersi in un avversario che -seppur alla portata nel 99% dei casi ma si sta verificando quell’1% di probabilità -sta momentaneamente offrendo la sua migliore versione tennistica. Quell’atleta inizialmente sfavorito che però comprende, anticipa e incredibilmente ha il controllo del match. Bisogna rimontare, ma avanzando di game e break il ribaltone del match è uguale a un suv intrappolato nel traffico in tangenziale durante l’ora di punta. Uscirne sembra impossibile.

“L’esempio da dare ai giovani non è riuscire in una rimonta. L’esempio è non rompere la racchetta quando sei sotto 5-1 nel terzo, non perdere il controllo quando le cose vanno male, non scoraggiarsi. E accettare che il tuo avversario sta giocando meglio di te». – Rafael Nadal al termine di una delle sue due rimonte celebri contro Medvedev, nel 2019 alle ATP Finals (era sotto 5-1 nel terzo set con match point per il russo).


«Chi disse “Preferisco avere più fortuna che talento” percepì l’essenza della vita»“La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo…”Monologo iniziale del capolavoro di Woody Allen, Match Point.

Fino a quando, Jannik, abuserai della perfezione?

Ovviamente la fortuna è una ruota che gira: Jannik è sempre numero uno al mondo, ma bisogna ammettere che il rendimento non brillante dei suoi rivali durante il periodo di squalifica ha agevolato la sua posizione. E sicuramente lo staff di Sinner è stato astuto nel patteggiare la squalifica a Febbraio, per non compromettere la sua presenza nel clou della stagione tennistica: Internazionali di Roma (finalista contro Alcaraz), Roland Garros, Wimbledon…proprio in questi ultimi Jannik dimostrerà ancora una volta il suo valore. Probabilmente sfiderà nuovamente il favorito e campione in carica di entrambi, Carlos Alcaraz nella fase finale. Ma se dovesse essere clamorosamente eliminato nei primi turni del torneo? Non succederebbe niente di anomalo. Abituiamoci alla normalità e a ciò che sembra anomalo, ma non lo è.

Probabilmente non succederà, ma lo sport è caratterizzato da cicli. Nei prossimi anni non possiamo pretendere che una persona (prima di essere atleta) riesca a essere efficiente in ogni fase della sua vita. L’evasione di Jannik da questa fugace e superficiale perfezione sarà un risultato consueto come le sue vittorie. L’eliminazione nei primi turni di uno Slam, o di un torneo è capitato a chiunque, anche a Federer, Nadal, Djokovic. Eventualmente Sinner replicherebbe gesta degli stessi idoli a cui lui si ispira quotidianamente. O la replica vale solo per i trionfi? Direi di no. Il tempo padrone assoluto del mondo ci dirà quando questo scenario si concretizzerà.

Perciò fino a quando, Jannik, abuserai della perfezione? Speriamo per sempre, ma il “per sempre” non esiste.

E come reagiremo?

Forse non è importante sapere fino a quando durerà. Forse la vera domanda è: cosa faremo noi, quando finirà?

Saper accettare la caducità della perfezione è l’insegnamento più profondo che lo sport possa offrirci. E Sinner, nel suo cammino, continuerà a ricordarci che non serve essere perfetti per lasciare un segno indelebile. Lo sport ci affascina perché ci illude che la straordinarietà possa essere eterna, ma dimentichiamo che dietro ogni trionfo c’è una persona ordinaria. Con dubbi, limiti, difficoltà, stanchezza. Come tutti noi.

Quindi prima di giudicare la sua eventuale caduta, proviamo a guardare le nostre: quelle quotidiane, silenziose, che nessuno applaude e nessuno condanna.

Perché forse nella nostra imperfezione accettata possiamo imparare a essere più umani. Anche verso chi, per un attimo, ci è sembrato sovrumano.

Cantona

Cantona: ascesa e follie di una leggenda

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“Il calcio è un’arte minore. Voglio vivere la follia creativa dell’artista. Sono affascinato dalla sofferenza, il grande artista è sempre incompreso.” Eric Cantona dice questa frase a ventuno anni a France Football, quando era già considerato uno dei talenti più puri del calcio francese.

Non è una provocazione, perché lo pensava davvero. E lo dimostrerà per tutta la carriera, anzi, anche dopo il ritiro.

Gli anni in Francia: il talento incompreso

Dopo aver gonfiato molte reti con l’Auxerre, nel 1988 Cantona passa al Marsiglia, la squadra di cui è tifoso da bambino. Sembra il momento perfetto, sembra una storia a lieto fine, un sogno che si realizza… Sembra, perché l’apparenza inganna sempre.

Nel gennaio del 1989, durante un’amichevole contro la Torpedo Mosca, Cantona non prende bene la sostituzione: si toglie la maglia e la getta a terra davanti al suo allenatore, Gérard Gili. Il club lo sospende per un mese. È solo l’anteprima di uno show senza filtri.

Quello che sto per narrare, se fosse un film, forse si chiamerebbe: “Re Eric contro tutti”, o “le follie dell’imperatore Cantona”. Cantona ha sempre mostrato il suo essere folle e creativo, tanto da non aver paura di nessuno. Perché il vero genio insegue prima se stesso e non rispetta nessuna regola, pur di trasmettere il suo messaggio.

Subito dopo la sospensione, insulta pesantemente in diretta TV il commissario tecnico della Nazionale Henri Michel, guadagnandosi un anno di squalifica dalla selezione francese.

Va in prestito prima al Bordeaux e poi al Montpellier. Qui, dopo un litigio furioso nello spogliatoio, scaglia i suoi scarpini dritti sul volto del compagno Jean-Claude Lemoult. Molti compagni non lo vogliono più vedere, eppure Cantona è più forte dello spogliatoio intero: trascina la squadra a vincere la Coppa di Francia a suon di gol e assist. In campo fa cose che gli altri possono solo sognare.

Il ritiro annunciato e la svolta inglese

Torna al Marsiglia, ma l’allenatore Raymond Goethals non lo vuole. Viene ceduto al Nîmes, dove succede l’episodio definitivo. Il 7 dicembre 1991, in casa contro il Saint-Étienne, Cantona scaglia il pallone addosso all’arbitro e se ne va negli spogliatoi senza nemmeno aspettare l’espulsione.

La Federcalcio francese lo convoca in commissione disciplinare. Alla Disciplinare, altro show: Cantona urla “idiota” a ogni membro della commissione, uno per uno, senza fare sconti. La squalifica di un mese diventa tre. Lui annuncia il ritiro: “Ho avuto il privilegio di assistere al mio funerale.” Ha soli venticinque anni.

Fortunatamente, qualcuno decide di non firmare quel certificato di morte sportiva. Michel Platini, l’unico a capirne davvero il genio in patria, lo convince a non mollare e lo spinge oltremanica, in Inghilterra.

Cantona arriva al Leeds e dopo due mesi dice: “Mi sento più a casa di quanto non mi sia mai successo in Francia.”

Vince l’ultimo storico campionato di First Division nel 1992, che a Leeds mancava dal 1974, durante l’epoca divina di Donald Revie. Pochi mesi dopo si trasferisce al Manchester United di Alex Ferguson. Il loro legame entra subito nel mito. Ferguson impara rapidamente ciò che i tecnici francesi non avevano mai accettato: Cantona non va ingabbiato o controllato, va semplicemente liberato.

Cantona

Cantona al Manchester United: quattro scudetti e un’eredità eterna

Eric si alza il colletto della maglia — un gesto nato per caso in una giornata fredda, diventato poi il suo marchio di fabbrica — e si prende l’Old Trafford. Ma soprattutto si prende il rispetto totale dei compagni, anche dei più duri, come Roy Keane, che nella sua autobiografia scriverà:

«Eric si presentava agli eventi ufficiali in giacca di pelle e scarpe da ginnastica, mentre noi eravamo tutti in blazer d’ordinanza. Ferguson non gli diceva nulla. Lo odiavamo per questo? No, perché il sabato scendeva in campo e moriva per noi.»

Cantona

In quel periodo Cantona stabilisce un record straordinario: prima di condividerlo con N’Golo Kanté, è il primo giocatore di movimento nella storia del calcio inglese a vincere il massimo campionato per due anni consecutivi con due maglie diverse — Leeds nel ’92 e Manchester United nel ’93.

In cinque stagioni lo United vince quattro campionati. Cantona perde il titolo solo nell’anno della sua squalifica. Guarda caso… quando non può giocare.

Il calcio kung fu di Selhurst Park e la frase dei gabbiani

Il 25 gennaio 1995, a Selhurst Park. Il compito di marcare Cantona viene dato al difensore Richard Shaw, molto noto per la sua irruenza. Durante tutto il primo tempo Shaw non dà tregua al francese, che a fine frazione si lamenta con l’arbitro del fatto che Shaw non sia ancora stato ammonito.

A tre minuti dall’inizio del secondo tempo Cantona reagisce e viene espulso. Cammina verso gli spogliatoi lungo la linea laterale, tira su il colletto della maglia.

All’improvviso Matthew Simmons, tifoso del Crystal Palace con precedenti penali e simpatie di estrema destra, lo provoca con un saluto fascista urlando insulti razzisti. Scatta la scintilla: Cantona salta la balaustra e lo colpisce con un calcio volante in pieno petto, stile kung fu.

Le immagini fanno il giro del mondo. Re Eric viene sospeso, multato con 20.000 sterline e squalificato per 9 mesi. La condanna penale inizialmente prevede due settimane di carcere, poi ridotte a 120 ore di servizi sociali, che Cantona trascorrerà ad allenare bambini.

Duecento giornalisti lo aspettano per la conferenza stampa dopo il processo. Si siedono e aprono i taccuini. Cantona li guarda e dice soltanto: “Quando i gabbiani seguono il peschereccio è perché pensano che verranno gettate delle sardine.” Si alza e se ne va, lasciando la stanza nel silenzio più assordante.

Il ritorno in campo e l’eredità di Re Eric

Re Eric torna in campo il 1° ottobre 1995 contro il Liverpool, firmando subito un assist e il gol del pareggio su rigore. Trascina lo United a vincere quel campionato e anche quello successivo, prima di ritirarsi definitivamente a soli 30 anni, nel pieno della sua arte.

Nel 2001, i tifosi del Manchester United lo hanno incoronato ufficialmente: lo hanno votato Calciatore del Secolo.

Ma Cantona non è mai stato un uomo che vive di nostalgie. Una volta appesi gli scarpini al chiodo, ha fatto quello che aveva promesso a ventuno anni: ha inseguito la sua visione artistica. Si è reinventato attore, diventando un volto del cinema d’autore.

La sua consacrazione definitiva arriva con il film “Il mio amico Eric” di Ken Loach, in cui interpreta una versione romanzata di se stesso: un mentore immaginario che insegna a un postino in crisi come riprendersi la vita. Se amate il calcio e il cinema, dovete vederlo.

La parabola di Re Eric non è mai stata una semplice carriera sportiva, ma un lungo performance art. I giocatori normali accumulano gol e trofei, ma i veri artisti, anche quando sbagliano o si ritirano all’apice, non smettono mai di trasmettere messaggi e cambiare la storia.

Hampden Riot

Hampden Riot 1980: la finale che finì in Parlamento

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“Gli elementi per una tempesta perfetta erano tutti presenti: era un bel pomeriggio soleggiato, c’era molto alcol in giro, meno polizia del necessario, errori tattici della forza pubblica. E tutto questo ha scatenato la brutalità e l’odio che esistevano là fuori.” Descrive così l’episodio iconico di Hampden Riot, Archie MacPherson, la voce del calcio scozzese per la BBC, che definirà poi tutto questa storia come il “caso di disordine più famigerato” in una partita dell’Old Firm. Riavvolgiamo il nastro e viviamo tutto questo viaggio nel tempo dall’inizio.

Glasgow, 10 maggio 1980

10 maggio 1980. Glasgow, Hampden Park. L’aria è carica di un’elettricità che a Glasgow conosci bene, specialmente nella giornata di sabato. E specialmente se si tratta della giornata in cui si svolge la finale di Scottish Cup, della coppa nazionale scozzese. Per capire quanto pesa questa finale, bisogna però capire la stagione di campionato che l’ha preceduta.

Per la prima volta dopo decenni, il titolo si è spostato da Glasgow, perché lo ha vinto l’Aberdeen di un giovane allenatore che nessuno immaginava avrebbe segnato intere epoche calcistiche: Alex Ferguson. L’Aberdeen è diventata la prima squadra non appartenente all’Old Firm a vincere il campionato scozzese dai tempi del Kilmarnock, a metà degli anni Sessanta.

L’ultima spiaggia

Per Celtic e Rangers questa finale diventa così l’ultima spiaggia per non chiudere l’anno con zero titoli. E poi trionfare di fronte ai più acerrimi rivali, vale più del trofeo stesso per entrambe le parti. Sugli spalti ci sono 70.303 persone. Un numero che già racconta qualcosa: pochi anni prima le finali dell’Old Firm portavano circa 120.000 spettatori. Nel 1973, alla stessa finale, erano 122.714. La crisi economica, la violenza nelle curve e la televisione hanno già cominciato a svuotare gli stadi scozzesi. Hampden, quel pomeriggio, è una cattedrale a metà.

Glasgow in quel momento è una città stremata. Le fabbriche chiudono, la disoccupazione sale, i quartieri si svuotano. Il calcio non è più solo intrattenimento: è identità e appartenenza. È l’unica cosa che conta più di tutto il resto.

Le due panchine, un solo campo

In porta per il Celtic c’è Peter Latchford, un inglese nato a Birmingham, soprannominato dai tifosi “The Cat”. In tutta la finale, è l’unico giocatore non scozzese in campo da entrambe le parti. Nelle due panchine siedono due leggende: il Celtic è guidato da Billy McNeill, ex capitano della squadra che nel 1967 vinse la Coppa dei Campioni. I Rangers da John Greig, ex capitano dei The Light Blues che vinse la Coppa delle Coppe nel 1972. Due icone del calcio scozzese, una di fronte all’altra.

Il Celtic però arriva all’appuntamento incerottato. Senza McAdam, MacDonald e Casey, la difesa è un’operazione di emergenza: Aitken e Conroy, adattati per l’occasione. I Rangers sembrano i favoriti.

Hampden Riot

Novanta minuti di niente

La partita è un blocco di nervi, con le squadre molto tese e compatte. Nessuna delle due vuole rischiare. Scorrono novanta minuti caratterizzati da contrasti duri, poche occasioni e molta paura di sbilanciarsi. Si va ai supplementari. Il sole scende su Hampden, la stanchezza dei giocatori prevale sul gioco, finché al minuto 107 Danny McGrain decide di azzardare un tiro da fuori area. Sembra destinato fuori, ma George McCluskey ci mette il piede.

Anni dopo, McCluskey stesso racconterà: “Il tiro di Danny stava andando fuori — come sempre succedeva. Ho cercato solo di reindirizzarlo, dargli un po’ di effetto. Ma appena l’ho toccato pensavo di non aver preso bene il pallone.” Il portiere Peter McCloy è dalla parte opposta. Il pallone rimbalza dentro. “Dopo quel mio tocco, è stato il puro caos.”

Il gol della provvidenza

Peter McCloy confesserà anni dopo: “Il tiro stava per finire sul cartellone pubblicitario, se ci andava bene. Poi prende la deviazione di McCluskey ed è dentro. Era in fuorigioco, credo. Ma cosa puoi farci? Gol al supplementare. Fine.”

Frank McGarvey, attaccante del Celtic, commenterà secco: “Danny ha sempre ciabattato il pallone. Era un tiro tipico di Danny.” Celtic 1, Rangers 0. Quel gol fortunato sarà decisivo e la Scottish Cup va al Celtic per la ventiseiesima volta. I tifosi degli Hoops possono gioire, ma sta per accadere qualcosa che verrà ricordato più della partita stessa.

L’ultima immagine tranquilla

Dougie Donnelly, presentatore BBC quella giornata, ricorda: “Era la prima volta che conducevo la copertura della finale per la BBC. C’erano con me Bertie Auld e Jock Wallace. Avevo appena preso Danny McGrain per l’intervista in diretta quando, con la coda dell’occhio, ho visto le due tifoserie correre una verso l’altra.”

Al triplice fischio, Peter Latchford, il portiere del Celtic, con il pallone ancora stretto tra le braccia, si gira verso la curva e saluta con la mano. È l’ultima immagine tranquilla di quel pomeriggio. Perché quello che sta per succedere sul prato di Hampden non ha niente a che fare con il calcio.

Solo dodici agenti

Dentro lo stadio, in quel momento, ci sono solo una dozzina di agenti di polizia. L’ispettore Iain McKie spiegherà: “I residenti della zona erano stufi del disordine dopo queste partite, quindi là era schierata la maggior parte della forza. Sembrava sensato. Dopotutto, le recinzioni erano in piedi all’interno dello stadio. Con le recinzioni c’era la sensazione che nessun tifoso avrebbe mai potuto invadere il campo.”

La SFA aveva dato il permesso a entrambe le squadre di sfilare con il trofeo in campo, convinta che la recinzione da tre metri installata di recente avrebbe tenuto i tifosi fuori dal terreno di gioco. I giocatori del Celtic si avviano verso i propri supporter. Alan Sneddon, terzino del Celtic, dirà: “Siamo andati dai nostri tifosi a festeggiare la vittoria. Cosa si aspettavano che facessimo? I Rangers avrebbero fatto lo stesso.”

La scintilla

Poi arriva la scintilla. Un tifoso del Celtic corre verso la porta dei Rangers, tira fuori un pallone e lo calcia in rete. Un gesto di scherno. Un affronto troppo grande. L’ispettore McKie: “È lì che abbiamo capito di essere in una situazione di grave carenza di personale. Una volta che i ragazzi hanno cominciato a scavalcare le recinzioni, è diventata una battaglia generale. Mattoni e bottiglie che volavano. Non so dove abbiano preso i mattoni, ma alcuni mi passavano sopra la testa e io pensavo: ‘Ma cosa ci faccio qui?'”

Donald MacLeod, fotografo sul campo: “Quando hai la macchina fotografica in mano, non percepisci la realtà per quella che è. Guardi tutto attraverso il mirino e sembra solo qualcosa da immortalare. L’unica cosa a cui pensavo era di non far cadere la camera. Il medico dello stadio portò un fotografo del Record ferito alla testa da una bottiglia dentro uno dei goal per medicarlo.”

Il bilancio e le conseguenze

Sono 210 gli arrestati, 160 solo all’interno dello stadio. Cento persone rimangono ferite, inclusi quattro agenti di polizia. Entrambi i club vengono multati di 20.000 sterline. Su in cabina, Archie MacPherson guarda giù e non riesce a credere ai suoi occhi. Dirà in diretta: “Questa è una scena come quella di Apocalypse Now. Dove sono la polizia? È patetico, scandaloso e vergognoso. Alla fine, non prendiamoci in giro: questi tifosi si odiano.” Verrà criticato per quella parola — odio — ma MacPherson sa che non c’è spazio per gli eufemismi.

