Mbappé

Mbappé salta il mondiale? Il rischio c’è!

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Il caso è aperto. Il ginocchio sinistro di Kylian Mbappé preoccupa più del previsto.

Nel report medico si parla di distorsione al legamento crociato posteriore,𝒔𝒆𝒄𝒐𝒏𝒅𝒐 𝑪𝒂𝒅𝒆𝒏𝒂 𝑺𝑬𝑹 𝒍𝒂 𝒔𝒊𝒕𝒖𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒔𝒂𝒓𝒆𝒃𝒃𝒆 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒅𝒆𝒍𝒊𝒄𝒂𝒕𝒂. Nella cerchia del giocatore il timore è chiaro: anticipare il rientro potrebbe compromettere la preparazione verso il Mondiale 2026.

Ogni giorno di recupero pesa. Ogni scelta può fare la differenza. La sfida tra Real Madrid e Manchester City potrebbe incidere sulla decisione finale: 𝒇𝒐𝒓𝒛𝒂𝒓𝒆 𝒑𝒆𝒓 𝒊𝒍 𝒄𝒍𝒖𝒃 𝒐 𝒔𝒕𝒂𝒓𝒆 𝒂𝒊 𝒃𝒐𝒙 𝒆 𝒑𝒓𝒆𝒔𝒆𝒓𝒗𝒂𝒓𝒔𝒊 𝒑𝒆𝒓 𝒍𝒂 𝑭𝒓𝒂𝒏𝒄𝒊𝒂?

Il dubbio è uno solo: vale la pena rischiare adesso, quando c’è un Mondiale all’orizzonte? I migliori auguri per Kylian Mbappé. Dopo Rodrygo, tanti altri campioni hanno saltato l’edizioni di un campionato del mondo causa infortunio: Vieri, Falcao, Ibra, Reus, Pogba, Benzema…

Michael Carrick

Michael Carrick, il messia dell’Old Trafford

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tile fare premesse. Qualche anno fa un mio amico scrisse che il Manchester United è una macchina societaria inceppata, con vari ingranaggi (ambiente, allenatore, calciatori) altrettanto inceppati. Nessuno capace di dirigere, rinnovare e allestire un progetto tecnico adeguato. L’addio di Sir Alex Ferguson sembra una maledizione. Nessun erede del leggendario manager scozzese ha guidato i Red Devils con un rendimento ottimale. La panchina dello United è come la cattedra di Difesa contro le Arti Oscure di Hogwarts. Nessuno regge il prestigio di una posizione del genere. In questo caso la maledizione non è stata scagliata da Voi sapete chi (evitiamo di scriverlo per non maledirci da soli) ma da un’entità ancora più oscura: il capro espiatorio, che nel calcio è spesso l’allenatore. Ora sulla panchina del Manchester United siede Michael Carrick, che potrebbe scacciare la maledizione (potrebbe).

I primi risultati del nuovo manager dello United sono stati ultra-positivi: imbattuto con cinque vittorie (due contro Manchester City e Arsenal) e un pareggio in 6 partite. Trend che ha permesso di rimontare in classifica, tornando in lotta per i primi 4 posti, tramite una solida compattezza difensiva e diversi clean sheets. Perché proprio l’ex centrocampista britannico potrebbe essere il Messia dei Red Devils? Ve lo spieghiamo step by step.

Una piaga infinita

Risulta molto strano accomunare la parola “Messia” a una squadra che ha il soprannome di “The Red Devils”. Sì, ma è ancora più strano che uno dei migliori club della storia, tra i più prestigiosi e ricchi al mondo, non sia riuscita a predisporre un progetto tecnico vincente. Certo, vincere in Premier League non è facile ed è un processo molto laborioso (vedi Mikel Arteta, ora capolista all’Arsenal, dopo aver raggiunto due ottavi posti nelle prime due stagioni da manager dei Gunners). Ma questa non può essere una scusante per cui lo United non vince una Premier League da quasi 13 anni, in molti dei quali figurando come una squadra poco competitiva.

Sir Alex Ferguson e Michael Carrick

Influenza mancuniana

Sir Alex Ferguson ha spesso dichiarato che al Manchester United c’era un virus che infettava tutti, e si chiamava “vincere”.

Dopo un inizio di stagione deludente sotto la gestione di Ruben Amorim, con risultati mediocri — una statistica negativa che include la peggiore percentuale di vittorie da allenatore permanente nella storia recente dei Red Devils — Carrick ha messo subito in chiaro la sua impronta.