MacPherson stesso rifletterà anni dopo: “Il riot, quando è arrivato, è stata un’opportunità per un commentatore di metterci i denti. In senso storico, era una piattaforma mediatica. Ho detto alcune cose, e nel lungo dopoguerra di quella giornata ho finito per scrivere un libro. Ha portato alla ribalta divisioni di cui molti si stavano dimenticando.”

Hampden Riot

Condanne e risposta istituzionale

Il Segretario di Stato per la Scozia George Younger definì l’evento una disgrazia nazionale, attribuendo la responsabilità all’alcol e alle azioni dei giocatori del Celtic sul campo. Celtic e Rangers si scaricarono vicendevolmente le colpe, mentre la polizia puntò il dito contro i tifosi degli Hoops. Le recinzioni vennero descritte nell’indagine ufficiale come “completamente inadeguate”.

Il Parlamento britannico rispose con un atto legislativo che vietò la vendita di qualsiasi bevanda alcolica all’interno degli impianti sportivi scozzesi — dal calcio al rugby al cricket. Una misura che, a quasi cinquant’anni di distanza, è ancora in vigore. La Scozia resta uno dei pochi paesi europei dove entrare allo stadio significa rinunciare a una birra. Il prezzo di un pomeriggio di follia, pagato da generazioni di tifosi che quel 10 maggio 1980 non c’erano ancora.

Moggi

Calciopoli: il sistema Moggi e i segreti del calcio italiano

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“C’è n’è voluto di tempo, ma prima o poi la verità verrà fuori e cadranno molte teste..” cantava così Michael Jackson in uno dei suoi brani più aggressivi: “They don’t care about us”. E in un documentario Netflix, “The Vatican Girl”, su uno dei casi più rinomati e misteriosi della cronaca nera italiana: la sparizione di Emanuela Orlandi, Andrea Purgatori usa spesso queste parole: “Non importa quanto terrai un segreto nascosto, prima o poi la verità verrà fuori.” Calciopoli è stata proprio questo: un segreto “nascosto in piena vista”, dove tanti sapevano ma nessuno parlava, con Luciano Moggi al centro di tutto.

Le SIM del Liechtenstein: la tecnologia al servizio del potere

Abbiamo parlato di intercettazioni, discussioni ed episodi chiave di uno scandalo indimenticabile, che per molto, troppo tempo è rimasto “nascosto” alla giustizia sportiva e italiana. Se Calciopoli avesse un pilastro tecnologico contenente i vari illeciti, probabilmente non sarebbe solo qualche cellulare italiano, ma soprattutto alcune SIM card del Liechtenstein o della Svizzera.

Mentre il Paese segue le tracce delle telefonate “ufficiali”, nell’ombra si muove una struttura molto più complessa. Una semplice SIM diventa un pilastro di giustizia. Luciano Moggi non è solo un dirigente; è il vertice di un sistema di controllo capillare che non lascia nulla al caso.

Moggi sa che i telefoni italiani sono controllati o comunque vulnerabili di intercettazione. Per questo motivo decide di attraversare regolarmente il confine e si reca a Chiasso per acquistare personalmente pacchetti di SIM card estere, svizzere o del Liechtenstein, all’epoca non intercettabili dalle autorità italiane.

La rete degli arbitri e le comunicazioni segrete

SIM, piccoli oggetti che diventano parti di un sistema grande e segreto: Moggi le distribuisce ai designatori Bergamo e Pairetto e ad alcuni arbitri di fiducia come Massimo De Santis. È su queste linee estere che passano le comunicazioni più delicate: non solo le griglie arbitrali, ma anche le strategie per condizionare l’andamento del campionato.

Quando la magistratura incrocerà le celle telefoniche, scoprirà che queste schede “parlano” tra loro esattamente nei luoghi e nei momenti chiave dei weekend di Serie A.

Novembre 2004: Moggi contro Paparesta

Il 6 novembre 2004 avviene uno degli episodi più rinomati di Calciopoli: la Juventus perde contro la Reggina e Moggi è fuori di sé. Il dirigente bianconero scende negli spogliatoi e si scaglia contro l’arbitro Gianluca Paparesta, reo di non aver concesso un rigore ai bianconeri.

Poche ore dopo l’intercettazione telefonica scuote l’opinione pubblica, perché Moggi al telefono con la sua amica Silvana Garufi si vanta apertamente di aver punito il direttore di gara: “Due gol annullati e un rigore, nello spogliatoio l’ho chiuso a chiave e mi sono portato via le chiavi… me le porterà dietro fino all’aeroporto!” Poi con Aldo Biscardi lo stesso Luciano dice: “Voglio che fermino Paparesta e tutta la terna per almeno 4 o 5 turni.”

De Santis: paga sempre uno per tutti

Sebbene in sede penale il reato di sequestro di persona cadrà (perché non si potrà provare la chiusura fisica della porta a doppia mandata), l’episodio resta il simbolo della sudditanza psicologica. Un dirigente che entra nello spogliatoio dell’arbitro per umiliarlo e rivendicarne il controllo.

Tra tutti gli arbitri coinvolti in questa storia, alla fine uno solo paga davvero: Massimo De Santis. Quattro anni di squalifica sportiva, poi una condanna in Cassazione a dieci mesi con pena sospesa per associazione a delinquere. Gli altri arbitri coinvolti vengono assolti. Paga sempre uno per tutti.

Il paradosso è che De Santis, in quel momento, è il migliore della categoria. Il 12 maggio 2006, quando i carabinieri arrivano a Coverciano a consegnare gli avvisi di garanzia, lui è l’arbitro numero uno in Italia e già selezionato per i Mondiali di Germania. Non ci andrà mai. “Con quell’avviso avevo capito che avevo finito”, dirà anni dopo. E confermerà, con un’amarezza che non si è mai del tutto consumata: “Ho pagato soltanto io.”

La Gea World e il monopolio del calciomercato

Moggi non sarà conosciuto solo per questi giochetti, questi ricatti o questi gesti estremi nei confronti di un arbitro o qualunque oppositore al suo sistema. Lui vuole controllare tutto: non solo i risultati sul campo, ma anche gli intrighi che stanno dietro un club.

Ecco che pure il calciomercato diventa roccaforte dell’autorità politica di Luciano Moggi. Entra in scena la Gea World, la società di procure guidata da Alessandro Moggi, figlio di Luciano. In pochi anni la Gea arriva a gestire quasi 300 personaggi di questo mondo, tra calciatori e allenatori.

È un cerchio perfetto, perché se un giovane talento vuole fare carriera o ambisce alla Nazionale deve firmare con loro. Chi si oppone rischia di finire ai margini, o certamente finisce. Luciano decide gli acquisti e Alessandro gestisce i contratti. Un monopolio che soffoca la concorrenza e garantisce a Moggi un altro mezzo di ricatto su gran parte del sistema calcio.

La Nazionale e l’ombra di Lippi

C’è un tentacolo di questo sistema che vale la pena nominare, perché nello scandalo finisce anche la Nazionale. Dalle intercettazioni emerge che Moggi preme su Marcello Lippi per favorire le convocazioni di giocatori legati proprio alla Gea World. Il cerchio è perfetto e cinico: Lippi allenava la Juventus, poi passa in Nazionale, e il figlio Davide lavora per la Gea.

Quando viene sentito sulla questione delle convocazioni, Lippi risponde con un secco: “Sono sotto gli occhi di tutti.” Né sì né no. Un’altra zona grigia in una storia che ne presenta in abbondanza. Attenzione: probabilmente oggi le cose non sono cambiate. I procuratori più potenti manovrano il mercato in base alle loro preferenze o ai loro guadagni personali, non in base al talento o alla meritocrazia di un calciatore. Ma questa è un’altra storia.

Un’indagine che si ferma troppo presto

Il punto più scomodo di tutta la vicenda è che l’indagine non nasce e non muore sulla Juventus. Lo dice lo stesso PM Lepore, vent’anni dopo, davanti alle telecamere di Report: “C’erano anche altre squadre, quasi tutte, diciamo la verità.” L’obiettivo è allargarsi — Milan, Inter, Lazio, Fiorentina hanno intercettazioni simili, i telefoni girano, il sistema è diffuso.

Poi, un bel giorno, il supplemento dell’Espresso pubblica tutto. I telefoni si chiudono. Le indagini si bloccano. E rimane solo la Juventus. Chi ha dato quelle carte? Lepore dice di aver avuto sospetti, ma nessuna prova concreta. Galliani viene condannato a cinque mesi di inibizione, Lotito a quattro. Milan, Lazio e Fiorentina pagano penalizzazioni minori. L’Inter viene raggiunta dalla prescrizione. Un’asimmetria enorme, che la giustizia sportiva non spiega e che il tempo non ha dissolto.

Rossi, il Mondiale e le zone grigie dello scandalo

Nello stesso servizio di Report del 2023 Moggi aggiunge un dettaglio che fa rumore: secondo lui, Guido Rossi — commissario straordinario della FIGC, ex consigliere dell’Inter — tenta di ostacolare la partecipazione di Lippi, Cannavaro e Buffon ai Mondiali di Germania, in quanto legati storicamente alla Juventus. Lippi smentisce.

Ma l’immagine che resta è quella di uno scandalo talmente ramificato da arrivare a sfiorare la Nazionale che, poche settimane dopo, vincerà il Mondiale, quella competizione che oggi ci manca tanto. Ma anche questa è un’altra storia…

Il crollo: “Mi hanno ucciso l’anima”

Il 14 maggio 2006 la Juventus vince lo scudetto a Bari, ma l’aria è irrespirabile, perché le intercettazioni sono su tutti i giornali. Luciano Moggi, l’uomo che per dodici anni ha dominato il calcio italiano, si presenta davanti ai microfoni per l’ultimo atto.

Non è più il dirigente sicuro e spavaldo, ma appare come un uomo solo, visibilmente scosso. “Vi prego, non fate domande perché non avrei la forza di rispondere. Mi hanno ucciso l’anima. Da domani il mondo del calcio non sarà più il mio mondo.” È il crollo definitivo: Moggi ammette implicitamente che la sua era è finita. Non sarà solo la fine di una carriera sportiva, ma la caduta di un sistema che si credeva eterno e intoccabile.

Rita Guarino

Rita Guarino, calcio e psicologia

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Sofia Pederzani e Gabriele Talarico hanno avuto il grande onore di conoscere e intervistare Rita Guarino, allenatrice ed ex calciatrice. Uno dei volti più conosciuti delcalcio femminile: ex attaccante con oltre 370 gol segnati in carriera e 9 scudetti vinti da giocatrice e allenatrice (4 consecutivi sulla panchina della Juventus). La discussione tocca vari punti: dalle sue soddisfazioni personali, passando per considerazioni personali sul sistema calcistico italiano, fino ai suoi studi lontano dai campi.Ringraziamo fortemente Mister Guarino per tutta la gentilezza e la disponibilità.

La prima volta non si scorda mai

“Partiamo con una domanda semplice: ci puoi raccontare la tua più grande soddisfazione da calciatrice e allenatrice?”- Sofia Pederzani

Mister Rita Guarino parte con un suo racconto dei suoi primi calci: “Io ho iniziato a giocare a calcio per casualità. Non avevo nessun progetto sportivo, nessun obiettivo e non sapevo nemmeno dell’esistenza di categorie calcistiche femminili. Ho iniziato come tutti: nel cortile di casa, continuando a scuola e all’oratorio. E ho iniziato a 14 anni, quando peraltro i miei genitori preferivano che praticassi uno sport più “femminile”. Da lì ho fatto sempre inconsapevolmente l’escalation fino alla Serie A: la mia prima squadra è stata la Juventus, che però non era al livello di quella attuale.”

“Poi qualche anno dopo mi trovai a giocare i mondiali dall’altra parte del mondo con la nazionale italiana. Essere convocata a 20 anni, per la prima edizione della Coppa del Mondo femminile in Cina nel 1991, rappresentando la mia nazione, è stato incredibile.

Con quella esperienza in Cina capì che il calcio sarebbe potuta diventare la mia professione. Sono diventata più consapevole di quello che dovevo fare come atleta. Ha segnato la mia vita e la mia carriera, perciò è stata la mia soddisfazione più grande!

“Da allenatrice ho avuto fortunatamente tante soddisfazioni: ho iniziato ad allenare all’età di 25 anni, quando ancora giocavo. Pian piano sono arrivata ad allenare nelle giovanili delle nazionale, quando mi sono ritirata da calciatrice.”

Un classico percorso a ostacoli

La prima soddisfazione che ricordo, con poche speranze, ma tanta umiltà, fu la conquista della medaglia di Bronzo agli Europei del 2013 con la nazionale under 17. Con quella medaglia, abbiamo avuto accesso ai Mondiali in Costarica del 2014, ottenendo pure lì un’altra medaglia di bronzo. Un altro passo significativo e importante. Quindi portare un gruppo di ragazzine sconosciute sul tetto del mondo, a un passo dalla finale, è stata sicuramente una grandissima soddisfazione nel mio percorso da allenatrice.”

Abbiamo fatto uno dei classici percorsi a ostacoli nello sport, che però ti forma in tutto, sia a livello personale che atletico-sportivo. La difficoltà e lo svantaggio iniziale è un fattore positivo: ti stimola a lavorare tanto, per poi conseguentemente crescere e migliorare.

Sofia: “Specie se è un percorso contro tutto e tutti…”

Rita Guarino: ” Si, ma ti dico una cosa: non so chi sia più grave tra negazione e ostracismo, perché nella seconda, sai contro chi combatti. Nella negazione invece non conosci il tuo rivale. Non so quindi se sia peggio la negazione o non essere riconosciuti…”

Compagne e avversarie

“In questo percorso, quale giocatrice da te allenata, ti ha stupito di più? E tra le avversarie, chi ti ha stupito allo stesso modo?” -Sofia

“Da allenatrice ho avuto il grande privilegio di lavorare con quasi tutte le calciatrici che attualmente sono nel giro della nazionale. Un gruppo di ragazze così meraviglioso, per il quale faccio fatica a individuare una superiore a tutte.”

Rita Guarino: “Tra le ragazze straniere, alla Juventus ho avuto l’immenso onore di allenare, seppur per poco tempo, un talento come Ingvild Isaksen. Cito lei, ma pure Linda Sembrandt, che mi ha stupito per il suo temperamento e la sua intelligenza tattica. All’Inter ho allenato Lina Magull e una delle migliori calciatrici al mondo: Thabita Chawinga. Potrei citarne tante altre, come Van Der Gragt e Sofie Pedersen. Ho avuto veramente la fortuna di conoscere e lavorare con tante calciatrici talentuose e importanti.”

L’aspetto mentale nello sport

Sofia: “Quale caratteristica è imprescindibile oggi per una calciatrice?”

Rita Guarino: “Prioritariamente vanno valutati gli aspetti mentali, al di là delle caratteristiche fisiche e tecniche. La volontà di voler lavorare e migliorarsi costantemente. La capacità di gestire le emozioni e fronteggiare le proprie difficoltà. Sono tutti fattori che distinguono un atleta “normale” da un atleta di alto livello. Comprendere le tappe su cui lavorare per arrivare a certi livelli è il primo passo, mantenendo ovviamente il piacere del gioco. Questo fa la differenza.”

“Io da giocatrice avevo una discreta personalità, unita a velocità e forza fisica. Grandi potenzialità a livello atletico, ma minori vantaggi a livello tecnico. Sono cresciuta con il calcio da strada, senza grandi insegnamenti approfonditi. Pian piano ho capito che sarei potuta migliorare con disciplina e lavoro personale. Infatti ho aperto una scuola di perfezionamento tecnico individuale, la prima in Italia.”

“La costanza è la cosa più fondamentale di tutte per ottenere risultati: non bisogna accontentarsi, ogni giorno è quello giusto per lavorare e mettere fieno in cascina. Ricordiamoci che nulla è impossibile nella vita e nello sport.”

Gabriele Talarico: “Quanto incide l’allenatore nel perfezionare l’aspetto motivazionale e mentale?”

Rita Guarino: “Incide parzialmente. L’allenatore è bravo se crea l’ambiente ideale per migliorare il talento. Deve capire e attuare le migliori condizioni per far emergere un atleta, non solo motivarlo. La mentalità vincente si acquisisce con esperienza e ispirazioni continue, suscitate dal contesto generale, che non è formato solo dall’allenatore. “

La motivazione forte è quella individuale. Nasce dentro di noi. Quindi non è importante che ci sia qualcuno che la faccia emergere, ma qualcuno che la ispiri. La mia ispirazione l’ho trovata tramite le mie compagne più esperte. Quando ho iniziato a giocare in nazionale, ho capito cosa mi distanziava dalle top giocatrici. L’umiltà è la chiave del successo. L’umiltà di non sentirsi mai arrivati, nemmeno dopo aver raggiunto il successo.”

“Un allenatore, un giocatore e una squadra va valutata poi nel lungo periodo. A volte rimaniamo abbagliati dal rendimento positivo di un giocatore o allenatore in una sola stagione, e in un certo ambiente. Il contesto fa sempre la differenza. Un allenatore bravo di una squadra giovanile non è detto che sappia replicarsi con la prima squadra. Sono due lavori totalmente diversi…”

Rita Guarino

Il calcio femminile sui social

Sui social, precisamente sui post relativi al calcio femminile, purtroppo spopolano commenti volti a paragonare il calcio maschile e quello femminile. Chiunque nota commenti come: “Il calcio femminile non è al livello di quello maschile.”. “Se le femmine giocassero contro i maschi…”. Un continuo paragone insensato, che non si riscontra in altri sport come pallavolo o tennis.

Sofia: “La differenza fisica tra uomo e donne è oggettiva. Ma perché nel calcio continuano a paragonare le due categorie maschili e femminile? Cosa pensi di questa situazione? Ti è mai capitato di viverlo in prima persona?”

Rita Guarino: “I social sono un mezzo di comunicazione molto semplice, perché possiamo commentare in maniera aggressiva, mantenendo l’anonimato. Io rispetto qualsiasi opinione, ma ovviamente sono distante anni-luce da questo tipo di visione. Il calcio è lo sport più praticato al mondo e tutti ne parlano.”

“Questo errore di paragonare calcio maschile e femminile viene commesso spesso, ma sono due cose mai confrontabili. Il gioco è uguale per tutti, stesse regole e stesse dimensioni, ma esistono le categorie per un determinato scopo: nessuno confronta calcio dilettantistico e professionistico e stessa cosa vale deve valere per calcio maschile e femminile.”

“Perché lo fanno? C’è il piccolo timore che il calcio femminile occupi uno spazio destinato esclusivamente al calcio maschile, ma sono due realtà con due percorsi diversi. Il calcio femminile deve proseguire per la sua strada. In entrambe le categorie, il calcio è sempre in costante evoluzione, con continuo sviluppo di tattiche diverse e di qualità fisiche e tecniche. Il calcio maschile o femminile del futuro non sarà mai uguale a quello praticato oggi. “

“Non esigo che qualcuno debba seguire il calcio femminile e non giudico chi non lo apprezzi. Tuttavia il rispetto è una questione di principio. Sono gusti: a non tutti piace il calcio ed è giusto che sia così. Ognuno segue i propri interessi, ma deve farlo nel rispetto di quello che può piacere agli altri.”

L’essere donna nel mondo del calcio

Sofia: “Ti è mai capitato di essere discriminata per essere una donna? A proposito di rispetto e percorso fatto di ostacoli?”

Rita Guarino: “No non ho mai ricevuto discriminazioni palesi. Sia nei corsi a Coverciano, sia sul campo, pur essendo in grossa minoranza. Al contrario, sono sempre stata trattata come un nomale partecipante al corso. Io parlo per me, ma sono consapevole che molte donne abbiano subito forti discriminazioni nel mio ambito.”

“Penso che appartenere ad una generazione fin dalla nascita abituata a dover lottare di più, in quanto donna, mi abbia portato ad avere le spalle larghe ed a sgomitare per creare il mio spazio. La mia storia però non è la normalità, esistono tutt’ora discriminazioni legate al genere, soprattutto nella differenza di opportunità che vengono offerte alle donne.”

ll professionismo nel calcio femminile

Nel 2022 il calcio femminile è stato ufficialmente riconosciuto come professionistico. Senza soffermarci troppo sulla riforma in se, andiamo nel particolare: “Quali aspetti della nuova riforma ti hanno soddisfatto di più e cosa invece è ancora da migliorare?” – Gabriele

Rita Guarino: “Prima di arrivare al 2022, io penso che la vera svolta sia arrivata nel 2015: grazie alla riforma che ha obbligato i club professionistici a tesserare la categoria under 12 femminile, per un programma quinquennale; e dando la possibilità ai club di acquisire i titoli delle squadre dilettantistiche. La prima società è stata la Fiorentina e successivamente tutte le altre, Juventus, Roma, Sassuolo, Inter, Milan e così via. Questo è stato il primo passo, perché ha fatto si che si entrasse in un contesto professionistico, con strutture adeguate, staff sempre più numerosi e competenti.”

Rita Guarino

I vantaggi del professionismo

“Per la prima volta si da alle atlete la possibilità di allenarsi al mattino, cosa non scontata fino all’anno precedente. Si ha la possibilità di giocare in alcuni dei migliori stadi d’Italia. Si inizia ad essere seguiti dai broadcaster e le televisioni in chiaro, il che ha dato visibilità; tutto questo ha portato all’exploit del mondiale del 2019 e non è affatto un caso. Quelle sono state le prime condizioni che hanno permesso di piantare il primo importante seme nel nostro calcio.”

“Il passaggio al professionismo legittima l’atleta a livello pratico, non che prima non lo fosse, ma vi è la legittimazione a livello legale, con una serie di tutele sulla persona che prima non erano presenti. Ciò consente anche al club di poter investire sulla giocatrice stessa e la possibilità di poter fare mercato internazionale. Sottolineo però che il professionismo non innalza gli stipendi e non è quello che ti fa vincere le partite, bensì la possibilità di avere atlete immerse in un ambiente che ti aiuta nel processo.

Nessuna strategia comunicativa

Ciò che ancora manca sono strategie comunicative per attirare sempre più spettatori, per rendere l’evento appetibile, capace di generare interesse mediatico e dell’opinione pubblica. Manca l’organizzazione di un grande evento, di un qualcosa che possa suscitare attenzione ed interesse a livello internazionale. Pensate che l’ultima volta che si è organizzato un europeo femminile in Italia è nel 1993. Mancano strutture adeguate, per far si di giocare le partite in ambienti piacevoli, non solo per le calciatrici stesse ma anche per gli spettatori, in modo da avere palcoscenici adatti per rendere l’evento ancora più accattivante. L’utilizzo di più telecamere è molto importante in questo processo, così come il coinvolgimento del tifoso, che per me rappresenta una parte fondamentale di una partita. Senza tifosi, senza rumore, l’evento è meno suggestivo.”

Il rinnovamento, però, deve avvenire in modo sistemico, senza lasciare l’iniziativa privata ad il singolo club. Penso che servirà ancora del tempo, d’altronde siamo in un paese dove non vi è grande apertura mentale verso il femminile, ma, in tutte le occasioni in cui un evento è stato creato, la gente ha risposto presente. Una dimostrazione è la partita di Champions League Roma-Barcellona a cui hanno preso parte 40.000 persone allo stadio olimpico. Senza dimenticare Italia-Brasile del 2019 vista da 7 milioni di telespettatori.

“Vi è ancora un potenziale inesplorato a livello commerciale. Già 30 anni fa sostenevo questa tesi, ora ancora di più dato che finalmente abbiamo potenzialmente sia i mezzi che il prodotto da poter offrire. Tante cose ancora da fare per poter colmare il gap con gli altri paesi, che di certo non ci aspettano, ma che continuano il loro processo evolutivo. La comunicazione è e sarà fondamentale.”

Il sistema calcio italiano

Gabriele Talarico: “Restiamo in tema…alla luce dei recenti risultati delle nazionali, quali pensi che siano i problemi del calcio italiano? E cosa manca anche rispetto all’estero?”

Rita Guarino: “Domanda molto difficile! Parlando in maniera trasversale con allenatori di settore giovanile, vedendo come lavorano e vedendo come si lavora all’estero, ritengo che non siamo più un paese che si rivede in una chiara identità calcistica. Quello che un tempo veniva definito “calcio all’italiana o catenaccio all’italiana” e che oggi si chiamerebbe “organizzazione tattica e lavoro di transizione” si è perso. Stiamo perdendo il filo conduttore della nostra identità nazionale, dove la crescita individuale deve avere la priorità. Dove l’esasperazione del risultato a tutti i costi deve lasciare spazio alla crescita personale del giocatore, del talento. I risultati lasciamogli alle categorie degli adulti. Purtroppo quando osserviamo le partite dei bambini, dei ragazzi, non tutti lavorano per la crescita, ma solo per il risultato e questo non può che essere un autogol pazzesco.”

Pensare meno al risultato

“Non è infatti un caso che in Italia non ci sia attualmente un fenomeno generazionale, a differenza di altre nazionali in cui dominano i vari Wirz e Lamine Yamal.” incalza Sofia

Rita Guarino: “Sicuramente oltre a ritrovare il filo conduttore, è necessario lasciare spazio all’espressione e tornare a lavorare sull’individuo. Se non lavoriamo sul processo, come si fa ad aggiungere qualcosa? L’allenatore bravo è colui in grado di creare terreno fertile, significa mettere chiunque tu abbia davanti nelle condizioni di esprimere il meglio di se stesso, essendo l’allenatore in grado di adattarsi ai ragazzi o alle ragazze. Se io alleno un bambino so che mi dovrò comportare in un modo, viceversa se mi trovo ad allenare una ragazza o degli adulti. Esistono le categorie proprio per questo motivo qui. Bisognerebbe concentrarsi di più su chi abbiamo davanti, sul nostro interlocutore e meno sul risultato finale.”

“Va rinforzata l’intera cultura sportiva, non possiamo sempre piangerci addosso dicendo “eh ma i giovani…” è da 30 anni che si dice questa cosa. Cerchiamo di trovare il modo di comunicare con loro e di creare un ambiente sano e costruttivo che permetta loro crescita e libera espressione. Ci troviamo davanti a ragazzini che hanno meno ore passate a fare attività sportiva, perciò il tempo limitato a nostra disposizione va sfruttato al massimo, attraverso organizzazione e capacità di sfruttare al massimo le nostre competenze.”

La potenza dell’antifragilità

Antifragile è un concetto espresso da Nassim Taleb per descrivere la qualità necessaria per imparare a trarre vantaggio da traumi e scossoni che la vita inevitabilmente ci propone. La persona antifragile non cerca di intrappolare l’esistenza in uno schema prevedibile e fisso, ma al contrario cavalca le opportunità nel momento stesso in cui si presentano, mette in conto l’imprevisto e approfitta del disordine per crescere e migliorare.

La Teoria del Cigno Nero di Nassim Taleb è una metafora utilizzata per esprimere il concetto per cui un evento di grossa portata e di forte impatto, con connotati positivi o negativi, è una sorpresa per l’osservatore. La teoria è stata sviluppata per spiegare il ruolo sproporzionato di eventi rari, imprevedibili, inaspettati. Tali eventi, considerati molto divergenti rispetto alla norma, giocano collettivamente un ruolo molto più importante della massa degli eventi ordinari. Questo concetto spiega come la storia, ma anche la vita sportiva, sia segnata da avvenimenti sorprendenti, cui diamo spiegazioni che spesso si dimostrano poco efficaci. 

“Abbiamo letto la tua tesi sull’antifragilità. Raccontaci in poche parole questo concetto ed il perché sia così importante parlarne all’interno del mondo del calcio? Inoltre, ci ha colpito molto il “Cigno Nero”, puoi farci un esempio di un evento nella tua carriera che possiamo individuare come tale?”

Rita Guarino: “Il mio cigno nero è stato senza dubbio il gol all’esordio al mondiale del 1991. Ha segnato un cambiamento netto nel mio percorso; è stato un cigno nero positivo: quante probabilità hai di segnare a due minuti dal tuo esordio in un mondiale?

Da dove nasce questa tesi?

“L’idea di questa tesi nasce dall’esigenza, data anche dal mio percorso di studi (Laurea in psicologia con master in psicologia dello sport), di trovare un modo per far entrare la psicologia, in modo applicativo, nello sport, quindi nel fornire assist agli allenatori in senso pratico, al di la del supporto psicologico agli atleti e dei percorsi di tipo cognitivo.

“Trovo molto interessante la traslazione nel mondo calcistico di questi eventi inaspettati; se ci pensate il calcio ha una complessità talmente alta che ogni evento ed ogni situazione sono inaspettati. Quando giochiamo una partita siamo soliti pianificare la gara come allenatori, ma come tanti maestri ci insegnano, la gara puntualmente va nella direzione opposta, quindi è fondamentale creare delle possibili alternative, il che diventa già un giocare pro-attivo, qui entra in gioco la capacità di coping, di creare soluzioni in corsa in relazioni agli eventi che si susseguono. “

“L’antifragilità offre questo spunto trasformativo: cogliere dagli aspetti negativi la vera essenza, per poi sviluppare nuove opportunità. Penso inoltre che questo concetto rappresenti pienamente il mio percorso di allenatrice, un percorso di difficoltà, nella quale per emergere devi mettere in atto processi trasformativi. “

La difficoltà, se la si sa cogliere, può diventare un grande vantaggio competitivo, perché ti mette nella condizione di creare delle strategie alternative e quindi di imparare a gestire le difficoltà, cercando di anticipare certi eventi. “- Rita Guarino

“La mia tesi non voleva essere esplicativa, al contrario voleva essere uno spunto per altre persone a seguire tale percorso.”

Samuel

Walter Samuel: il muro vincente

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Curiosità e aneddoti sulla vita e carriera di Walter Samuel, uno dei difensori più forti e vincenti della storia.

Il derby di Milano è una delle partite più seguite al mondo. Un vero e proprio “Scontro tra Titani”, grazie ai tantissimi campioni che hanno vestito la maglia di Inter e Milan.

Tra tantissimi giocatori che hanno vissuto San Siro, ce n’è uno in particolare che ha vinto tutti i Derby della Madonnina disputati: Walter Samuel.

Ebbene sì, l’ex difensore argentino è detentore di questo particolare record: con Samuel in campo l’Inter ha collezionato 10 vittorie consecutive contro il Milan.

Non a caso, quando l’ex Roma e Real Madrid non ha giocato il derby milanese (cinque assenze tra infortuni e anche scelte tecniche), sono stati i rossoneri ad avere la meglio.

Eppure, Walter Samuel non doveva chiamarsi così: l’ex roccioso difensore argentino non è nato a Firmat con il cognome “Samuel”, ma “Lujàn”. Quest’ultimo è il cognome ereditato da suo padre biologico, che però lo abbandonò da piccolo. A causa di ciò l’ex calciatore argentino a 18 anni (appena la burocrazia argentina poté concederglielo) decise di assumere il cognome di suo padre adottivo. Da qui il cognome “Samuel” inizia ad apparire su tutte le magliette da lui indossate da calciatore professionista: Newell’s Old Boys prima su tutte.

A Rosario cresce quindi un giovane “Wall” – soprannome dovuto alle sue spiccate doti difensive, pari a ergere un muro davanti la porta. Così Samuel diviene uno dei difensori più forti della storia con l’obiettivo primario di non farsi mai superare. L’ex difensore possedeva una forza fisica imponente, unita al notevole stacco aereo da terra che gli permetteva di perdere raramente duelli aerei. Il tutto unito a un piede sinistro molto educato. Queste doti vengono notate dal Boca Junior, che nel 1997 decide di ingaggiarlo.

A Buenos Aires l’apprendistato di Samuel dura poco: diventa subito difensore titolare e trascinatore dei Boquenses, con i quali vince Apertura 1998, Clausura 1999 e Copa Libertadores nel 2000.

Il triennio nella Bombonera conduce il ragazzo originario di Firmat alla piena maturazione fisica e mentale, tanto da poter attirare le attenzioni di alcuni top club europei: tra questi è la Roma a prevalere.

Nella capitale italiana il difensore argentino trova alcuni maestri della fase difensiva che lo conducono a quella che nel mondo culinario viene denominata “terza stella Michelin”: Zago e Aldair.

Walter Samuel

Proseguendo con la metafora culinaria, la brigata di cucina a Trigoria non era diretta da uno chef qualunque, ma da uno dei migliori allenatori della storia: Fabio Capello.

L’ex allenatore italiano lo schiera in una posizione ideale per lui: centrale nella difesa a tre.

Molti anni dopo lo stesso Samuel racconterà che Fabio Capello e Marcelo Bielsa (ex commissario tecnico della nazionale argentina dal 1998 al 2004) sono stati i suoi principali mentori in giovane età, migliorandolo a livello tecnico e tattico.

Con questi simboli del calcio romanista, insieme all’indiscusso capitano giallorosso Francesco Totti, The Wall conquista il primo scudetto italiano alla prima stagione in Serie A (2000/2001).

Poi nel 2004 Walter Samuel passa al Real Madrid. L’esperienza in maglia Blancos si rivela difficile e sfortunata. L’ex Roma risente di uno dei periodi più bui della storia delle “Merengues”: peraltro Florentino Perez cambiò tre allenatori nel corso di quella annata.  I tanti gol subiti dal Real Madrid, determinati anche da altri fattori a lui esterni, l’hanno resa la peggiore stagione della sua carriera.

Tuttavia non tutti i mali vengono per nuocere: Samuel fece tesoro del lavoro svolto al fianco di campioni come Zidane, Ronaldo e Luis Figo.

Una sola stagione deludente a Madrid convince il difensore argentino a lasciare la Spagna e tornare in Italia.

Nel Belpaese “The Wall” approda all’Inter di Massimo Moratti e Roberto Mancini.  Ad Appiano Gentile l’ex Roma e Real si conferma uno dei migliori difensori al mondo, diventando poi icona storica del club meneghino. Con la maglia neroazzurra vincerà tutto: scudetti, coppe nazionali, supercoppe e il tanto rinomato “triplete” del 2010 con Jose Mourinho in panchina.

L’allenatore portoghese gli trasmesse la giusta autostima, necessaria per vincere la Champions League e i due trofei nazionali. Si, perché in quella famosa stagione Samuel fu fondamentale: l’Inter subisce solo 3 gol nella fase finale della massima competizione europea contro Chelsea, CSKA, Barcellona e Bayern Monaco, tenendo a bada giocatori come Drogba, Messi, Ibrahimovic, Iniesta, Robben e Ribery, solo per dirne alcuni.

La presenza in campo del giocatore argentino è sempre stata un incubo per ogni attaccante avversario. L’ex presidente interista Moratti racconta di lui come un difensore abile a far intuire al suo diretto sfidante ciò che gli spettava in partita. D’altronde, aggressività e decisione nei contrasti sono sempre stati un suo marchio di fabbrica.

Il cantante reggae Brusco nel suo singolo “AS Roma” del 2003 racconta Walter Samuel, nella sua esperienza giallorossa, come “uno disposto a dar la vita pur di non subire goal”.  

Sembra che l’artista romano conoscesse in anticipo il suo destino, poiché anche l’acclamato inno nero-azzurro “Pazza Inter Amala” inizia con queste parole: ” Lo sai per un gol, io darei la vita… la mia vita.” Samuel incarnava al 100% queste parole. L’ex difensore argentino ha negato tanti gol, ma ne ha anche realizzato altrettanti (17 solo con l’Inter), grazie al suo imponente stacco aereo e la sua breve esperienza come attaccante in giovanissima età nella squadra del suo paese d’origine

Samuel ha dichiarato di non parlare mai di calcio nella vita privata, il che lo ha aiutato tantissimo a stare molto concentrato in campo.

Peraltro “Wall-e” (così soprannominato dal noto telecronista interista Roberto Scarpini) fa parte di una ristretta cerchia di calciatori detentori di un record particolare: vittoria di Champions League e Copa Libertadores in carriera. Solo Walter Samuel e altri 14 calciatori sono riusciti a compiere questa doppietta nella storia del calcio.

Dopo l’addio all’Inter nel 2014, The Wall è passato al Basilea dove ha poi concluso la carriera 2 anni dopo nel 2016. In seguito lo stesso ex difensore ha rivelato come avesse rifiutato le proposte di Sampdoria e Fiorentina, per non vedersi accostato a un altro club italiano dopo l’Inter.

C’è una cosa che Samuel non sia riuscito a fare? Trascinare la nazionale argentina alla vittoria di Copa America o del Mondiale.  Non ha vinto con la propria nazionale da giocatore, ma l’ha fatto da collaboratore tecnico di Lionel Scaloni sulla panchina dell’Albiceleste.  Dal 2018 ricopre questo incarico che lo ha portato alla vittoria della Copa America 2020 e del Mondiale 2022 in Qatar.

In poche parole: con Walter Samuel non si perde mai.

Drogba

Cantami, o Diva, di Didier che infiniti lutti addusse ai bavaresi

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372 gol in carriera. Capocannoniere della Premier League per due stagioni (2006/2007, 2009/2010). Il primo calciatore africano a realizzare 100 reti nello stesso campionato inglese. Primatista di reti con la Costa D’Avorio (65 gol).

Il colpo di fulmine di José Mourinho, che suggerì poi a Roman Abramovic di ingaggiarlo al Chelsea circa vent’anni fa. L’incubo per molti difensori, in particolare Philippe Senderos. E non potrebbe essere altrimenti, dopo aver realizzato 13 gol in 15 derby londinesi contro l’Arsenal. Bastano questi dati per delinearel’identikit dell’attaccante perfetto: forte fisicamente, potente, preciso con entrambi i piedi e freddo sotto porta. Il tutto aggiunto a un notevole grado di leadership che emergeva nel momento più delicato della partita.