“Voglio che il club abbia successo anche dopo la fine della stagione: se sono io, se è qualcun altro… vedremo cosa succederà.”
Michael Carrick, conferenza stampa

Una carriera da non sottovalutare

L’attuale manager del Manchester United sta stupendo tutti. Perché la gente è così stupita? Carrick è un ex centrocampista, un simbolo dei mancuniani. Nessuno deve dimenticare una carriera da giocatore costellata di cinque titoli di Premier League e una Champions League. Peraltro ha costruito la sua strada nel ruolo di allenatore subito dopo il ritiro agonistico. Dopo anni come vice allenatore a Manchester con Mourinho e Solskjær, Michael Carrick ha guidato per quasi tre stagioni il Middlesbrough FC in Championship, collezionando 136 panchine con 63 vittorie, 24 pareggi e 49 sconfitte, prima dell’addio nell’estate del 2025. Tutto questo per dire che Carrick sa benissimo cosa significa stare in panchina. Era peraltro un centrocampista molto intelligente, capace di fornire vari assist a campioni assoluti come Giggs, Cristiano Ronaldo, Rooney e altri ancora…

Un gruppo riunito

Carrick porta con sé la mentalità vincente assimilata sotto Sir Alex Ferguson, il manager che l’ha plasmato prima come giocatore e poi come leader nel mondo United. Durante la sua esperienza da giocatore, Carrick stesso ha ricordato come Ferguson fosse una “massiccia influenza” nel trasmettere cultura e valori di squadra, insistendo su volontà e disciplina. E i giocatori stessi lo confermano: secondo Luke Shaw, la sua leadership ha creato un senso di unità e positività nel gruppo, più che dipendere esclusivamente da schemi tattici personalizzati. In club così prestigiosi tanti allenatori devono fare passi indietro: puntare più sulla praticità che sull’imposizione di un “gioco” da replicare. Matheus Cunha ha messo in evidenza come Carrick “sappia cosa ci vuole per vincere qui”, ereditando una conoscenza profonda delle aspettative del club.

La sua filosofia è un equilibrio tra ordine difensivo e transizione rapida. Il Manchester United ha iniziato a giocare con intensità e pragmaticità, concedendo meno tiri agli avversari e sfruttando i momenti chiave delle partite grazie anche a giovani e nuovi acquisti. Una delle chiavi dell’impatto positivo di Carrick è la capacità di far sentire ogni giocatore parte integrante del progetto. La prima cosa che deve fare un allenatore: unire e motivare un ambiente, senza idealizzare schemi perfezionisti. Non a caso, anche veterani come Wayne Rooney hanno lodato il suo impatto sulla cultura dello spogliatoio. Ma Carrick ha trasformato lo United anche dal punto di vista tattico.

Ripartire dalla difesa

I dati dei primi sei match sotto Carrick — 41 tiri totali e 15 gol segnati, con una percentuale di possesso superiore al 60% in diverse gare e pochissime occasioni concesse — confermano una trasformazione che va oltre il semplice cambio di tecnico. E non contro avversari semplici: Arsenal capolista e rivali del City su tutti. L’ex centrocampista inglese sembra aver trovato il bandolo della matassa dei Red Devils, puntando quindi su una strategia più semplice, ma efficace.

Se Carrick dovesse confermare questo trend, consolidando la qualificazione in Champions League e proseguendo il percorso nelle coppe, diventerebbe inevitabilmente il candidato ideale su cui costruire il rilancio del Manchester United. I segnali iniziali sono più che incoraggianti e raccontano di una squadra che sta finalmente ritrovando identità, equilibrio e fiducia. L’Arsenal ha fatto così con Arteta nel 2019, dandogli tempo e fiducia, nonostante le difficoltà iniziali. Stessa cosa deve fare, a nostro avviso, la società del Manchester United. Perché non affidare le redini di questo progetto a un ex campione? Un allenatore pratico, benvoluto dallo spogliatoio e consapevole di cosa significa vivere, lottare e vincere all’Old Trafford? La manna dal cielo, forse, è arrivata: il messia può essere Michael Carrick.