Drogba

“Ci sono molti giocatori con una tecnica fantastica, ma non sono leader. Non hanno sfruttato al meglio la loro carriera perché non avevano un carattere, una personalità o un coraggio abbastanza spiccato. Tutti questi attributi sono necessari tanto quanto la tecnica. Didier ha tutto. Quando trovi un giocatore che ha talento ed è altruista, hai vinto.” -Carlo Ancelotti

“Senza di lui non avrei avuto il successo personale che ho avuto al Chelsea, ma anche il club non avrebbe vinto gli stessi campionati e la Champions League. Ha sempre inciso nelle grandi partite. Era un mostro negli spogliatoi e un grande amico fuori dal campo.” -Frank Lampard

Compie oggi 47 anni Didier Drogba. Un campione, un simbolo, una leggenda. Un uomo rivoluzionario che ha cambiato il proprio destino, così come quello del Chelsea. Se Omero avesse scritto l’Iliade del calcio, lui sarebbe sicuramente Achille o Ettore. Un eroe, umano e mortale come tutti noi, ma il suo nome e le sue gesta sopravvivranno alla cosa più irreversibile che esista: il tempo.

Quel “meravigliosamente Didier Drogba” di Massimo Marianella ancora risuona nella testa di ogni appassionato. “Meravigliosamente” perché Drogba è un mito meraviglioso.
Immaginate: “Cantami, o Diva, di Didier che infiniti addusse lutti ai bavaresi.”

Bonini

Bonini: l’eroe inaspettato

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Federico Bonini è stato eletto Mvp del mese di Gennaio della Serie B. Possiamo ridurre questo premio a semplici dati, come 4 gol segnati in 4 partite. Oltre alle reti, però, ci sono altre peculiarità che qualificano Bonini come giocatore rivelazione del campionato cadetto. Un potenziale enorme a soli 23 anni, come dimostra il notevole percorso di crescita nella sua primissima stagione da protagonista in Serie B.

Serie B, quanto sei bella

“La Serie B è una maratona molto, ma molto equilibrata. Vive di ondate. Tutte le squadre hanno periodi positivi nei quali, magari, riescono a fare qualche vittoria di seguito, volgendo la classifica a proprio favore. Però, è un campionato lunghissimo. Bisogna essere bravi a cavalcare i momenti positivi, gestendo le difficoltà. Gli infortuni, gli stati di forma possono fare la differenza. La Serie B è sempre un campionato molto bello. Nessuna partita è scontata.”Marco Negri

In serie B non esistono pronostici attendibili. Certo, ormai siamo sicuri che il Sassuolo andrà in Serie A ma, alzi la mano chi a Settembre scorso si sarebbe mai aspettato di prevedere il Catanzaro di Fabio Caserta in piena corsa play-off nel girone di ritorno? Credo nessuno, me compreso. Il motivo? Una rosa nuova, con un nuovo allenatore e un nuovo assetto, che richiede necessariamente una fase di rodaggio, che a seconda dei contesti può durare mesi, impedendo risultati positivi e costanti nel tempo.

Non a caso, a inizio stagione, le aquile giallo-rosse hanno faticato abbastanza. Eppure, in quelle prestazioni non eccezionali c’era un aspetto favorevole, che potesse auspicare un rendimento migliore in futuro: una difesa precisa e attenta. Saper difendere e saper soffrire è fondamentale in un campionato come la serie B, così complesso, imprevedibile, ma così bello.

In tema di fase difensiva il Catanzaro ha superato brillantemente la primordiale fase di rodaggio, valorizzando al meglio le nuovi componenti, come Federico Bonini stesso. In questo stupendo cambio di rotta, che ha permesso di raggiungere la quinta posizione in classifica, dopo 8 risultati utili consecutivi negli ultimi 50 giorni, c’è innegabilmente lo zampino di Bonini.

No Bonini, No Party

Dopo un iniziale periodo di adattamento, Bonini ha saputo pian piano farsi apprezzare dalla piazza giallorossa. Le sue prestazioni, sempre in costante miglioramento, hanno perfino fatto relegare in panchina un abilissimo difensore come Matias Antonini. Un’ulteriore sorpresa che nessuno avrebbe immaginato mesi fa, quando Antonini sembrava intoccabile. Basterebbe solo questo dettaglio per evidenziare il potenziale di Bonini.

L’ex Entella è infatti imprescindibile per Fabio Caserta: ha presenziato da titolare con la maglia giallorossa in 25 partite su 26. L’unica partita non giocata è stata Catanzaro-Salernitana dello scorso 29 Dicembre. Non si tratta però, di una scelta tecnica del mister calabrese, perché Bonini ha dovuto dare forfait a causa di un infortunio al ginocchio destro, rimediato nel risonante derby calabrese contro il Cosenza nel boxing day. Altrimenti, la sua titolarità nell’ultimo impegno prima della sosta di Gennaio sarebbe stata sicura come la vendita di un ghiacciolo in una rovente giornata di Agosto con 45 gradi all’ombra.

Perché Bonini è così fondamentale? Innanzitutto perché ha collezionato 3 assist e 5 gol, tutti realizzati dallo sviluppo di palle inattive. Sfruttare infatti quest’ultima situazione di campo è il principale cavallo di battaglia del Catanzaro di Fabio Caserta (14 gol su 34 totali realizzati su palla inattiva). Difficile rinunciare a un difensore che ha un peso offensivo così determinante. Tra questi gol, nessuno dimenticherà il primo in maglia giallorossa, realizzato nella lunghissima e tempestosa partita vinta dal Catanzaro lo scorso 8 Dicembre 2024 contro il Brescia.

Da Zona Cesarini a Zona Bonini

Siamo in piena zona Cesarini. L’arbitro concede 6 minuti di recupero per concludere una partita molto difficile da giocare, a causa delle avversità climatiche: un’incessante pioggia si sta abbattendo sul campo dello stadio Ceravolo. La pioggia sembra volersi affermare protagonista di una partita, ormai ferma sull’1-1, condannando i padroni di casa al sesto pareggio consecutivo. In autunno scrivendo la parola “Catanzaro” sul web, forse usciva il suggerimento, leggi sotto: “Pareggite”. Ironia e meteo a parte, la speranza delle aquile di poter conquistare i tre punti sembra vanificata anche dal VAR, che al 92′ annulla il temporaneo gol del 2-1, siglato da Compagnon.

Il Catanzaro però, motivato dal proprio pubblico, continua a provarci. A causa di continue interruzioni, si giunge oltre il 97′ e, a seguito degli sviluppi di un calcio d’angolo, la palla arriva a Scognamillo che, nell’area di rigore avversaria, dalla destra, fa partire un traversone, su cui non arriva Iemmello, Brighenti o altri saltatori. Arriva lui, Bonini, che di testa insacca. Un gol che sa di freddezza, grinta e personalità. Bonini si firma così: l’eroe che supera l’inerzia sfavorevole, sfatando contemporaneamente il tabù della “pareggite” catanzarese.

https://www.youtube.com/watch?v=Iy9Ba05n7ac min 3:54

Vincere aiuta a vincere. Quel gol, quella vittoria, ha segnato il destino del Catanzaro. Le aquile e Bonini hanno assunto così una nuova identità. Il difensore classe 2003 è divenuto più consapevole dei propri mezzi, più sicuro, e più forte. Il primo passo per diventare un fuoriclasse.

La bestia nera di Brescia

A questo gol seguiranno altri nel mese di Gennaio. Da segnalare la clamorosa doppietta allo stadio Rigamonti di Brescia. Sempre contro le Rondinelle in una partita controversa per le aquile (a causa di un rigore sbagliato da Re Pietro Iemmello) Bonini sfida e sconfigge la sorte. Firma prima la rete del momentaneo 1-2. Poi quando tutto sembra indirizzare verso l’ennesimo seccante pareggio del Catanzaro, a causa dell’unico errore stagionale di Pigliacelli, che agevola il pareggio dei padroni di casa, Bonini interviene e colpisce ancora. Nuovamente in zona Cesarini (al 97′) e sugli sviluppi di un calcio d’angolo.

https://www.youtube.com/watch?v=UTjMgLGR-Wo min 03:00

L’eroe inaspettato che si ripete. L’eroe su cui Catanzaro può contare in qualsiasi momento. Oltre alla predisposizione realizzativa però, Bonini è un pilastro del gioco delle aquile per la sua affidabilità in ogni aspetto tecnico e tattico.

Affidabilità e duttilità

Bonini è sempre attento in fase difensiva. Si adatta alle necessità della squadra: corre quando bisogna salire o indietreggiare. Attende pazientemente l’avversario, per comprenderne le intenzioni e intervenire. Possiede infatti una media di 4 palloni recuperati a partita, favoriti dalla costanza di vincere quasi il 60% dei contrasti di gioco. A soli 23 anni mostra poi una notevole livello di maturità e abilità, al pari di un veterano del campionato cadetto. Ma la sua più grande forza è la duttilità. Nel mese di Settembre 2024 il classe 2001 si è adattato a giocare come terzino sinistro nella difesa a 4 nelle partite disputate contro Cittadella, Cremonese e Salernitana. Dunque anche in fase di impostazione Bonini sa come farsi valere.

Come terzino o braccetto di difesa a tre, a destra o a sinistra, l’ex Entella non mostra mai segni di difficoltà. Un rendimento ottimale favorito anche dall’intesa suggellata fin da inizio stagione con i suoi compagni di reparto Scognamillo e Brighenti.

E i duelli aerei? Cosa si può dire di un difensore che realizza 4 gol su 5 totali per mezzo di un colpo di testa? Il suo ultimo gol contro il Cesena potrebbe essere materiale di studio nelle scuole calcio. Da notare come Bonini si eleva nel centro dell’area e, seppur leggermente sbilanciato dall’avversario, mantiene la coordinazione per indirizzare il pallone verso l’angolino. Non a caso, la sua percentuale di contrasti aerei vinti si attesta intorno al 70%.

https://www.youtube.com/watch?v=mI1MZJtwCao min 0:28

Rrahmani, Bastoni, Kalulu, Ndicka, Bonini

Ok, ti starai chiedendo il motivo di questo esagerato e sproporzionato titolo. Vado dritto al punto: Bonini ha realizzato 3 assist in stagione, con una precisione nei passaggi pari al 87%. Sai chi sono i primi 4 giocatori con il maggior numero di passaggi riusciti in Serie A? Rrahmani a quota 1773, Ndicka 1682, Bastoni 1541 e Kalulu 1513. E sai quanti assist hanno eseguito? Rrahmani 2, Ndicka 1, Bastoni 4 e Kalulu 0. Squadre e campionati diversi, ovviamente, quindi il paragone non può sussistere. Chiudo però con una riflessione: in un campionato complesso come la Serie B, in cui alcune partite sono ingiocabili e, di conseguenza la costruzione del gioco conduce a innumerevoli buchi nell’acqua, quanti dei difensori sopracitati sarebbero in gradi di eseguire tre assist, con un’alta percentuale di passaggi azzeccati? E nella loro prima stagione da protagonisti? La risposta non è così scontata.

Spero di essere stato chiaro. Se, per i motivi sopracitati, Bonini non può essere definito un fuoriclasse, allora qualcuno mi spieghi meglio l’etimologia di questa parola. E forse il compianto Siniša Mihajlović ci aveva visto lungo, facendolo esordire in serie A, con il suo Bologna nel 2020. Quella Serie A, quella categoria, quel palcoscenico dove Bonini certamente tornerà. Solo una semplice questione di tempo.

La foto in evidenza è di Instagram di Federico Bonini

Spalletti

Il favoloso mondo di Spalletti

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Luciano Spalletti è come il peperoncino. Il piccante piace e non piace, ma la sua presenza in un piatto è l’emblema dell’oggettività, riscontrabile da chiunque. Identico concetto può replicarsi per Luciano Spalletti: un uomo, un allenatore, un personaggio, le cui gesta, dichiarazioni e imprese sono diventate pagine indelebili nella storia del calcio.

Unico

Perché Luciano Spalletti è unico? Perché è una personalità, che non si è mai tirato indietro per assumersi le proprie responsabilità, pur di seguire ciò che per lui è giusto. Circostanza verificatasi a Roma e Milano, quando Spalletti fu protagonista di risonanti faide interne, con i capitani delle due squadre, ai tempi da lui allenate: Francesco Totti e Mauro Icardi all’Inter. Ovviamente le dinamiche e le motivazioni delle due vicende sono molto diverse. Però il filo logico che le unisce è il medesimo: la personalità di Spalletti così forte e autoritaria, da non piegarsi di fronte al tuo peggiore nemico, come il capitano della tua squadra, sostenuto solitamente da tutta la piazza. La sua posizione rimane sempre coerente al suo codice sportivo, morale e professionale, motivo per cui non si sarebbe adattato diversamente.

Sfidare Totti

Scontrarsi con Totti a Roma equivale a sfidare il Papa in chiesa. Una cosa non da tutti direi. Infatti la faida con Francesco Totti andò per le lunghe: il capitano romanista fu escluso da alcune partite, mentre i tifosi romanisti manifestavano un corposo dissenso verso Spalletti. A fine stagione entrambi le parti lasciarono Trigoria, ma quella vicenda compromise il grado di sostegno romanista verso il tecnico toscano.

Here we go again

Capovolgendo la situazione, stessi risultati si sono ripetuti a Milano due anni dopo, ma lì fu Mauro Icardi, a causa di vari comportamenti, a essere il meno sostenuto dai supporters interisti. Spalletti fu uno dei tanti artefici di un golpe nei confronti dell’allora capitano interista, e infatti, quella famosa fascia di capitano, rappresentata da Zanetti, Bergomi, Mazzola, ecc, passò a Samir Handanovic.  Icardi si rifiutava di scendere in campo con la maglia dell’Inter e, addirittura, mandò il suo avvocato a trattare le sue condizioni di reintegro in squadra, per tornare a vestire la maglia nero-azzurra in campo. Luciano Spalletti definì “umiliante” questa intenzione di Mauro Icardi, durante una conferenza stampa, confermando la propria posizione. Altri allenatori non avrebbero mai fatto a meno di uno dei suoi giocatori più forti in rosa o, al limite,  non si sarebbero esposti così tanti. Luciano Spalletti però, non si nasconde mai.

Tabù finito

Con Roma e Inter Luciano Spalletti non ha vinto lo scudetto. La rosa e l’inerzia non erano a suo favore. I vincitori, i suoi avversari, erano superiori. Eppure Spalletti, a differenza di alcuni suoi collehgi, che cercano gli alibi, i famosi specchi su cui aggrapparsi per giustificare un epilogo, ha mantenuto una filosofia più personale, ma realista. Le sconfitte e il fallimento non gli hanno mai fatto paura. Lo hanno formato e simboleggiato. A furia di secondi posti ottenuti, ho sentito alcuni conoscenti definirlo “Eterno secondo”. Eppure, Luciano, pochissime volte ha parlato con toni deludenti. Lui stesso ha definito le sconfitte della sua carriera come una tappa di apprendimento e non di condanna.

  “Essere sconfitti è importante, educa, insegna a migliorarsi, educa a vincere.” -Luciano Spalletti

Il fallimento non esiste

Il significato di questa dichiarazione sarà apprezzata da tanti sportivi al livello di Michael Jordan o Zlatan Ibrahimovic. Quest’ultimo lanciò un messaggio simile durante il suo monologo al Festival di Sanremo di qualche anno fa: “Il Fallimento non è il contrario del successo, ma una parte di esso”. Colgo l’occasione per collegare Sanremo a Luciano Spalletti per rimarcare un altro dato di fatto: qualunque sia l’esito, il festival della canzone italiana e l’allenatore saranno sempre criticati da qualche spettatore/tifoso medio.

 Alla fine però, possiamo affermare che nonostante le sconfitte, i passi falsi, le critiche a lui rivoltegli, Luciano Spalletti è riuscito a vincere quel trofeo che ogni allenatore spera di conquistare, fin dall’inizio di una gavetta lunghissima: lo scudetto. Ma non in un club qualunque, ma in una squadra, dove un’impresa simile riuscì solo a Diego Armando Maradona. Spalletti ha riportato il tricolore a Napoli durante una stagione particolare, la prima in cui non ci furono partite di campionato in autunno, a causa di un mondiale di calcio giocatosi per la prima volta durante una stagione non estiva.  Inutile raccontare i motivi di questa impresa.  La cosa più particolare è che Spalletti ha lavorato in un ambiente, in cui l’intesa con dirigenza, giocatori e tifosi fu unanime. Forse li accomunava la stessa voglia di lottare per ciò giusto e, probabilmente, anche lo status di “eterni secondi” in campionato. 

Spalletti

“A Napoli ho lasciato il cuore. Non è immaginabile l’affetto, anzi l’amore che mi sono scambiato con quella città. Mi ha regalato, per la prima volta nella mia storia di allenatore, l’emozione unica di sentirmi parte di una comunità.” -Luciano Spalletti

L’addio a Napoli

Spalletti ha deciso di lasciare Napoli dopo quel trionfo. Era giusto così dentro di lui. Inutile rischiare, dopo una lunga carriera, di toccare e provare a modificare qualcosa di perfetto, come la sua esperienza a Napoli. L’eventuale stagione successiva da allenatore campione in carica sarebbe stata all’altezza della precedente? Nessuno può dirlo. Quello che nessuno può negare invece, è che Spalletti sia un personaggio che va oltre alla tattica e al risultato. Un uomo che vive nel suo mondo senza confini. Il favoloso mondo di Luciano Spalletti.

Akliouche

Akliouche: un gol da non imitare

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“Cosa ho visto?”. Questa è la prima cosa che tanti potrebbero pensare nel vedere il fantastico, meraviglioso ed esagerato gol di Aklioche nell’ultima giornata di Ligue 1 contro il Rennes. Forse non è la prima volta che si vedono gol simili, ma nel calcio di oggi si tende molto a limitare la spontaneità di un calciatore. E senza spontaneità, un gol come quello di Aklioche non si può realizzare.

 https://www.youtube.com/watch?v=2HBDM-7PjeY min 0:52

Akliouche richiede la palla durante la fase offensiva. Sicuramente si aspettava un cross migliore, ma nonostante ciò, Akliouche, di spalle alla porta, realizza qualcosa di impensabile: si coordina, con un salto che a prima vista sembra sbagliato. Sembra un kickboxer che esegue un calcio contro l’avversario, che in questo caso è la palla. Un gol candidabile al premio Puskas, come suggerisce One Football.

https://onefootball.com/en/video/akliouche-stuns-with-puskas-worthy-wonder-goal-as-monaco-triumph-over-rennes-40620220

Un gol che più osservi e più ritieni folle o imprevedibile. La reaction di Golovin, che si mette le mani in testa invece di esultare, forse conferma questa tesi. Eppure, come detto sopra, può anche sembrare un gol già visto. Gazzetta dello Sport lo ha definito: “Rovesciata alla Ibra”. Quale miglior complimento per un giovane di 22 anni? Perché per realizzare gol simile serve una tecnica e una coordinazione non comune.

https://www.gazzetta.it/Calcio/Premier-League/27-01-2025/le-pagelle-del-weekend-estero-premier-ligue-1-bundesliga-e-liga_preview.shtml?reason=unauthenticated&origin=http%3A%2F%2Fwww.gazzetta.it%2FCalcio%2FPremier-League%2F27-01-2025%2Fle-pagelle-del-weekend-estero-premier-ligue-1-bundesliga-e-liga.shtml

Carlo Castellani

Carlo Castellani: il calciatore dell’Empoli che morì a Mauthausen

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Carlo Castellani nasce per giocare a calcio. E lo fa bene, molto bene. Ma la sua storia non è solo quella di un calciatore di Serie A: è la storia di un uomo che, in uno dei momenti più bui del Novecento italiano, sceglie di mettere la famiglia davanti a tutto. Anche davanti alla propria vita. Il nome di Carlo Castellani oggi campeggia su uno stadio di Serie A — quello dell’Empoli — e quella targa non è solo un omaggio sportivo. È una promessa collettiva: che certe storie non vengano dimenticate.