Bodo Glimt

Bodø/Glimt, l’incubo d’Europa: come il gelo diventa arma tattica

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Nel calcio moderno, dove soldi, estetica, social e glamour prevalgono sulla tecnica, il Bodø/Glimt colpisce ancora. Una squadra norvegese che sconfigge nuovamente club con budget incomparabili al loro. La chiave di tutto? ovviamente il contesto geografico e climatico in cui il club vive e gioca le sue partite europee. Giocare nell’estremo Nord della Norvegia non è un vezzo geografico: è un vantaggio competitivo concreto. All’Aspmyra Stadion, campo di casa dei norvegesi, il terreno è in erba artificiale (con riscaldamento). Un assetto studiato proprio per resistere a temperature gelidissime, vento forte e neve costante — condizioni estreme che molti giocatori vedono solo su videogame o in TV. Questo fattore tecnico‑ambientale ha già inciso a favore delle prestazioni più sorprendenti del Bodø/Glimt.

La storia non sbaglia mai

Il freddo artico non è solo un nemico del pallone: è stato una delle armi più letali della storia militare. Napoleone Bonaparte, uno dei più grandi strateghi che ha conquistato gran parte dell’Europa continentale, si arrese al gelo russo. Persino Hitler fallì l’Operazione Barbarossa durante il secondo conflitto mondiale, con l’esercito tedesco incapace di combattere sotto temperature estreme e l’incessante neve. Per le squadre europee che arrivano ad Aspmyra Stadion, il concetto è lo stesso: il freddo, il vento e il terreno sintetico diventano un avversario invisibile. Una forza naturale che abbatte le tattiche, taglia le gambe e la concentrazione. Un’arma tattica difficile da contrastare per chi non è abituato a giocare in queste gelide condizioni.

Il clima, un nemico

E non è solo un vezzo narrativo: il clima estremo di Bodø entra nei discorsi dei protagonisti stessi. Mentre in ogni angolo del globo sono evidenti i cambiamenti ambientali determinati dal surriscaldamento globale, Bodo forse in questo, potrebbe rappresentare un’eccezione. Discorsi tecnicamente ambientali a parte, bisogna dire che una temperatura leggermente più alta non dispiacerebbe a nessuno.

Prima della sfida di Champions League contro la Juventus, il tecnico bianconero Luciano Spalletti ha ammesso apertamente che “il campo e il clima non favoriscono la Juve, l’aria qui è molto fredda, non ci siamo abituati”. La differenza di condizioni rischia appunto di pesare sulle gambe e sulle scelte tattiche dei giocatori.

Dalla parte norvegese, Jens Petter Hauge ha ironizzato sul fatto che Bodø “dà i brividi” agli avversari, citando infatti vento, temperature sotto zero e il prato sintetico come elementi che rendono la trasferta una prova di resistenza durissima per i giocatori stranieri.

Dati di fatto

La stagione in corso è l’esempio più recente. Il 20 gennaio 2026, il Bodø/Glimt ha sconfitto il Manchester City 3‑1 nella fase a gironi della UEFA Champions League, ottenendo una sorprendente vittoria contro un colosso del calcio europeo contemporaneo. Kasper Høgh ha firmato una doppietta in pochi minuti e Jens Petter Hauge ha chiuso la notte con un gol spettacolare. L’ambiente artico e la tattica ben eseguita hanno messo in difficoltà pure gli esperti citizens di Pep Guardiola.

Essa è la conferma di un trend europeo iniziato anni fa. Nessuno dimentica quando nel 2021, nella fase a gironi della UEFA Conference League, il Bodø/Glimt ha travolto la Roma per 6‑1 ad Aspmyra. Una delle sconfitte più pesanti nella storia recente dei giallorossi (che peraltro saranno vincitori della competizione in primavera). Un risultato che rimane uno dei simboli della capacità del club di essere “on fire” (si, on fire nel gelo artico) nelle condizioni estreme della sua casa norvegese.

La scorsa stagione di Europa League aveva pure evidenziato la capacità del Bodø/Glimt di sfruttare la propria “fortezza artica”. Dopo aver superato gli allora campioni in carica della Conference League, l’Olympiacos, con un devastante 3‑0 in casa, i norvegesi hanno anche eliminato la Lazio ai quarti di finale ai calci di rigore dopo una doppia sfida combattuta, diventando la prima squadra norvegese a raggiungere una semifinale in una competizione UEFA maggiore. La vittoria per 2-0 all’andata contro i biancocelesti, tra le proprie mura, è stata quindi decisiva. E non dimentichiamo la vittoria per 3-2 contro il Porto nella prima giornata di Europa League sempre della scorsa stagione.

Come influisce il freddo su chi non è abituato?

Qui alcuni dati sanitari al riguardo.

  • 1. Prestazioni fisiche e funzione muscolare
  • In condizioni di freddo intenso, la vasocostrizione periferica (restringimento dei vasi sanguigni) riduce il flusso di sangue ai muscoli, riducendo così l’efficienza della contrattilità muscolare e la potenza. Questo può tradursi in forza esplosiva e coordinazione ridotte se non si è acclimatati.
  • 2. Effetti cognitivi — attenzione, memoria e decision making
  • Alcuni studi mostrano che l’esposizione al freddo può danneggiare diverse funzioni cognitive: attenzione, velocità di elaborazione, memoria di lavoro e decisione psichica sotto pressione.
  • 3. Prestazioni motorie e reattività
  • Temperature molto basse possono ridurre la trasmissione nervosa e la velocità di reazione, peggiorando la coordinazione muscolare e la prontezza nei movimenti complessi.
  • 4. Acclimatazione come vantaggio competitivo
  • Il quadro scientifico indica che l’adattamento ripetuto al freddo (acclimatazione) può migliorare la tolleranza e attenuare alcuni effetti negativi. Questo significa che chi è abituato al clima artico gestisce meglio energia, coordinazione e concentrazione rispetto a chi arriva da ambienti temperati.

Il fattore psicologico?

Cosa lega queste imprese? In parte la filosofia di gioco offensivo e coraggioso impressa da Kjetil Knutsen, capace di far rendere al massimo una rosa modestissima rispetto agli standard delle grandi d’Europa. La temperatura sottozero, il vento gelido e un campo artificiale che cambia profondamente il ritmo di gioco, costringono gli avversari ad adattarsi in fretta, scoprendo spesso il fianco alla pressione fisica e tattica dei padroni di casa. È un clima che si percepisce non solo nel pallone che rimbalza più veloce, ma proprio nella psicologia dell’incontro. Ripetiamo lo stesso concetto: chi arriva da un clima diverso da quello norvegese trova un’atmosfera che sembra appartenere a un altro sport.

In questo senso, Bodø/Glimt non è solo un club di provincia che doma e sconfigge club più grandi: è un promemoria di quanto contesto, geografia e ambiente possano ancora modellare il calcio europeo, anche in presenza di assetti e linee guida distanti dai miliardi di investimenti caratterizzanti il calcio moderno. Aspmyra diventa così una delle arene più temute per chi arriva da fuori.

E chi arriva da climi temperati si trova a combattere non solo una squadra, ma un ambiente avverso. Un nemico che non conosce tattica ma semplicemente vince contro tempo, energia e concentrazione. È questa capacità di sfruttare la natura a definire una nuova forma di superiorità nel calcio moderno: vince non solo chi gioca meglio, ma chi sopravvive meglio alle condizioni più dure.

L’immagine in evidenza è di Facebook Bodo Glimt

Iemmello

Il nuovo Catanzaro di Aquilani

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Il successo del Catanzaro contro il Venezia è più di una vittoria: è un segnale di rinascita, di forza, di unità e identità. La squadra di Aquilani ha ritrovato fiducia, entusiasmo e consapevolezza dei propri mezzi. Nel cuore della battaglia il Catanzaro ritrova sé stesso. Con il calore e il sostegno della Curva Ovest la “Compagnia di Iemmello” lotta, crede e resiste: perché le aquile non si arrendono mai.

La compagnia di Iemmello

Il Catanzaro e il Signore degli Anelli possono avere qualcosa in comune? Si, ve lo spiego subito. Una parte di questa narrazione è contenuta anche nel settimo episodio di Espresso Cadetto, il podcast dedicato esclusivamente alla serie B (andate ad ascoltarlo).

Nel famosissimo romanzo di J. R. R. Tolkien, le aquile della Terra di Mezzo sono un segnale di liberazione (non a caso, salvano Gandalf e Frodo in due situazioni di pericolo). Sono sentinelle dotate di un’intelligenza molto sviluppata, con il compito di vigilare su alcune regioni della stessa Terra di Mezzo. Nell’ultimo film della saga kolossal di Peter Jackson vi infatti è una scena iconica dove Peregrino Tuc esulta esclamando: “Arrivano le aquile”.

Ora traslando la materia dalla letteratura/cinema al calcio in Serie B, che sarà così il nostro Arda (l’universo immaginario di Tolkien) per intenderci, le aquile diventano componenti della Compagnia di Iemmello. L’anello per Tolkien è il filo conduttore di tutto il suo mondo: quello che tutti vorrebbero possedere e controllare per la sua potenza, vale a dire il dominio su ogni cosa per mezzo dell’invisibilità.