Un’Italia che cambia pelle, un ragazzo che gioca a calcio

Carlo Castellani trascorre la sua esistenza in un’Italia che sta cambiando pelle, dove lo sport diventa presto uno strumento di identità nazionale, e il calcio una vetrina perfetta. Lui gioca a calcio e gioca molto bene.

Una carriera pulita, fatta di lavoro e di campo

La sua carriera si sviluppa senza scandali o esposizioni politiche pubbliche. È un calciatore che lavora, segna, cambia maglia quando serve. Dopo aver giocato per Livorno e Viareggio, per poi tornare all’Empoli, Castellani decide di lasciare il calcio tra il 1939 e il 1940.

1944: l’Italia occupata e i rastrellamenti fascisti

Quattro anni dopo, nel 1944, nonostante la caduta di Mussolini, l’Italia è occupata, divisa, attraversata da rastrellamenti e repressioni. In questo contesto, Castellani viene arrestato dai fascisti. Uno dei pochi elementi extra-sportivi certi della sua biografia.

La famiglia nel mirino del regime

Nella notte tra il 7 e l’8 marzo 1944, la famiglia di Castellani, pubblicamente nota per idee antifasciste, viene coinvolta nei rastrellamenti ordinati dai quadri locali del regime come reazione repressiva agli scioperi nazionali indotti dal CLN solo alcuni giorni prima.

Il padre David e la lista del gerarca

Il padre di Carlo, David, viene inserito nella lista dal gerarca di Montelupo Fiorentino a causa delle sue posizioni politiche. Una condanna che nasce da un’idea, non da un crimine.

Tuttavia, viste le condizioni di salute precarie del padre, Carlo si offre di sostituirlo, convinto di dover partecipare a un semplice controllo da parte del Maresciallo della locale Stazione dei Carabinieri. Una scelta fatta d’istinto, d’amore, senza sapere dove avrebbe portato.

Dalla stazione di Firenze a Mauthausen

Invece il giocatore più importante della storia dell’Empoli viene catturato e condotto alla stazione di Firenze Santa Maria Novella, e da qui deportato, insieme a molti altri, nel campo di concentramento di Mauthausen, nell’attuale Austria.

Gusen: il sottocampo dei lavori forzati

Castellani viene rinchiuso come prigioniero politico nel sottocampo di Gusen e costretto duramente ai lavori forzati. Lontano dalla Toscana, lontano da Irma, da Carla e da Franco.

Agosto 1944: Carlo Castellani non torna più

Purtroppo in questo campo Carlo Castellani non sopravviverà. Non tornerà nella sua Toscana e non rivedrà più suo padre e la sua famiglia, sua moglie Irma e i suoi bambini, Carla e Franco, perché pochi mesi più tardi, in piena estate, nell’agosto del 1944, Castellani muore di dissenteria.

Un sacrificio totale per la famiglia, per ciò che conta più di ogni cosa. L’epilogo di una storia che fino a qualche anno prima sembrava perfetta: la favola del ragazzo di provincia che si fa strada nel mondo del calcio, lo sport che amava. Il lavoro che vorrebbero fare tanti bambini da grandi.

Uno stadio come promessa di memoria

Nel dopoguerra la città di Empoli decide di intitolargli lo stadio. Una scelta che lega in modo definitivo sport e memoria storica. Oggi il nome di Castellani non è ricordato per statistiche o trofei, ma per il percorso completo della sua vita: calciatore di Serie A, atleta in un’epoca politicizzata, vittima della guerra.

Dove il confine tra gioco e politica smette di esistere

Ed è proprio qui che il confine tra gioco e politica, su cui ruotano tutte le nostre puntate, smette di esistere. Non per scelta ideologica, ma per forza della storia. La storia di Carlo Castellani finisce fuori dal campo, ma non finisce davvero. Perché ricordare non serve a celebrare. Serve a capire.

La memoria come strumento per il presente

La memoria deve essere uno strumento per il presente. Ricordare storie come questa ci aiuta a riconoscere i meccanismi che hanno portato a certe scelte e a certe conseguenze. Capire da dove veniamo ci permette di essere più consapevoli di ciò che facciamo oggi, dentro e fuori dal gioco. Perché solo attraverso la conoscenza della storia possiamo migliorare noi stessi e il mondo in cui viviamo. Non dimentichiamolo.

Nadal

Nadal, il mostro di Maiorca che ha divorato il tennis

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Il tennista maiorchino si ritira dal tennis giocato. La Coppa Davis 2024 è stato l’ultimo atto della sua pittoresca carriera. Rafael Nadal non è solo un campione, ma una leggenda totale. Un uomo, un atleta, una divinità dello sport, così amata e così onorata. Anche le leggende però devono fare i conti con il padrone assoluto dell’universo: il tempo.  

Questo testo è un viaggio che ripercorre le sue gesta, le sue vittorie e le sue curiosità personali.

Rafael Nadal: the king of clay

Il Roland Garros è una prestigiosissima tappa del Grande Slam che si svolge tra fine Maggio e la prima decade di Giugno. Non è un caso che il tennista detentore del record di tornei vinti(14) sulla terra rossa di Parigi sia nato proprio in questo periodo. Il suo nome è Rafael Nadal, nato il 3 Giugno 1986 a Manacor, sull’Isola di Maiorca.

Tutti conoscono “Rafa” Nadal come uno dei migliori tennisti di sempre.

Leggendarie le sue vittorie, soprattutto sulla terra rossa di Montecarlo, Roma o Parigi, dove detiene più titoli (63 totali) che sconfitte (49).  Il tennista spagnolo è infatti conosciuto come “Il re della terra rossa”.

Protagonista di spettacolari sfide con gli altri 2 tennisti che insieme a lui compongono i “BIG THREE”: Roger Federer e Novak Djokovic. Tre giocatori con 3 stili diversi: era questo il bello dei loro duelli.

Non ci sarà mai una rivalità come la nostra. Nemmeno quella tra Borg e McEnroe, nonostante le loro diverse personalità e uno fosse mancino e l’altro destrorso. Murray e Djokovic sono molto simili. Rafa ed io siamo estremi opposti ed è questo che piace tanto ai fan. La nostra rivalità non è finita, sono sicuro che tornerà, mi manca” -Roger Federer su Rafael Nadal

Il 3 Giugno 2024 Rafael Nadal ha compiuto 38 anni, con 22 slam vinti, 92 titoli internazionali (36 masters 1000) e 2 medaglie d’oro alle Olimpiadi (motivo per cui insieme ad Andre Agassi è l’unico tennista ad aver vinto il Grande Slam d’oro).

Mancino con caratteristiche fisiche e tecniche correlate alla sua composizione corporea: 185 cm di altezza per 85 kg. Soprannominato infatti “Il mancino di Manacor”. Con i suoi colpi da top-spin e un dritto molto potente da fondo campo ha fatto impazzire chiunque. Uno stile molto aggressivo legato alla resistenza fisica e alla velocità.

Inizio carriera e prime vittorie:

Il tennista maiorchino è il più giovane vincitore della Coppa Davis, vinta a 18 anni rappresentando la sua nazione nel 2004 in finale contro gli Stati Uniti di Andy Roddick. Oggi Rafael Nadal è il giocatore dell’era Open ad aver vinto il maggior numero di “Insalatiere” (5).

Nel 2005 si consacra come il teenager più vincente della storia: primo Slam vinto al Roland Garros che si aggiunge agli undici trofei vinti dopo 12 finali disputate.

“Quello che conta di più quando giochi una finale è la vittoria, ma quello che ti dà davvero un’enorme soddisfazione personale è la sensazione di essere un giocatore migliore, perché quello è il vero prodotto del lavoro di ogni giorno” -Rafael Nadal

Curiosità e vita privata

Da vent’anni a oggi Rafa Nadal ha mai usato qualche rito scaramantico?  Prima di ogni match e dopo ogni break l’atleta spagnolo riordina le bottiglie di acqua (una calda e una fredda) secondo una sua logica personale.

Peraltro si racconta che sia ancora oggi una persona affetta da aracnofobia: Paura e panico nel vedere ragni. Nel 2005 Rafa ha conosciuto la sua dolce metà: Maria Francisca Xisca Perello, con la quale è convolata a nozze nel 2019, in seguito alla proposta avvenuta nella nostra capitale: Roma.   

La coppia ha un figlio, sempre di nome Rafael, nato nel 2022.

Sapete che suo zio Miguel Nadal è un ex calciatore professionista che ha militato nel Maiorca e nel Barcellona? La famiglia Nadal è sempre stata interessata allo sport. Il giovane Rafael, seppur giocando bene a calcio, decise di seguire la passione dell’altro zio paterno: Toni Nadal, ex tennista rinomato per essere stato suo maestro e allenatore fino al 2017.

Il tennista maiorchino ha poi una passione sfrenata per gli orologi e gli yacht di lusso. Inoltre beve acqua di mare per un veloce recupero fisico e la massima idratazione. Qualche dipendenza? Si, il cioccolato a cui non riesce mai a rinunciare. Per fortuna Nadal può concedersi qualche sfizio, e usa (con le ovvie cautele e indicazioni di esperti di nutrizione) il cioccolato come spuntino energetico.

Record personali

 Rafa Nadal è anche il tennista ad aver vinto più volte uno stesso Slam (14 appunto nel Roland Garros) uno stesso masters 1000 (11 vittorie Montecarlo) e un Atp 500 (12 volte Barcellona).

Poi il maiorchino ha vinto il maggior numero di partite nello stesso Slam: 112 al Roland Garros. Il Re della terra rossa è pure colui che ha vinto più volte contro il numero 1 al mondo: 23 partite.

Nadal è anche il tennista ad aver trascorso più settimane consecutive nella top 2 del Ranking mondiale: 597. Vittoria di almeno un torneo dello Slam per 10 anni di fila dal 2005 al 2014. 917 settimane consecutive nelle top 10 posizioni Atp. Assieme a Roy Emerson, Rod Laver e Novak Đoković, è uno dei soli quattro tennisti capaci di aggiudicarsi almeno due volte tutti i Major.

Inoltre il maiorchino è chiamato pure “Re sole del Tennis”, perché ha raggiunto la posizione numero uno del ranking mondiale in 3 decenni diversi :2000/2009,2010/2019 e 2020/2029. A questi record possiamo aggiungere un’altra serie lunghissima.

“Se ho vinto così tanto in tutto questo tempo non è perché ho sempre giocato al massimo visto che sarebbe impossibile, ma perché anche quando non sono al top fisicamente o sul piano del gioco, sono sempre al 100% mentalmente. Questo è il mio segreto.”- Rafael Nadal

Academy, asteroide e altre curiosità

Nadal ha fondato nella sua città natale, Manacor,  la “Rafa Nadal Academy by Movistar”, diretta da suo zio Tony.  

Sapete che l’osservatorio astronomico di Maiorca gli ha dedicato un asteroide? Quest’ultimo è identificato come “128036Rafaelnadal”.

Poi il campione spagnolo è fondatore di un’associazione benefica di nome “Rafa Nadal foundation”, diretta da sua madre Ana Maria. A proposito dei genitori, Nadal ha confessato di aver sofferto di una forte depressione nel 2009 in seguito al divorzio di suo padre Sebastian e sua madre. Tuttavia questi ultimi sono rimasti i suoi migliori fan, sempre presenti, in prima fila ai suoi match, insieme a sua sorella Maria Isabel.

Quei match di Rafael Nadal che ci hanno coinvolto, emozionato e inspirato, ma che ora non vedremo più.  Il tempo ha fatto il suo corso.

Grazie mille Rafa

Il tempo, l’età e alcuni problemi fisici cominciano a pesare dopo 20 anni di carriera professionistica al top. Rafa non può più tollerare la sindrome di Mueller-Weiss, una deformità a carico di un osso del piede (lo scafoide tarsiale) di cui ha scoperto di soffrire qualche anno fa.  Quel ritiro che speravamo arrivasse più tardi possibile è ora giunto, e dobbiamo accettarlo.

 Nessuno meglio di Rafa stesso può comprendere il momento giusto per dire addio a ciò che ha amato per tutta la vita: giocare a tennis. Il tempo e le debolezze fisiche della sua età sono state il suo ultimo avversario, che prima o poi avrebbe avuto la meglio.

Non si tratta purtroppo di un semplice ritiro, ma della fine di un’era del tennis e dello sport mondiale. In questi momenti c’è solo da ringraziare e ritenersi fortunati di aver vissuto la sua epoca. Un’ epoca magica, come la carriera di Rafael Nadal.

Grazie Mille Rafa, ci mancherai!

Gabriele Sandri

Gabriele Sandri vive

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A Roma chiunque avrà notato alcuni murales o scritte, sparse in varie zone della Capitale, con il seguente slogan: “Gabriele vive.”

Perché? Chi era questo Gabriele? Precisamente era Gabriele Sandri. Il sistema calcistico e giornalistico italiano lo hanno inizialmente definito come “un ultras”, morto in seguito a una rissa tra tifosi. Indipendentemente dal suo status di supporter laziale, Gabriele Sandri non era solo un tifoso biancoceleste. Non era solo un ultras. Era un cittadino italiano, morto non di certo a causa della sua fede sportiva.

Questa tragedia avvenne l’11 Novembre 2007. Gabriele Sandri perse la vita in circostanze che ancora oggi sollevano domande, accendono passioni e richiamano migliaia di persone a riflettere su giustizia e responsabilità. La notizia del decesso di Gabriele Sandri, unita a una considerazione molto superficiale delle istituzioni nazionali e sportive, ha generato disordini in tutta Italia, con vari gruppi ultras decisi a sfidare lo Stato, nella memoria e nel rispetto di Gabbo (soprannome della vittima). Quella che doveva essere una semplice domenica sportiva si trasformò in una delle giornate più drammatiche del calcio, ma non solo.

Una cronaca italiana su cui qualcuno ha cercato di censurare molte verità. Di fronte alla morte di una persona non ci sono scuse: falliscono tutti!

CHI DIMENTICA E’ COMPLICE…GABRIELE SANDRI VIVE!

Dinamica della tragedia

Gabriele Sandri, un ragazzo di 26 anni, era diretto a Milano, precisamente allo stadio “Giuseppe Meazza” in San Siro, insieme ad alcuni suoi amici, per seguire in trasferta la sua squadra del cuore: la Lazio. I biancocelesti avrebbero dovuto sfidare fuori casa l’Inter, allora campione d’Italia in carica. “Avrebbero dovuto”, perché durante il tragitto da Roma, città natale di Gabbo, a Milano, questo giovane tifoso perse la vita.

In breve: all’area di servizio Badia al Pino Est, direzione Firenze, gli amici di Sandri decisero di fare una sosta veloce. Qui in terra toscana però incontrarono altri ragazzi romani, non laziali, e nemmeno romanisti, ma juventini, diretti a Parma per sostenere la Juventus che sfiderà il club gialloblù nel pomeriggio di quell’11 Novembre. I due gruppi di tifosi si riconobbero dopo alcune battute, dopo le quali partirono reazioni incontrollate: urla, spintoni, calci, da entrambe le parti. A differenza di quanto alcuni giornali abbiano voluto informare, non è in questo momento che Gabriele Sandri perse la vita.

Un proiettile ben mirato

Nella stazione di servizio speculare era presente una pattuglia di 4 poliziotti, che notata la rissa, si diresse sul luogo. Giunta la polizia sul posto, i due gruppi di tifosi decisero di mettersi in macchina e scappare dalla stazione di servizio. In quel momento di fuga però, l’agente Luigi Spaccarotella impugnò la pistola, per poi prendere la mira verso una delle auto, una Renault Scènic, all’interno della quale era seduto proprio Gabriele Sandri. Il proiettile, fatto partire da Spaccarotella, centrò in pieno il collo Gabbo, il quale spirerà poco dopo.

Nonostante ci siano tante versioni sulla dinamica dell’incidente, due cose sono certe: Sandri non è morto a causa di una rissa tra tifosi e non c’è stato nessun colpo di pistola in aria, come invece hanno voluto far intendere i principali canali mediatici e istituzionali. La morte di questo giovane ragazzo di 26 anni è stata causata da uso improprio ed illegittimo di arma da fuoco da parte di un agente di Polizia Stradale. Questa è la vera ricostruzione di questa tragedia, così ingiusta e così evitabile.

La diffusione della notizia

Le testate giornalistiche italiano iniziarono a riportare la notizia, ma non in maniera conforme con la realtà dei fatti. L’Agenzia Ansa recitò così:

“Una persona è morta dopo uno scontro tra tifosi in un’area di servizio lungo l’A1. […] La vittima sarebbe stata raggiunta da un colpo di pistola. Tutto è avvenuto nell’area di servizio Badia al Pino dove si sarebbero scontrati tifosi della Lazio e della Juventus”.

Per non parlare di La Notizia:

“In seguito ad uno scontro in autostrada tra due gruppi di ultras, un sostenitore laziale è morto colpito da un colpo d’arma da fuoco sparato da un gruppo di juventini.”

Secondo questi titoli, la morte di Gabriele Sandri sarebbe dovuta a tifo violento e rissa tra ultras. Per non parlare di quante ricostruzioni della tragedia abbiano voluto collegare questo caso alla morte di Filippo Raciti. Due casi slegati con due dinamiche totalmente diverse.

Un tifoso, non una vittima

Tralasciando i motivi per cui il sistema mediatico abbia cercato di censuare alcune verità, ugualmente emerse tempo dopo, con la condanna dell’agente Luigi Spaccarotella a 9 anni e 5 mesi di reclusione per omicidio volontario, in seguito alle sentenze nei tre gradi di giudizio.

Una cosa non è chiara: perché diffamare una vittima perché tifoso? Da quando in qua sostenere una squadra di calcio è motivo di rischio e pericolo per la propria vita? Ora comprendo benissimo che gli Ultras con molti gesti estremi siano una causa difficilissima da difendere. E cosa centra però il tifo violento con la dinamica di questa tragedia?