Iemmello per il Catanzaro è questo: è il suo bomber, il suo capitano e il suo Re, il più ricercato dai suoi compagni. Perché sempre attorno all’attaccante giallorosso questa squadra diventa sicura, forte, imprevedibile. Ed è anche il più ricercato dagli avversari, per poter placare ovviamente la sua forza offensiva. Ok, ora posso dirlo: Il ritorno del Re. Re Pietro può ricoprire entrambi i ruoli, concediamoglielo. Un messaggio per i difensori della Serie B? Un Iemmello per domarli, un Iemmello per trovarli, un Iemmello per ghermirli, e nel buio incatenarli”. Non a caso il gol che sblocca l’incontro contro il Venezia ha la sua firma.

Rispoli e Favasuli al pari di Gimli e Legolas

Fabio Rispoli e Costantino Favasuli sono stati indubbiamente i migliori del Catanzaro nell’ultima vittoria contro il Venezia. Una mezz’ala e un esterno che hanno infastidito più volte la mediana e la retroguardia dei lagunari.

Rispoli possiede tecnica, corsa, aggressività e imprevedibilità. Un po’ come Gimli nel Signore degli Anelli. Si, perché i suoi 169 cm di statura non impauriscono, ma si tratta di sola apparenza. Grinta, cuore e umiltà sono i suoi principali tratti distintivi come Gimli. Ci sarà un motivo se Cesc Fabregas ha dichiarato pubblicamente di monitorarlo a distanza, con l’intenzione di farlo rientrare alla base a fine stagione.

Favasuli è il Legolas di turno. L’esterno tutto fascia che lotta su ogni pallone, trasmettendo “garra” a tutti i suoi compagni. L’emblema della lotta. In campo sembra essere dotato di un’energia irrefrenabile, mostrando anche lui un’umiltà fuori dal comune. Si comporta come un veterano giallorosso, come se la piazza catanzarese gli appartenesse da sempre. Possiamo definirlo il vero erede di Mario Situm? Forse sì, ma valutiamolo con maggiore cautela, come fatto finora. Ogni partita per lui è come se fosse la battaglia più importante (vedi prestazione e gol nella vittoria esterna del Catanzaro a Mantova), quella volta a definire il destino finale di sé e di tutta la squadra. Favasuli ha recepito più di tutti uno dei principali cori della curva catanzarese: “Noi vogliamo gente che lotta!”.

Una nuova era

Un film diretto da Alberto Aquilani e prodotto da Floriano Noto. E le Due Torri? Una è sicuramente Mathias Antonini, ormai leader indiscusso della difesa giallorossa. Una garanzia assoluta: il generale difensivo che guida il reparto a respingere gli invasori d’area di rigore di Pigliacelli. E farlo egregiamente contro Palermo e Venezia non è da tutti. Gandalf? Ovviamente Alphadjo Cissé. Inutile parlare delle sue qualità. Rintracciare un suo hater è come cercare un ateo in chiesa.

Confronto con la stagione 2024/25: PRECISIONE E AGGRESSIONE

Non si può fare un vero e proprio confronto diretto, poiché ci sono ancora 27 partite da giocare. Analizziamo giusto alcuni numeri: su tutti i 6 gol nelle ultime 3 partite. Forse la fase offensiva può ritenersi un livello definitivamente sbloccato nel gioco di Alberto Aquilani. Infatti le grandi occasioni a partite (1.9) sono maggiori rispetto al Catanzaro della scorsa stagione (1.5), così come i tiri totali in partita (13,5 ora, 11, 5 la scorsa annata).

Precisione e aggressione sono le parole chiavi che riassumono i prossimi dati: i giallorossi attuali hanno una percentuale di precisione nei passaggi corti (83,3 %) e lunghi (39,6%) leggermente minore rispetto allo scorso anno (84,8 % quelli corti e 47, 3% quelli lunghi). Logicamente il possesso palla perso a partita di quest’anno (119,6 vs 113,6) sarà maggiore. Un calo di precisione tatticamente prevedibile a causa dell’assenza di Marco Pompetti e del minor minutaggio di Jacopo Petriccione. Un dato che ha sicuramente allarmato Aquilani nelle prime 8 partite stagionali? Gli errori che hanno portato a subire gol: 4 contro i 13 totali dello scorso anno.

E aggressione? Perché il Catanzaro attuale vince più contrasti a partita (53,6% vs 52,3%) ,più duelli a terra (54,7% vs 52, 2%) e più duelli aerei (15,8 vs 13,6).

“Comincia una nuova battaglia, ragazzo nessuna pietà”

In questa compagnia di Iemmello, il ruolo di Aragorn non possiamo non attribuirlo al guerriero più forte dello stadio Ceravolo: la Curva Ovest “Massimo Capraro”. Al pari di Aragorn, che incita i proprio guerrieri a resistere contro gli invasori, l’esercito dell’oscuro signore Sauron, uno dei principali cori giallorossi intona così: “Comincia una nuova battaglia, ragazzo nessuna pietà…”.

Dopo l’ultima sconfitta contro il Padova, il Catanzaro ha saputo rialzarsi insieme alla sua gente, conquistando una sorta di redenzione e salvandosi da una situazione di pericolo — proprio come le aquile ne Il Signore degli Anelli. Un altro classico esempio di come, nella vita, bisogna continuare a lavorare, lottare, incitare e credere, anche quando i pronostici non sono a proprio favore. Il Catanzaro ha ritrovato la sua forza nella lotta. Perché per squadra, ultras e città non conta solo la vittoria, conta combattere insieme.

Catanzaro
Curva Ovest Massimo Capraro. Credits: Facebook Us Catanzaro 1929

L’immagine in evidenza è di facebook Us Catanzaro 1929

Barcellona

La nascita dei marziani blaugrana

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21 Settembre 2008: il nuovo Barcellona di Pep Guardiola deve riscattarsi dopo un inizio di stagione abbastanza deludente (1 punto nelle prime due giornate di Liga).

I blaugrana affrontano in trasferta lo Sporting Gijon allo stadio El Molinon. Concentrazione, ma anche molta tensione, traspare da Pep Guardiola e i suoi ragazzi. Ma la paura e l’ossessione per la vittoria producono una lezione di calcio indimenticabile. Risultato finale? 1-6 per il Barcellona.

Perché vi racconto questa storia? Perché dopo quel 21 Settembre di 17 anni fa, Pep Guardiola ha rivoluzionato uno sport così globale e così controverso come il calcio.

Dopo quella serata, il Barcellona metterà insieme 19 vittorie e 2 pareggi nelle successive 21 partite. Una striscia infinita di imbattibilità, a causa di cui giornali, televisioni e siti internet cominceranno a raccontare il calcio del Barcellona con strumenti e artifici mai adoperati prima per nessun’altra squadra.

Nell’Ottobre del 2008, Miguel Serrano (firma di Marca, quotidiano madrileno piuttosto vicino al Real) dichiarerà: “Se adesso fossi un ragazzino, mio padre dovrebbe fare un gran lavoro per convincermi a non tifare Barcellona: vederli giocare è semplicemente magnifico.”

E Sid Lowe scriverà sul “Guardian” che “Il Pep Team sta conquistando le menti, i cuori e le partite con un calcio brillante, seducente.”

Alonso

24 Giugno 2012: Alonso leggenda

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Una delle parole più usate nel mondo dello sport è “Incredibile”. E la storia che sto per raccontarvi è davvero incredibile. In momenti di totale emergenza e difficoltà chiunque prega il proprio Dio al fine di ottenere una benedizione. Il 24 Giugno 2012, durante l’edizione del Gp di Europa, precisamente a Valencia, Dio benedì i tifosi ferraristi, non speranzosi a causa dell’undicesima piazza da cui partiva Fernando Alonso, a causa di una disastrosa sessione di qualifiche. Dio (che ci crediate o no) decise di stravolgere tutto. Larry Bird disse: “Era Dio travestito da Michael Jordan”, quando MJ stesso fece 63 punti contro lui e i Boston Celtics nel 1986, segnando il record di punti nei playoff NBA. Traslando la citazione dal basket alla F1 sul 24 Giugno 2012 il mondo dei motori dovrebbe dire: “Era Dio travestito da Fernando Alonso”.