In 17 anni ho sentito alcune persone affermare concetti tipo: “Vedi cosa succede con il tifo estremo? Bisogna evitare di guardare il calcio.” Cosa centra l’amore e la passione per uno sport con il gesto impulsivo di un essere umano?”. Luigi Spaccarotella, oltre a essere stato un uomo in divisa, era un essere umano come Gabriele Sandri stesso. Un’agente di polizia che ha sparato consapevolmente contro un’auto dove viaggiavano cittadini italiani, i primi che un membro di forze dell’ordine deve tutelare. Non si trattò di un errore con uno sparo per aria come molte testate hanno cercato di far sembrare. Dopo 17 anni non si può negare la verità.

Queste domande le pongo per far comprendere una cosa: non esistono cittadini, vittime e assassini di Serie A e di Serie B, solo in base alle nostre posizioni sociali, politiche, personali…

Non posso non aggiungere come alcuni telegiornali nazionali cercavano di definire la vittima come un pregiudicato. Alcuni dissero che Sandri avesse subito il Daspo anni prima. Ora io non posso dire che Gabbo fosse una persona pulitissima, ma la realtà dei fatti riporta cose totalmente diverse: è stato dichiarato innocente in un caso giuridico, riguardante reati da stadio, ed è stato ucciso da un poliziotto.

E perché fu proprio un giornale straniero come la BBC a lanciare un titolo più corrispondente alla realtà: “Italian police kill football fan“??

“La morte è uguale per tutti”- recitava uno striscione di tifosi del Parma, esposto durante la partita allo stadio Tardini contro la Juventus, lo stesso 11 Novembre 2007.

ULTRAS VS STATO

In seguito alla morte di Gabriele Sandri, la Figc decise di rinviare Inter-Lazio, la stessa partita che Gabbo avrebbe dovuto seguire dal vivo a San Siro. Nessun rinvio per gli altri match programmati per quella Domenica 11 Novembre 2007: solo un minuto di silenzio e calcio di inizio ritardato di 10 minuti.

Una considerazione così minima del dramma e della tragedia non poté non scatenare ulteriori casini in tutta Italia. Quel giorno gli stadi del nostro paese, di ogni categoria, si trasformarono in sede di episodi violenti, come ribellione a un sistema che non rispetta la morte di una persona.

Atalanta-Milan

Il clou di questi reazioni da parte di gruppi ultras in protesta contro lo Stato, che non ritiene la morte di un tifoso come motivo di rinvio della giornata di campionato, si vide a Bergamo, stadio Atleti azzurri d’Italia, dove andava in scena Atalanta-Milan. Questa partita fu sospesa dopo pochi minuti, a causa di gesti molto violenti degli ultras orobici. L’intenzione era quella di non far giocare il match, come segno di rispetto per una tragedia italiana appena accaduta .

In quella protesta emblematica fu la lesione del vetro di protezione della curva dello stadio bergamasco, in seguito a ripetuti colpi da parte dei tifosi neroazzurri, determinati fino all’ultimo sangue a ribaltare le decisioni di un sistema che non diede rilevanza a un caso, di cui ancora dopo 17 anni, si fa fatica a diffondere la verità.

Questa non è una storia di calcio e il popolo italiano deve sapere cos’è successo quell’11 Novembre 2007.

Gabriele vive! Oggi ancora di più…

Lecce

Lecce: crollo totale

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Il periodo negativo della squadra salentina continua: la Fiorentina espugna il “Via del Mare” con un pesantissimo 0-6. Il Lecce fatica a trovare il bandolo della matassa in questo mediocre inizio di stagione, perdendo la quinta partita nelle prime 8 giornate di Serie A. La stagione è ancora lunga, motivo per cui il club giallorosso non deve arrendersi. Sarà necessario un lavoro intenso che curi i fattori tattici e atletici, ma soprattutto quelli mentali.

Pessimismo e rassegnazione

Il Lecce subisce quello che nello sport viene spesso definito “cappotto”: una sconfitta umiliante. Una prestazione deludente che conferma questo mediocre inizio di stagione. I numeri parlano chiaro: 5 sconfitte, 1 vittoria e 2 pareggi. Il tutto condito da 18 gol subiti in 8 partite. Dati ancora più rilevanti, considerando la cifra di gol segnati: 3. Queste statistiche non possono non preoccupare l’ambiente salentino, che durante l’ultimo match contro la Fiorentina rimbombava del coro ultras: “Tanto già lo so che l’anno prossimo gioco di Sabato!”.

Pessimismo e rassegnazione comprensibili, vista anche la minima reazione dei giocatori in campo.

Tuttavia ci sono ancora 31 partite da giocare. Una squadra come il Lecce non può assolutamente arrendersi, ma c’è tanto su cui lavorare.

Lecce: ora che si fa
Il popolo giallo-rosso del Via del Mare

Dalle stelle alle stalle: continui alti e bassi

Nelle prime 8 giornate della scorsa stagione il Lecce ha avuto un rendimento totalmente opposto a quello attuale: 3 vittorie, 2 pareggi e 3 sconfitte, 9 gol realizzati (il triplo rispetto a oggi) e 10 subiti. Un avvio perfetto con Roberto D’Aversa in panchina. Tuttavia a questo inizio positivo ha avuto seguito un periodo buio in cui il Lecce ha iniziato a perdere equilibrio, sia in campo che nello spogliatoio.

Lo scorso 13 Marzo 2024 la dirigenza del Lecce decide di esonerare Roberto D’Aversa, rimpiazzandolo con Luca Gotti. Da quel giorno i giallorossi hanno ritrovato la propria forza fisica e mentale, riuscendo così a raggiungere la salvezza a 3 giornate dal termine del campionato. Dopo 5 mesi però quella sensazione idilliaca si è persa nel vuoto, perché Gotti si trova in una situazione forse identica a quella affrontata, prima di lui, da Roberto D’Aversa.

Luca Gotti

I nuovi acquisti

L’ultima sessione estiva di calciomercato non ha portato un degno erede di Almqvist, giocatore molto decisivo nella prima fase della Serie A 2023/24. Oltre allo svedese, anche altre pedine fondamentali dello scacchiere prima di D’Aversa, poi di Gotti, hanno abbandonato il Salento: Pongracic, Gendrey Alexis Blin e Roberto Piccoli. Il ds del Lecce Pantaleo Corvino ha risposto a questi addii con nuovi volti, contraddistinti da notevole esperienza in Serie A: Lassana Coulibaly, Ante Rebic, Kevin Bonifazi, il quale però è bloccato da alcuni problemi al ginocchio che non gli hanno ancora permesso di esordire in maglia giallo-rossa. Pongracic è stato sostituito da Gaspar, che per quanto pieno di grinta e forza fisica, perde molto nelle variazioni di gioco. Forse bisogna dirlo: Corvino è un maestro nello scoprire talenti sconosciuti, ma stavolta le sue scelte di mercato non stanno funzionando.

Lecce Caporetto

Oltre al calciomercato, c’è qualcos’altro che ha scombinato l’ambiente giallorosso: la preparazione fisica, perché i leader della scorsa stagione sono ben lontani dalla loro migliore condizione atletica. Si fatica a trovare un giocatore impeccabile, che potrebbe essere il solito Wladimiro Falcone. Le qualità di quest’ultimo possono però coprire buchi difensivi fino a un certo punto. Il vero problema del Lecce è la forza mentale: i giocatori sono deconcentrati e compiono diverse sbavature in campo.

La partita contro la Fiorentina è l’ennesima conferma: i viola sono avanti 0-2 al via del Mare e Antonino Gallo viene espulso per fallo su ultimo uomo su Dodò, il quale si stava dirigendo bello smarcato di fronte a Falcone. Lascia il campo uno dei migliori giocatori del club salentino e uno dei migliori terzini del campionato. Peraltro Gallo è stato uno di quelli più pericolosi in partita, poiché in seguito alle sue solite incursioni, ha servito palloni precisi per gli attaccanti, (tra cui un Krstovic molto sottotono), che però non hanno concretizzato.

Luca Gotti sembra aver perso la bussola, motivo per cui lo spogliatoio giallo-rosso appare regnato dall’anarchia.

Krstovic,Ramadani e…

L’aspetto mentale è fondamentale nel calcio. Senza fiducia e concentrazione si fanno errori da principiante. Le scarse prestazioni di giocatori come Krstovic e Ramadani sono indiscutibili. Il primo forse non è ancora al top della condizione fisica, con soli 2 gol segnati.

Il centrocampista albanese invece sta figurando nella peggiore versione di sé. Le prestazioni mediocri dell’ex Aberdeen è uno dei motivi per cui il Lecce non ha più punti di riferimento in mezzo al campo. Non a caso Ramadani è stato sommerso dai fischi del Via del mare, durante la sua uscita dal campo nella pesante sconfitta contro la Fiorentina. L’episodio nella partita contro Parma, con il suo totale disappunto nell’essere sostituito in partita in corso, dimostra come un leader dello spogliatoio abbia perso il senno in questo inizio di stagione. Tuttavia il centrocampista albanese si è scusato di persona, al fianco di Luca Gotti stesso nella conferenza stampa del pre-match con la Fiorentina.

Lo status atletico e mentale pessimo di due leader come Ramadani stesso e Krstovic, insieme gli infortuni di alcuni come Banda o Sansone, è la ragione principale per cui l’attuale rendimento del Lecce non può essere ottimale.

Il fattore mentale è ancor più evidente, considerando lo stesso match finito in parità contro il Parma. In quell’occasione il Lecce, avanti 2-0, si è fatto rimontare dagli ospiti durante gli ultimi tre minuti di recupero. Un risultato che riflette l’assenza di concentrazione e di organizzazione in fase difensiva durante le fasi cruciali di una partita.

Equilibrio cercasi

Analizzando tutte queste carenze e ribadendo come l’aspetto mentale nel calcio sia prioritario, è giunta l’ora che il Lecce ritrovi la propria motivazione in campo.

Senza la giusta autostima un calciatore non può reggere la pressione in una piazza molto accesa come quella salentina. Dalla motivazione singola dei giocatori bisogna poi ripristinare la forza del gruppo, per poi passare alla compattezza in campo. In poche parole: bisogna ricominciare da capo, lavorando duramente su ogni aspetto, sia mentale che tattico.

Ora la palla torna a nuovamente a Luca Gotti. Riuscirà l’ex coach di Udinese e Spezia a invertire la rotta, come ha fatto da coach subentrato lo scorso Marzo? O sarà necessario un cambio di guida per dare la scossa all’ambiente?

Il tempo è sempre padrone di tutte le verità: le prossime partite saranno il banco di prova decisivo per il progetto tecnico del Lecce.

Lecce
formazione Lecce, foto di tuttocampo
Schillaci

Schillaci: umiltà, sacrificio e rimpianti

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In data 7 Agosto 2024 la comunità di Carlopoli (CZ) ha inaugurato il nuovo centro sportivo. Per questo grande evento l’amministrazione comunale, rappresentata dal sindaco Emanuela Talarico, ha invitato un’ospite che non ha bisogno di presentazioni: Salvatore “Totò” Schillaci.

L’ex attaccante di Messina, Juventus e Inter ha visitato il paese e poi partecipato a un piccolo dibattito, dialogando con: Serafino Guerino (moderatore dell’incontro e consigliere comunale di Carlopoli), Gabriele Talarico, Paolo Mazza e Giovanni Putaro. Questi ultimi tre ragazzi hanno discusso con l’ospite in qualità di fondatori di FuoriDalGioco.

Il destino, si sa, gioca brutti scherzi e la visita di Totò Schillaci a Carlopoli è stata la sua ultima esperienza in Calabria. L’ex calciatore italiano è venuto a mancare lo scorso 18 Settembre, per il complicarsi di un tumore al colon, contro il quale combatteva da anni.

Il Team di FuoriDalGioco è onorato di averlo potuto conoscere, apprezzando la sua ammirevole personalità e umiltà, indipendentemente dalla sua carriera sportiva. Non dimenticheremo mai questo primo evento con noi protagonisti insieme a uno dei calciatori più conosciuti nella storia del calcio italiano e mondiale. Ciao Totò!! Ti vogliamo bene!

Gli anni ’70

Giovanni Putaro:

“Aprirò questa chiacchierata portando la macchina del tempo alle origini di tutto. Totò Schillaci nasce a Palermo, cresce in un quartiere popolare e conosce la povertà, la precarietà. Quanto è stato complicato e quali sono state le difficoltà nel riuscire a emergere e farsi notare?  Ad accendere una propria luce su quel tipo di contesto e sulla tua figura?

Totò Schillaci:

“In sintesi ti racconto tutto: noi parliamo di 40 anni fa, forse pure di più. Un’epoca in cui non c’erano centri sportivi o scuole calcio. Io ho iniziato a giocare sull’asfalto. Mi ricordo le porte di calcio fatte da pietre. Sono nato in un quartiere, abbastanza povero. Ho sempre avuto la passione per il calcio, che per me era tutto. Non ho frequentato gli studi, perché non c’era un buon rapporto tra me e la scuola. Ho seguito il mio sogno, quello di crescere in un quartiere un po’ disastroso, però con certi valori, che la mia famiglia mi ha sempre trasmesso. Ho seguito questo mio grande sogno che era il calcio.

Vivere il sogno

Oggi c’è molta più possibilità di poter emergere. Dicevo prima al sindaco di questa comunità Emanuela, che nelle piccole città si fanno grandi cose, mente nelle grandi città non si fa mai nulla. Lo sport aiuta a crescere, a valorizzare soprattutto i giovani, a socializzare e a dare anche un grande futuro. Ai miei tempi non era così. Sono stato molto determinato e non ho mai mollato. Volevo diventare un calciatore. Alla fine con sacrifici e volontà (ho fatto altri mestieri insieme al calciatore) ho seguito il mio sogno di diventare un modesto calciatore.

Se uno ha la volontà di seguire quello che fa, alla fine riesce a ottenere quello che vuole. Oggi i ragazzi sono diversi da quelli di una volta: si abbandona il calcio, perché nelle vita ci sono tante altre cose, forse pure troppe: social, computer…e spesso i ragazzi abbandonano i loro sogni. Nella vita bisogna crederci e, ovviamente essere fortunati, perché il treno passa e lo devi prendere al volo. Bisogna capire, essere umili, stare con i piedi a terra e lottare sempre in campo e nella vita. Io personalmente ho mangiato pane e calcio, che è stata la mia vita, tutto. La mia vera forza però è sempre stata la mia umiltà, nel mantenere un rapporto cordiale con le persone. Non ho mai detto di no a una foto o a un autografo. Sono sempre disponibile a conoscere nuove persone e nuovi posti.

Il rapporto con gli allenatori

Gabriele Talarico:

“Totò, tu hai fatto 7 stagioni con il Messina, con cui sei stato protagonista della doppia promozione, prima in C1 e poi in B. Nella stagione 1988/89 diventi capocannoniere del campionato cadetto con Zeman in panchina. Ecco parliamo di Zeman. Quanto fu importante per te un allenatore così propositivo e rivoluzionario?”

Totò Schillaci:

Tutti gli allenatori sono stati per me importanti, dal primo all’ultimo. Ho sempre avuto un rapporto bellissimo con gli allenatori. L’allenatore ha un compito difficile, cioè gestire e scegliere solo 11 giocatori titolari. Tanti mi chiedono perché non sono diventato un allenatore, e io rispondo che avrei fatto giocare a tutti. Bisogna avere carattere e personalità. Zeman ritengo sia stato uno dei migliori allenatori, molto preparato su tutto e non guardava in faccia nessuno. Però tanti allenatori sono stati importanti nella mia carriera: Scoglio è stato come un padre per me, poi Zoff,Vicini…io sono stato bene con tutti.

Certo tu devi dimostrare in campo, perché se sei scarso non giochi. Poi ci sono allenatori che ti cambiano la vita, altri magari ti fanno giocare meno. Franco Scoglio mi diceva: “entra in campo e fai quello che vuoi.” Con Zeman ho vinto il titolo di capocannoniere. Con quei gol e quelle prestazioni sono riuscito ad arrivare alla Juventus e poi alla Nazionale. Se tu mi chiedi, come ho fatto a fare un grande mondiale, io non saprei cosa dirti. Non lo so, è stato così. Non lo so davvero…”

Le Notti Magiche di Italia ’90

Paolo Mazza:

Parliamo ora di un evento speciale per te: nel 1990 sei stato convocato da Azeglio Vicini ai Mondiali di Italia 1990. Pur partendo dietro dalle gerarchie, sei entrato nella prima partita del girone contro l’Austria e hai segnato il gol vittoria al 75′. Poi sei diventato capocannoniere di quella competizione con 6 gol e arrivato secondo al pallone d’oro, dietro Lothar Matthaus. Cosa ci vuoi raccontare di quella esperienza? Qualche chicca?”

Totò Schillaci:

Guarda, non mi aspettavo quella convocazione, perché fui l’ultimo convocato. Feci parte di un gruppo straordinario, forse una della nazionali migliori di sempre. C’erano giocatori di un certo spessore, tra cui Baggio, che era in panchina. Roberto è stato uno dei migliori giocatori italiani, personalmente direi il migliore di tutti… Ero contento di partecipare ai mondiali. Per me era già un premio stare in tribuna come riserva di quella nazionale piena di campioni. Tuttavia durante gli allenamenti ho messo in difficoltà il CT Vicini, sfruttando le mie abilità, la mia velocità, facendo gol…e poi l’allenatore decise di portarmi in panchina.

La vita è una sorte: al 75′ la partita non si sblocca, entro io e faccio gol. Da lì è iniziata la mia storia calcistica in nazionale. Non saprei cosa dire: sono momenti caratterizzati da rabbia, grinta, determinazione. Se mi avessero detto 35 anni fa che sarei diventato capocannoniere e miglior giocatore del mondiale, secondo classificato al pallone d’oro, ci avrei messo la firma. Purtroppo per l’unica nota negativa, cioè la sconfitta ai rigori contro l’Argentina, non abbiamo vinto il mondiale. L’unico episodio negativo ci ha sconfitto e purtroppo il calcio è fatto di episodi determinanti, altrimenti nessuno ci avrebbe impedito di vincere quel mondiale.

Il calcio senza valori

Giovanni Putaro:

Abbiamo parlato di Notti Magiche, che è sicuramente un apice importante della tua carriera. Tu prima mi hai detto che il calcio per te è tutto. La cosa bella della nostra società è che attraverso gesta sportive si possono elevare dei Miti, e ora sto dialogando con un Mito del nostro calcio. Quindi ora ti chiedo: lo Schillaci di oggi, se guarda dietro, non avendo più a che fare con il calcio professionistico attuale…cosa gli resta di quel mondo lì? Com’è oggi nella tua anima?”

Totò Schillaci:

Guarda io preferisco il calcio di una volta, pieno di valori. Oggi il calcio è diventato una macchina di soldi. Le partite di oggi sono spesso noiose, che io a volte mi addormento. Quindi il calcio straordinario credo sia quello che ho vissuto io: il calcio di Maradona, Van Basten, Gullit, Rijkaard…dove c’erano solo tre stranieri.

Oggi invece, avete visto l’Italia? Non ci sono più i giocatori italiani, son tutti stranieri. La nazionale non è più competitiva. Noi facevamo paura a tutti, quando giocavamo nella nazionale. Oggi invece, ma dove sono i giocatori italiani? Non ci sono più giocatori e abbiamo fatto una figura di…anche agli Europei. Ormai le società investono tutte sugli stranieri, ma non solo in serie A, in Serie B, serie C, Serie D…dovevano darci un limite sugli stranieri. Quindi avremo una nazionale così, a meno che non si valorizzano i giovani, ma non la vedo bene.

Totò e le scuole calcio

Gabriele Talarico:

“Parlando della tua carriera e dei giovani di oggi. Tu sei un simbolo del calcio italiano e meridionale, perché la tua carriera è come una favola: il bambino che dal calcio di periferia, con porte fatte da pietre e pali di legno, è arrivato a indossare le maglie di Juventus, Inter e della nazionale italiana. Nonostante i giovani di oggi siano molto diversi da 30 anni fa. Che consiglio daresti a un bambino che vive con il sogno di diventare un calciatore professionista? E secondo te, quale giocatore di oggi ti somiglia come caratteristiche tecniche e storia personale?”

Totò Schillaci:

Io ho fatto scuole calcio per 10 anni e ho sempre detto ai miei ragazzi di divertirsi in campo, perché è fondamentale. La prima cosa fondamentale sono gli studi. Io non ho studiato, ma sono cresciuto per strada, e questo mi ha fortificato e preparato in tutto. Ai ragazzi dico sempre che se vogliono seguire il sogno di diventare professionisti, lo devono fare in maniera seria. Dico poi sempre che devono pensare a divertirsi in campo, lasciando stare chi è più forte o meno. Poi guarda: molti calciatori mi somigliano per la velocità e il dribbling, che erano le mie doti migliori. I miei allenatori sono stati bravi a innescare un gioco che sfruttasse la mia velocità, la mia tecnica e il dribbling. Alcuni simili a me forse sono Lautaro e Immobile, ma ce ne sono stati anche tanti altri in passato.

I pregiudizi sul Sud-Italia

Paolo Mazza:

“La domanda ora è un po’ più seria: il tuo essere siciliano e meridionale ha condotto a subire qualche pregiudizio nel corso della tua carriera, come quando Giovanni Trapattoni, all’epoca allenatore della Juventus, ti disse: “Avete ucciso pure Falcone.” Come hai reagito in quella situazione?”

Totò Schillaci:

“Per una stagione ho avuto come allenatore Trapattoni, una persona straordinaria. Mi ha detto quelle parole, ma furono scaturite da un momento particolare, quando la situazione a Palermo era molto difficile con la morte di Giovanni Falcone. Un periodo molto brutto che portò Trapattoni a dire queste parole, ma fu un episodio rimasto lì. Non me la sono presa . Di tutta questa situazione ne parlo anche nel mio libro “Il gol è tutto”, e potrete anche vederlo nel docu-film sulla mia vita che uscirà su Netflix nel mese di Ottobre. Spero che questo film possa aiutare molti ragazzi a vivere la propria vita. La vita è una sola e va vissuta a 360 gradi. A Torino mi hanno più volte criticato o insultato di essere “terrone”. Io però ho sempre pensato che se mi insultano, significa che mi temono. Poi io rispondevo: “Sono fiero di essere meridionale e “terrone”, non mi state insultando.”

in ordine da sx: Paolo Mazza, Totò Schillaci, Serafino Guerino, Giovanni Putaro, Gabriele Talarico

Il futuro del calcio

Giovanni Putaro:

Tu vieni da un calcio che purtroppo non esiste più, lasciando spazio a un modello che definisco di business intensivo, poiché basato su: tantissime partite, marketing, giocatori sfruttati, diritti tv disastrati. Quindi ti chiedo: qual’è la prospettiva del calcio italiano e mondiale? Hai in buona parte già risposto, ma ci può essere speranza per calciatori, allenatori o dirigenti ancorati ai valori del calcio passato, i cosiddetti “ultimi romantici”?

Totò Schillaci:

“Oggi si va dappertutto, con possibilità di poter giocare ovunque. Ai miei tempi era diverso: io sono stato il primo calciatore italiano a giocare all’estero, in Giappone. Oggi ormai pensano tutti ai soldi: l’Arabia ti offre 40 milioni di euro e non rifiuti. Io sono andato in Giappone con un buon contratto. In futuro, purtroppo, avremo sempre un sistema fatto da stranieri, basato tutto sempre sul business per generare solo profitto, attraverso i media. Oggi si gioca sempre e quello che comanda non è il calcio in sé, ma la televisione e il sistema mediatico: offrono i soldi e si gioca ogni tre giorni. Ora le partite sono molto più noiose o non c’è competizione.

Quando giocavo io si segnava di meno, perché la marcatura a uomo dei difensori era immancabile. Quindi era molto più difficile segnare. Oggi invece c’è molta più libertà per l’attaccante nel muoversi e segnare. Oggi si gioca a zona e le punte riescono a fare 50 gol. Ai miei tempi era impossibile perché si giocava di meno e venivi massacrato dal difensore. Con la velocità che avevo, senza essere marcato a uomo, oggi io farei minimo 25 gol a stagione. Con difensori come Pasquale Bruno, Maldini o Ferri…non potevi muoverti.”

Poca fiducia nei giovani

Gabriele Talarico:

“Si discute sempre di idee strutturali per migliorare il nostro calcio, ma ci sono alcuni dati importanti: la nazionale italiana under 17 campione d’Europa in carica, l’under 19 campione d’Europa nel 2023 e l’under 20 vice-campione del mondo. Quindi i giovani talenti ci sono. Facendo leva sulla tua esperienza nel gestire scuole calcio, perché il sistema calcistico italiano ha poco fiducia nei giovani? Ed è questo il vero problema del nostro calcio?”

Totò Schillaci:

Dovremmo fare come la Spagna, che lancia i suoi giovani, vincendo poi un Europeo. In Italia hanno paura di giovani,che infatti non vengono valorizzati e mandati di qua e di là. Gli allenatori hanno paura. Poi Spalletti, con tutto il rispetto verso di lui, non ha gestito bene la competizione. Non so se ritenerlo un allenatore adatto alla nazionale, ma è pure vero che ha avuto poco tempo. Per gestire la nazionale ci vuole un allenatore diverso: per esempio De la Fuente in Spagna ha fatto una carriera solo in nazionale e ha lanciato i giovani. Noi in Italia pensiamo sempre che i giovani devono crescere. Bisogna rischiare e farli giocare, ma purtroppo c’é questa mentalità che i giovani non sono mai pronti.

Madrid

Il derbi madrileno

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Quello che non sai sul derbi madrileno: significato, statistiche, precedenti e record.

“Madrid è il luogo dove s’impara a capire” –Ernest Hemingway

“Perché Madrid, in realtà, non è niente di speciale. Non ha un grande fiume. Né importanti grattacieli. Né canali o laghi. Né gloriose rovine. Né il mare. A Madrid mancano molte cose. Però ha la gente per le strade. Ha angoli inattesi. Ha la varietà. Il contrasto. L’animazione costante. E i suoi costumi. Vale la pena levarsi presto – per una sola volta – per vivere un giorno la vita di Madrid.”  -Miguel Mihura

Due citazioni imponenti su Madrid per aprire l’argomentazione su una partita indiscutibile: el derby madrileno tra Real Madrid e Atletico Madrid. 

Cosa significa oggi il derbi madrileno?

Non si parla di una semplice partita. Chi ha visitato Madrid sa per certo quanto l’immensa cultura presente nella capitale spagnola cede spesso il posto di epicentro turistico al calcio.

Nell’ultimo decennio el Derbi tra Atletico Madrid e Real Madrid è stato sede di sfide spettacolari, talvolta decisive per la classifica finale del campionato spagnolo, come lo scontro diretto svoltosi nella stagione 2020/21. La partita finì 1-1 con i blancos che acciuffarono il pareggio nei minuti finali grazie alla rete del superlativo Karim Benzema.    Le merengues risposero al vantaggio iniziale dei colchoneros, i quali invece sbloccarono la partita con gol di un altro campione ineccepibile: Luis Suarez. Quella Liga fu vinta dalla squadra di Diego Simeone, con 2 punti di vantaggio sui rivali concittadini, allora allenati dalla leggenda dei blancos e Bleus Zinedine Zidane. Se le merengues avessero vinto la partita, avrebbero potuto ribaltare il risultato finale di quella stagione.

Questo derbi è stato due volte protagonista della partita più attesa dell’anno: la finale di Champions League. In queste edizioni della massima competizione europea (2013/2014 e 2015/2016) fu però il Real Madrid a trionfare, confermandosi sempre sovrano assoluto del calcio europeo.

Dunque il derby madrileno è una sfida nella sfida in cui può succedere di tutto. Non esistono pronostici attendibili e correlati alle statistiche, perché in questo partite la tattica lascia spesso spazio alla “garra” in campo. La singola giocata di un fenomeno può scombinare ogni arsenale basato sul gioco di squadra.

Tifoserie

A sostenere i protagonisti della sfida ci sono due tifoserie molto diverse tra loro.                   I supporters del Real Madrid pensano esclusivamente alla vittoria. La loro priorità è il prestigio e la gloria che la loro squadra conferisce alla città attraverso un infinito palmares. Dall’altre parte ci sono i tifosi dell’Atletico con una filosofia meno incentrata sul trionfo e la gloria in sé. Per questi è importante la maglia, il senso di appartenenza, il coraggio e la chance di poter sconfiggere un club 15 volte campione d’Europa.

A volte ci riescono, altre no. Tuttavia da favoriti o non, in campo si scende sempre in 11 giocatori contro 11 avversari.

Statistiche del derbi madrileno:

I precedenti abbondano tra Liga, Copa del Rey, supercopa de España e Champions League.

Il bilancio complessivo della stracittadina di Madrid presenta 298 partite giocate, con 153 vittorie del Real Madrid, 74 dell’Atletico Madrid, accompagnate da 71 pareggi. Le statistiche nel campionato spagnolo riportano sempre un dominio blancos con 91 vittorie contro i 41 trionfi dei colchoneros, oltre a 42 pareggi. Un divario netto, ma bisogna ricordare le tante annate in cui l’Atletico non poteva competere contro lo strapotere dei galacticos.

Le reti segnate? Il Real Madrid ha segnato 300 gol nella sfide di Liga contro i rivali colchoneros, distaccati con 224 reti. Contando tutte le competizioni il distacco è ancora più sorprendente: 519 gol blancos contro i 376 messi a segno dagli indios.

Precedenti

Tra i tanti precedenti si ricordano le 2 finali di Champions League (sopra riportate): la prima nel 2014 finì 4-1 (dts) per il Real Madrid, che pareggiò in pieno recupero con Sergio Ramos, per poi ribaltare tutto e conquistare la “Decima” coppa campioni della propria storia. Due anni dopo la storia si è ripetuta a San Siro, dove i blancos trionfano contro l’Atletico Madrid,al termine di un match lunghissimo deciso ai calci di rigore. Decisivo fu l’errore di Juanfràn dagli 11 metri.

Indovinate un po’? Il Real non vince il derby madrileno nell’arco dei primi 90 minuti da più di due anni: 18 Settembre 2022 il club di Florentino Perez campione d’Europa in carica (titolo che possiede ancora oggi) espugnò il Wanda Metropolitano con le reti di Valverde e Rodrygo.

Stagione 2023/24

L’ultima Supercoppa spagnola fu sede di questo derby, vinto dal per Real 5-3, ma dopo i tempi supplementari della semifinale del torneo.

Nella scorsa Liga gli scontri diretti sono marchiati da una vittoria dell’Atletico Madrid per 3-1 contro la squadra di Ancelotti al Wanda Metropolitano nella sfida di andata, mentre al ritorno al Bernabeu il risultato è stato un moderato pareggio: 1-1 finale.

La partita più intensa è stata però durante gli ottavi di finale dell’ultima edizione di Copa del Rey: i tempi regolamentari finiscono con il risultato di 2-2. Ai tempi supplementari si scatena però un giocatore che ha all’attivo 9 reti segnate contro le merengues: le “Petit Diable” Antoine Griezmann. Il fantasista francese segna un gol spettacolare che porta avanti i suoi al 100’. Alla fine l’Atletico chiude il match con gol di Rodrigo Riquelme al 119’. Real eliminato e colchoneros ai quarti.

Lo spettacolo è sempre assicurato per questo senso di rivalità prevalente in campo tra tifosi, giocatori e i loro coach: due giganti come Carlo Ancelotti e Diego Simeone. I due allenatori si sfidano per la 26esima volta nella storia, diventando così l’avversario più affrontato in carriera per entrambi.

Record e doppi ex

Cristiano Ronaldo è il miglior marcatore della storia del derby madrileno con 22 reti. Mentre un’altra leggenda blancos Sergio Ramos è il giocatore con più presenze: 46.

Il derbi è una sfida intensa, con tanti giocatori che hanno vestito entrambe le maglie: Raul Gonzàlez Blanco spicca tra tutti, ma preceduto da un altro campione come Hugo Sanchez. Negli ultimi anni altri hanno compiuto lo stesso doppio percorso: da Courtois a Morata, da Marcos Llorente a una conoscenza della nostra Serie A come Theo Hernandez…

Tante sfide e tanti campioni. Questo è il derbi madrileno.

Chiesa passa al Liverpool

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Una delle telenovele più seguite di questa sessione di calciomercato si è conclusa: Federico Chiesa sbarca in Premier League, sponda Liverpool.

I Reds verseranno nelle casse della Juventus circa 13 milioni di euro più bonus. Una cifra pari a quanto sarebbe pesato l’ex Fiorentina sul bilancio bianconero in quest’ultimo anno di contratto.

Un affare per tutti: sia Juventus che Liverpool ci guadagnano. I primi hanno definitivamente risolto una situazione complessa per la dirigenza bianconera: trovare la giusta sistemazione a un giocatore da tempo escluso dal nuovo progetto gestito da Thiago Motta. I Reds si sono assicurati a una cifra minima (nettamente inferiore alle cifre standard spese in Premier) uno dei migliori giocatori italiani in circolazione.

Ci guadagna anche Federico Chiesa che giocherà così in un top club nel campionato più ambito e competitivo al mondo, ma sicuramente avrà tanto da lavorare. L’azzurro partirà indietro nelle gerarchie di Arne Slot, a causa delle sue ultime prestazioni e del suo status di matricola nel campionato inglese e nello spogliatoio dei reds.

Il nuovo allenatore del Liverpool avrà ora a disposizione un nuovo esterno da alternare agli altri componenti del suo reparto offensivo, rappresentato da giocatori del calibro di Mohamed Salah, Darwin Nunez, Luis Diaz, Cody Gakpo…

C’è tuttavia un motivo per cui i Reds hanno puntato su Chiesa: la sua qualità unita a club di Premier League. Ancora non si sa nulla dell’ingaggio che l’ex Fiorentina percepirà, ma certamente la cifra a lui spettante non gliela avrebbe offerta nessun club italiano.

I presupposti di questo nuovo matrimonio sono dunque ideali per entrambe le parti. Federico Chiesa sbarca in Premier League con la voglia di stupire e conquistare Liverpool. Anfield dovrà essere la piazza giusta per rilanciarsi dopo annate non all’altezza delle sue potenzialità.

Alonso

Fernando Alonso è immortale

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Il pilota spagnolo di maggior successo: record, vittorie e talento per un simbolo della F1. Il Principe delle Asturie non vuole smettere di combattere.

Il suo simbolo e i suoi pregi in pista:

Se si pronunciano le parole: “pilota” o ”Formula uno” moltissimi pensano subito a Michael Schumacher, Lewis Hamilton, Ayrton Senna, ma tanti pensano anche a Fernando Alonso, un campione senza tempo.

Il pilota spagnolo, nato a Oviedo il 29 Luglio 1981, non è stato infatti un semplice campione del mondo. Non sempre il pilota in cima alle classifiche, poiché capitato poche volte alla guida della monoposto più veloce e perché il suo stile non è improntato solo alla velocità, Alonso è stato per molti un esempio alla guida di una monoposto. La più grande dote del “Principe delle Asturie” è la visione di gara: comprendere il massimo potenziale della propria auto e come utilizzarlo in tutte le fasi di gara. Non il pilota più veloce, ma probabilmente il più intelligente. E per questo motivo avrebbe anche potuto vincere qualche titolo in più.

Alonso è infatti considerato da tanti esperti come uno dei più grandi talenti di sempre nel mondo delle corse. I numeri non smentiscono questa sua reputazione: record di GP (390) e stagioni (21) disputati in Formula 1, 2 titoli mondiali con la Renault, 32 vittorie e 106 podi in carriera. Statistiche in costante aggiornamento perché “Magic Alonso” a 43 anni non ha nessuna voglia di ritirarsi. Per Fernando è come se il tempo si fosse fermato al momento del suo esordio nel 2001.

Passione innata: dal suo primo kart a oggi

Una curiosità particolare riguarda la sua infanzia: ha guidato il primo kart per pura casualità. Suo padre José Luis Alonso era meccanico esperto impiegato in una fabbrica di esplosivi con una grande passione per i motori. Per trasmettere questa sua stessa passione ai figli, decise di costruire un kart da regalare alla sua prima genita Lorena (sorella maggiore di Fernando), che però non fu mai attratta dal mondo delle corse. Il piccolo Fernando, che era più curioso di sua sorella, salì su quel kart e da lì non smise mai più di guidare.

Quella passione motiva Alonso ancora oggi, nonostante la F1 sia totalmente cambiata nel tempo. La sua cattiveria agonistica lo ha sempre spinto ad aggredire qualsiasi rivale e  i suoi sorpassi andrebbero fatti studiare in ogni Academy: basti pensare a quello compiuto nel GP di Spagna del 2013 alla guida della sua Ferrari ai danni di Hamilton e Kimi Raikkonen (peraltro durante la sua ultima gara vinta in F1) o agli innumerevoli sorpassi compiuti durante la sua emozionante vittoria al Gp di Europa 2012, dopo essere partito dall’undicesima piazza.

Peraltro il pilota spagnolo ha gareggiato anche in alcuni edizioni della 500miglia di Indianapolis, alla 42esima edizione di Rally Dakar, ma soprattutto alle due edizioni della 24ore di Le Mans vinte nel 2018 e 2019 con la Toyota. In poche parole: Alonso sa primeggiare con qualsiasi mezzo a motore in qualsiasi circuito.

Alonso

La sua personalità:

Tuttavia il carattere del principe delle Asturie poco incline a compromessi è stato motivo di antipatia e astio da parte di alcuni suoi colleghi. Questa scarsa flessibilità è stata il suo principale punto debole, dal quale è scaturito sempre un addio amaro alle scuderie per cui ha gareggiato (Mclaren e Ferrari su tutte).