Mai sottovalutare Fernando Alonso

Chiariamo il contesto: 2012, campionato mondiale di F1, Lewis Hamilton è in testa alla classifica mondiale con due lunghezze di vantaggio su Fernando Alonso in Ferrari e tre lunghezze sul campione del mondo in carica Sebastian Vettel su Red Bull. Lo so, è passata una vita. Durante le qualifiche del Gp di Europa due dei tre piloti sopra citati, il tedesco e l’inglese, conquistano la prima fila (Vettel in pole) alla fine della Q3, alla quale Alonso nemmeno partecipa. L’asturiano partirà infatti dall’undicesima posizione, a seguito di gravi errori di valutazione da parte della scuderia di Maranello. Inutile illudersi: impossibile raggiungere Vettel e Hamilton perché impossibile fare tantissimi sorpassi in un circuito con 25 curve come quello di Valencia (per chi se lo ricorderà).

Questi sono i presupposti, ma Fernando Alonso non è il tipo che si arrende facilmente. Le difficoltà non lo destabilizzano, anzi lo motivano. E questa motivazione, stimolata pure dal fatto di gareggiare in Spagna, a casa sua, lo condurrà al trionfo. Procediamo però per gradi…

La gara più imprevedibile di sempre

Il pilota spagnolo mostra tutta la sua grinta e determinazione fin dai primi istanti di gara: recupera 3 piazze durante la partenza. Dopo pochi giri raggiunge la 7 posizione, superando Nico Hulkenberg in seguito a vari tentativi. La gara si accende subito dopo: un esordiente in F1 di nome Romain Grosjean supera il leader del mondiale Lewis Hamilton, prendendosi la seconda posizione. Un sorpasso stupendo da far vedere nelle F1 Academy. La gara diventa piena di sorpassi e di colpi di scena, nonostante i presupposti fossero ben diversi. Qualcosa che oggi sembra folle solo a pensarci, perché siamo abituati a una F1 molto monotona e meno competitiva rispetto al 2012, che indovinate? Nei primi 7 Gp stagionali precedenti a questo di Valencia che vi sto raccontando, ebbe 7 vincitori diversi. No, ripeto: non sono matto, vi sto riportando dati di fatto.

Quando il gioco si fa duro, Alonso inizia a giocare

Come vi stavo dicendo: la gara si fa infuocata, sorpassi belli e folli durante ogni giro. La follia però va ben dosata. Infatti Alonso e il suo team ai box adottano la strategia migliore: stint lungo di gomme provando l’overcut che approfitti del grande traffico creatosi tra il 4 e il 7 posto. Tralasciando dettagli e sorpassi vari, proprio grazie a questo overcut, il pilota spagnolo si ritrova al 4 posto, rimontando 7 posizioni in solo 22 giri. E il podio non è così lontano. Quello che sembra lontano è la vittoria, perché Vettel e Grosjean sembrano irraggiungibili. Sembrano!

Alonso
Fernando Alonso che sorpassa Paul Di Resta durante il Gp

Tanti duelli e tanti sorpassi in un circuito cittadino con 25 curve. Basta questo per far sottintendere che l’uscita della Safety Car a seguito di un incidente era quotata a 0,90 alla Snai. Ed è l’unica chance che possa permettere alla Ferrari di giocarsi la vittoria del Gran premio, anche perché i tempi di Fernando Alonso sono molto buoni, simili a quelli di Vettel che domina in pista.

Se questo è il volere di Dio

Giro 28/57, a metà gara il pronostico a bassa quota si verifica: contatto tra Kovalainen e Jean Eric Vergne. “Chi sono questi piloti?” Qualcuno si chiederà, ma ragazzi, archiviate l’era social e l’era power unit. La direzione di gara manda la safety car in pista. Se Dio dovesse manifestarsi nel mondo terreno per eseguire un suo volere, lo farebbe nelle condizioni a lui favorevoli. Altrimenti come mostrerebbe la sua egemonia sul mondo? E quella Safety Car era l’occasione giusta per poter stravolgere gli equilibri della gara, e anche del campionato mondiale. Perché dopo questo episodio, cambierà tutto.

E sapete qual è la cosa bella? Che Alonso non apprezzerebbe mai una tesi del genere, a causa del suo ateismo (il campione spagnolo si è dichiarato più volte ateo).

Non a caso Alonso era ugualmente uno dei piloti più veloci in pista. Si era reso autore di più sorpassi (tra cui su Schumacher e Webber), non sbagliando praticamente nulla. E nulla lo avrebbe fermato, così come nulla impedirebbe a Dio di eseguire le sue volontà. Ora i distacchi sono azzerati: tutti vanno ai box, usufruendo del regime di Safety Car. Alonso, Hamilton e Vettel compresi.