Per concludere, Fernando è una persona molto attiva su più fronti: oltre a seguire costantemente il calcio (perché tifoso del Real Madrid), è un grande appassionato di ciclismo – che pratica costantemente durante la sua routine quotidiana. Inoltre il pilota spagnolo è ambasciatore Unicef e titolare di una sua Fondazione (Fundacion Fernando Alonso), che assume l’obiettivo di salvaguardare e promuovere la sicurezza stradale.  Il “Samurai” – altro suo soprannome – è un uomo sempre pronto a usufruire della sua notorietà per mandare un messaggio su ogni questione politica e non.

Il simbolo:

Nel suo Paese natìo, Alonso è un vero simbolo, facendo appassionare di F1 il popolo spagnolo. Per certi versi l’attuale pilota dell’Aston Martin è simile a Rafael Nadal, che da leggenda di tennis è divenuto punto di riferimento di tanti tennisti spagnoli determinati a seguire le sue gesta.

Fernando Alonso è l’ultimo pilota vecchia scuola che sicuramente mancherà al mondo delle corse quando deciderà di smettere.  Qualunque appassionato spera che questo momento non arriverà mai, perchè nessuno può negare la reputazione di Fernando Alonso: un campione senza tempo.

Italia

Italia: ecco chi uccide il calcio

Gli azzurri non vanno al Mondiale, ma l’Italia Under 17 vince l’Europeo: il paradosso di un sistema che distrugge ciò che crea.

Per la terza volta consecutiva l’Italia resterà a guardare i Mondiali in televisione. E puntualmente arriveranno le solite lamentele: “Non abbiamo più giocatori, quelli che abbiamo fanno schifo, non ci sono più Totti, Baggio, Pirlo, Del Piero”. Il solito copione. Ma il problema non è la mancanza di talento, ma un sistema che quel talento lo produce e poi lo abbandona. Esattamente come dimostra la partita di ieri sera, mentre tutti guardavano dall’altra parte.

L’Under 17 campione d’Europa (di nuovo): Tallinn, la notte che nessuno ha visto

A Tallinn, l’Italia Under 17 ha vinto il secondo Europeo consecutivo. Belgio battuto ai rigori dopo un finale da infarto: 1-1 al 90′, pareggio belga su rigore all’ultimo respiro, poi Christian Lupo che para il penalty decisivo. Lo stesso portiere che in semifinale aveva già ipnotizzato tre rigoristi spagnoli. Classe 2009. Diciassette anni compiuti il 29 maggio. Un titolo europeo già nel palmares.

Tra tre anni, con ogni probabilità, Christian Lupo giocherà nella squadra della vostra città in Serie C. Non perché non sia bravo — perché “costerà troppo”. I nostri club preferiranno portieri stranieri, alcuni sicuramente più scarsi, ma raccomandati o semplicemente meno costosi. Non è pessimismo: è il copione che abbiamo già visto recitare decine di volte.

Un problema strutturale, non una coincidenza

Non è nemmeno la prima volta che succede. Nel 2024 avevamo già vinto questo Europeo Under 17. Nel 2023 l’Under 19 aveva alzato il trofeo continentale a Malta (primo titolo dopo vent’anni) e nello stesso mese gli azzurrini erano arrivati in finale ai Mondiali Under 20 in Argentina. Cercate quanti di quei ragazzi abbiano poi trovato spazio continuativo in Serie A. La risposta è sconfortante. Gli italiani Under 21 hanno avuto accesso a un misero 1,9% del minutaggio totale in Serie A. Il talento in Italia perciò esiste, cresce e convince. Poi compie 18 anni e viene mandato in prestito in Serie B, in Serie C o all’estero, e sparisce. Tappe classiche di questo sistema.

Dunque, i giocatori, ce li abbiamo. La domanda giusta è: perché non li valorizziamo?

Roberto Mancini è stato netto sul punto:

“Abbiamo tre squadre nelle migliori otto d’Europa ma gli italiani sono al massimo sette o otto: non si tratta di una rinascita del calcio italiano, al massimo della Serie A.”

Gravina ha più volte affermato che Gattuso ha fatto solo due allenamenti in due giorni prima delle partite, mentre altre nazionali bloccano il campionato molto più spesso per i ritiri. A maggior ragione: se i veterani arrivano tardi, convochi i ragazzi dell’Under 21.

Il cantiere del futuro: risultati attesi non prima del 2032

Chiunque sarà il prossimo CT, è bene togliersi subito dalla testa l’idea di lottare per vincere un Europeo tra due anni o un Mondiale tra quattro. Il prossimo progetto tecnico, se seguito e ben sviluppato, avrà effetti positivi (salvo casi straordinari) dal 2032 in poi. Ogni edificio regge solo se ha fondamenta solide.

Spesso si dice che Roma non è stata costruita in un giorno, ma con una precisazione doverosa: Roma non è stata costruita da “LESTOFANTI”.

Spoiler: Roma non sarà costruita da un dinosauro come Malagò (spero di sbagliarmi, sempre).

LE VOCI DI CHI SA DI COSA PARLA

Qualche voce autorevole, documentata, che ha detto quello che molti fingono di non vedere:

“Abbiamo giocatori fantastici ma ciò che manca è il vero talento creativo come quello di Baggio, Del Piero o Totti, che un tempo ci aiutavano a vincere.”Gianluigi Buffon, intervistato da The Guardian, aprile 2026

“Non pensiamo di non produrre ragazzi. Questi ragazzi hanno potenzialità, ma non hanno il mestiere, non sanno come utilizzare le loro qualità al meglio. Bisogna avere il coraggio di farli giocare.”Gianfranco Zola, vicepresidente Lega Pro, maggio 2026

Ylber Ramadani

Ylber Ramadani: il leader nascosto

Non è stata una bella stagione quella del Lecce, diciamocelo: 38 punti, 17° posto, 28 gol fatti e 50 subiti, ma l’obiettivo salvezza è stato centrato. La coperta offensiva è rimasta corta per tutta la stagione. Banda è il capocannoniere con 5 reti, l’ultima quella decisiva contro il Genoa, la numero 700 del Lecce in Serie A. Davanti poca finalizzazione, con Stulic fermo a 4 gol, ma dietro molto meglio: Falcone ancora una volta una garanzia e Tiago Gabriel che si è rivelato uno dei difensori centrali più interessanti dell’intera Serie A. E in mezzo? Non possiamo non parlare di Ylber Ramadani.

Il centrocampista albanese in questa stagione ha giocato più minuti di Barella, di Calhanoglu, di Mctominay, di Ederson e di quasi chiunque altro in Serie A. Non ha fatto gol spettacolari o giocate alla Nico Paz che finiscono in trend su TikTok. Eppure, senza di lui, il Lecce probabilmente non sarebbe qui a festeggiare la quarta salvezza consecutiva.

Praticità e concretezza

Ylber Ramadani è quel mediano con la faccia di chi non si è mai goduto una partita tranquilla in vita sua. Immaginatelo come il driver di Glovo che si fa km in bicicletta per portarti la pizza, lottando contro il tempo, per far si che non si raffreddi prima di suonare al tuo citofono. Anzi, parlare di Ramadani attraverso gol e assist è come descrivere un muratore contando quante volte ha fatto la pausa caffè. Non è quello il punto. Il punto è altrove…

Secondo Kickest, in questa stagione Ramadani è quarto in tutta la Serie A per minuti giocati: 3.214. Praticamente ha saltato solo una partita a causa di una squalifica: 37 presenze da titolare su 37 partite, con 91 tackle e 59 falli subiti. Poi il centrocampista albanese emerge nella top 10 dei palloni rubati (95), duelli vinti (192) — segno di quanto gli avversari lo considerino un problema da neutralizzare fisicamente in mezzo al campo. Nei numeri difensivi, in questa stagione, pochi centrocampisti in Italia lo avvicinano. E in un campionato a predisposizione maggiormente difensiva come la Serie A, non è un dettaglio di poco conto.

La Gazzetta del Mezzogiorno, già due anni fa, lo aveva battezzato con un soprannome che gli è rimasto appiccicato addosso: la diga.

La squadra dentro la squadra

C’è una cosa che i numeri non riescono a catturare del tutto, ed è il ruolo di Ramadani nel funzionamento collettivo del Lecce. Di Francesco (ma anche i suoi predecessori) lo ha messo al centro di tutto: è lui che spesso detta i tempi del Lecce, che rallenta o accelera il gioco. Figurativamente Ramadani è come una mano sul mixer che abbassa o alza il volume senza che nessuno in sala se ne accorga davvero, ma tutti sentono la differenza.

Vale anche fuori dal campo, perché è evidente come Ramadani sia uno dei leader silenziosi di questo gruppo. Lo si intuisce guardando come reagisce la squadra nei momenti di pressione. Forse nessun giocatore del Lecce lo dice esplicitamente, ma molti leader non hanno bisogno di essere nominati. Lo sono e basta.

Ylber Ramadani lo ha detto chiaramente:

Quando le cose andavano male, al Direttore dicevo “vado io”. Quando perdiamo, sono il primo a farmi avanti. Ci sono stato sempre quando si vince e quando si perde”

Non sono le parole di un giocatore qualsiasi. Peraltro lui stesso raccontò due anni fa che il Lecce gli ha salvato la vita, dopo alcune complicazioni legate a un ascesso al collo.

E la notte della salvezza, a fine partita, ha scelto di parlare di gruppo, non di sé:

“Abbiamo fatto una grande stagione, abbiamo meritato di essere qua. Il gruppo è fantastico e ci ha portato a questo risultato”.

Ha anche rivelato un dettaglio che in pochi sapevano:

Sono molto legato a questo club, mi ricorda l’Albania.Ho avuto un problema al ginocchio ma volevo essere con i miei compagni in campo.”

Eccolo, il leader silenzioso, che in questa stagione ha anche oltrepassato la soglia storica di oltre 100 presenze in maglia giallorossa.

Allenatore e capitano aggiunto: quale futuro per lui?

Vale anche fuori dal campo. Di Francesco lo ha detto chiaramente la notte della salvezza:

“Ramadani è un leader. A volte mi sono affidato a lui per far arrivare alcuni messaggi alla squadra.”

E adesso?

Il contratto scadrebbe il prossimo 30 Giugno 2026, ma c’è una clausola unilaterale di rinnovo automatico a favore della società, il che significa che, salvo colpi di scena, Ramadani sarà ancora giallorosso la prossima stagione. Il Lecce fa bene a blindarlo senza troppi ripensamenti: certi equilibri si costruiscono in anni e si distruggono in un’estate, e Ramadani è uno di quei giocatori che tengono insieme tutto il resto senza mettersi in mostra, motivo per cui sarebbe molto complicato sostituirlo.

George Best

George Best: il genio tra Belfast e la guerra civile

Dimenticatevi per un attimo il “quinto Beatle”. Dimenticatevi le sfilate di moda, Miss Mondo, lo champagne a fiumi e quella maledetta battuta sui soldi sperperati che ha trasformato un dramma umano in un aforisma. Quella è la vernice lucida — ma ora grattiamo via la vernice e guardiamo cosa c’era sotto. E sotto c’era qualcosa di non leggerissimo, per chi ci vive: il fumo di Belfast. Questo è quello che non molti raccontano di George Best.

La carriera di George Best a Manchester è una supernova accecante. Una parabola assurda, per certi versi anche banale, che tutti liquidano con una parola pigra: “vizio” o “eroe viziato”, il cliché dell’eroe maledetto.

Settembre 1971: il cecchino e i novanta minuti di terrore

Ma molti dimenticano un dettaglio importantissimo: mentre Best dribblava mezza Inghilterra all’Old Trafford, la sua terra natale stava scivolando nell’inferno della guerra civile. E quell’inferno lo ha inseguito fin dentro lo spogliatoio.

Settembre 1971. Il Manchester United deve giocare in trasferta a St James’ Park, contro il Newcastle. Sono i giorni caldi e feroci successivi all’introduzione dell’internamento senza processo in Irlanda del Nord. Poco prima del calcio d’inizio, arriva una minaccia diretta, intercettata e dritta all’obiettivo: un cecchino dell’IRA è pronto a sparare a George Best in mezzo al campo. La polizia inglese e la sicurezza dello stadio prendono la cosa maledettamente sul serio. Gli agenti si schierano a ridosso del rettangolo verde, ma a Best viene dato un ordine tassativo e surreale per salvargli la vita: al fischio d’inizio, devi scattare e cambiare immediatamente metà campo, per disorientare il mirino del killer appostato. Provate a mettervi nei suoi panni. Sei il calciatore più famoso del pianeta, hai venticinque anni e devi giocare novanta minuti con il terrore che un proiettile ti spacchi la testa da un momento all’altro.

George Best

L’esilio dorato e il senso di colpa

Eppure, Best non solo gioca, ma trasforma la paura in arte. Lo United vince 1 a 0. E il gol della vittoria lo segna proprio lui, correndo incontro a quegli spalti da dove sarebbe dovuto partire il colpo. Un gesto di sfrontatezza assoluta che dice tutto: “potete odiarmi, ma non potete prendermi, sono più forte del terrore”.

Il vero dramma di George Best non è stato solo l’alcol, il terrorismo, ma il senso di colpa. Viveva in un esilio divino a Manchester, al sicuro, guadagnando cifre astronomiche nell’epicentro calcistico dell’Impero Britannico — lo stesso Impero che mandava un esercito a sparare nelle strade della sua gente. Nelle pagine della sua autobiografia di nome “Bestie” c’è un passaggio che squarcia il velo del playboy superficiale:

«Ogni volta che vedevo le immagini di Belfast in TV, con le bombe, i soldati e le macerie, mi sentivo un vigliacco. Io ero lì, a bere champagne, mentre i ragazzi con cui ero cresciuto si sparavano per strada».

L’alcol come unica via di fuga

La gente pensava che fosse distaccato, che non gli importasse della politica. Ma la verità è che quella situazione lo stava mangiando vivo. Best ha ribadito questo peso psicologico in diverse interviste televisive della BBC negli anni ’90. Ed è qui che capisci cos’è davvero l’alcol per Best.

Non il capriccio di un vip annoiato, ma l’unico modo per spegnere il cervello e silenziare le sirene e le esplosioni che gli rimbombavano in testa dall’altra parte del mare d’Irlanda. Una pressione psicologica devastante che metterà fine alla sua carriera e, dopo un po’, anche alla sua stessa vita. Il suo decesso avverrà il 25 novembre 2005, ma è solo una tappa, perché George Best non è mai morto, per l’Irlanda, per il calcio e per il suo mito. Pure sua madre, Anne, crollerà proprio in quegli anni sotto il peso di un alcolismo fulminante, divorata dall’ansia e dal terrore quotidiano dei Troubles di Belfast, morendo a soli 55 anni.

Il paradosso: un protestante idolatrato dai cattolici

Ma oltre al mito e alla parabola c’è un miracolo che solo il calcio può generare, e che Best ha incarnato come nessun altro. La politica e i paramilitari hanno provato a usarlo come un trofeo o come un bersaglio. Eppure, nel momento più buio della storia irlandese, George Best è stato l’unico millimetro di tregua e unione di un popolo diviso da una guerra civile. Nel pieno della guerriglia urbana, nei quartieri cattolici e repubblicani di Derry o di Falls Road, i ragazzini cattolici avevano il poster di George Best appeso in camera. Era una contraddizione, anzi, un paradosso logico: idolatrare un protestante di East Belfast. Ma lo facevano perché Best rappresentava l’evasione da quella realtà così violenta. Era la prova vivente che da quella trappola di pioggia, odio e cemento si poteva uscire.

La Nazionale della pace e la geopolitica del pallone

Si poteva essere liberi, più forti della divisione. Quando i giornalisti cercavano di strappargli una dichiarazione geopolitica, lui si rifugiava nel suo unico, vero elemento: «Non ho mai giocato per la Regina, non ho mai giocato per l’IRA. Io ho sempre giocato solo per la gente che pagava il biglietto».

Nel 1976 il CT Danny Blanchflower accarezza un sogno folle: unire per una notte l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda in un’unica Nazionale della pace, per giocare un’amichevole contro il Brasile. Best dice immediatamente di sì, prontissimo a scendere in campo. Il progetto però viene stroncato sul nascere dalle minacce di morte incrociate dei paramilitari di entrambe le fazioni. La politica aveva una paura fottuta del potere di George Best: il potere di unire un popolo diviso con un pallone tra i piedi.

La verità è che la storia ha preteso da George Best un prezzo disumano: lo ha trasformato nel capro espiatorio di una nazione che non sapeva come fare la pace, e che ha trovato più comodo condannare i suoi vizi piuttosto che guardare in faccia le proprie tragedie. Non cercate messaggi politici nelle sue interviste, non ne troverete. La sua era una geopolitica del corpo, un manifesto di pura anarchia applicato al pallone. George Best è stato il riscatto di una terra spezzata, un genio che ha trovato la sua totale indipendenza nell’unico spazio in cui nessuno poteva costruire un muro: novanta metri di erba, con il pallone incollato al piede destro.

Juventus, John Elkann

Juventus: il fallimento di Elkann

La sconfitta della Juventus contro la Fiorentina all’Allianz Stadium non è un semplice incidente di percorso, bensì il sintomo di un cortocircuito strutturale molto più profondo.

Il vero problema della Juventus oggi non è la gestione tecnica di Spalletti o la cronica sterilità offensiva, ma la totale assenza di una visione societaria chiara. Tra bilanci pesantemente in rosso e una preoccupante mancanza di anima sportiva, il club sembra ormai ridotto a un algido foglio Excel da risanare, sacrificando la propria identità sull’altare di una normalizzazione aziendale che i tifosi non possono più accettare.

“Abbiamo un allenatore con tanta esperienza. Avere una base forte è la migliore prospettiva per tornare a vincere.” Parole solenni di John Elkann, una settimana fa, al JOFC Day in Sicilia.

Poi ieri è arrivata la Fiorentina che espugna 0-2 all’Allianz Stadium. Fischi (giustamente) assordanti al fischio finale. E la Juve ha chiuso il match con 9 tiri totali, solo 2 in porta nell’intera partita!

Spalletti si rassegna

Nel post-partita Spalletti però, non ha cercato scuse.    L’ex CT ha detto: “Sotto l’aspetto della lucidità, della personalità, del carattere, dell’essere un professionista di livello ho ancora da fare dei passi in avanti. Devo tornare a scuola.” Parole di rassegnazione.Il problema però non è cosa farà con Spalletti, ma cosa vuole essere la Juventus? Il vero problema non è la panchina: è la totale assenza di una prospettiva societaria da anni…

Elkann aveva detto che la Champions non era un prerequisito per la continuità del progetto. Ma la realtà dice altro.Senza Champions League il fatturato crolla, il brand perde appeal e il mercato si ridimensiona.È la contraddizione strutturale della Juve: vuole ricostruire con calma, ma non ha il tempo di aspettare.

Juventus & Elkann

La storia è un’altra

847 milioni: Le perdite accumulate in 5 anni. La Champions è l’unica via per il pareggio di bilancio (fissato al 2026-27). 5 allenatori dal 2020: Pirlo, Allegri, Thiago Motta, Tudor, Spalletti. Il problema non è mai stato l’uomo in panchina. Il problema è che la Juventus ha smesso di sapere chi vuole essere. E i tifosi meritano di più.

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