Colpi di scena infiniti

Tanti pit stop in contemporanea, motivo per cui sarà necessario essere più precisi e rapidi possibili. In queste situazione l’ansia e il panico può assalire alcuni meccanici, ed è quello che accade al team Mclaren, mentre esegue il pit stop di Lewis Hamilton. Una svista colossale durante il cambio gomme rallenta la sosta del campione britannico, permettendo a Fernando Alonso di sorpassarlo e conquistare così il terzo posto. Il campione spagnolo beneficia di un rapido e super pit stop dei meccanici Ferrari. Ora l’ordine di ripartenza con l’uscita della Safety Car sarà: Vettel, Grosjean e Alonso.

Now or never

Alonso studia bene Grosjean durante la Safety Car: resta attaccato alla vettura Lotus, per essere pronto a colpire al momento giusto, sfruttando magari la poca esperienza del pilota francese. Al momento della ripartenza sarà così: Alonso aggressivissimo come una belva che annusa la preda, affianca Grosjean e lo sorpassa. Un sorpasso bello e studiato nei minimi dettagli, che solo un pilota come Alonso può fare. Nulla può perciò impedire la vittoria, ma superare Vettel non sarà semplice.

Alla fine però non ci sarà bisogno di un sorpasso, perché pochi giri dopo, la gara avrà l’ennesimo colpo di scena, quello più devastante: la Red Bull di Sebastian Vettel, campione del mondo in carica (con quella vittoria sarebbe tornato leader della classifica mondiale), si ferma per problemi al motore! Alonso conquista così la leadership del Gran premio e della classifica mondiale. Incontenibile la gioia nel box Ferrari e sulle tribune, dove il popolo spagnolo esulta per l’insperata rimonta del proprio idolo nazionale.

Alonso passa e andrà sempre più veloce fino all’ultimo giro, trionfando in casa propria. Ottavia vittoria in Ferrari e 2 vittoria stagionale, ponendo fine al tabù di 7 vincitori diversi per ogni Gp: per la prima volta in quel campionato mondiale un pilota vincerà 2 gare. L’ennesima manifestazione di Dio che si impone anche sulle statistiche.

LA FORTUNA NON ESISTE

La fortuna non esiste. Esiste il momento in cui il talento incontra l’opportunità.”-Seneca

“Che botta di culo” potremmo dire. Certo, per trionfare in qualsiasi cosa, l’inerzia deve essere a tuo favore, ma spesso si dice che la fortuna aiuta gli audaci. E Alonso in quel Gp fu la massima espressione di audacia.

E se vogliamo dirla tutta, subordinare la grande rimonta del Samurai spagnolo al ritiro di Vettel è molto marginale. Senza il forfait del campione tedesco Alonso avrebbe lottato e vinto ugualmente la gara. Perché quel giorno Dio era con lui (anche se Fernando non ci crede). E se dobbiamo appellarci alla fortuna, ripensando a come andrà a finire quel mondiale, Fernando sarà l’ultimo da ritenere fortunato. Due incidenti clamorosi (non legati a suoi errori) permetteranno a Vettel di rimontare questo lo svantaggio accumulato da Alonso durante questo Gp di Europa. Ma questa è un’altra storia.

Alonso guadagnerà 25 punti sui due rivali in pista. Anche Hamilton si ritirerà dalla gara a causa di un contatto con Maldonado. Un altro episodio che conferma quanto la volontà divina sia stata nettamente a favore del Cavallino Rampante. E c’è di più: sul podio con Fernando, ci saranno Kimi Raikkonen su Lotus, l’ultimo campione del mondo a Maranello (che vinse proprio contro Alonso nel 2007) e Michael Schumacher (inutile definirlo) su Mercedes.

Una gara, un podio che mostra l’onnipotenza della Ferrari sul mondo delle corse: il passato (Schumacher e Raikkonen) il presente (Alonso) e il futuro (Alonso resterà in Ferrari e Kimi gareggierà al suo fianco nel 2014) della scuderia di Maranello. Quel giorno Dio travestito da Fernando Alonso ha dimostrato al mondo intero che, nonostante le insidie, la Ferrari rimane regina nel mondo dei motori, se competitiva. Questa storia insegna solo una cosa: dimostri e comprendi la tua forza solo dopo aver toccato il fondo.

Ora torniamo al presente: speriamo di poter rivivere trionfi simili nel più breve tempo possibile. Cerchiamo di rimanere pazienti ancora un po’. Perché a Maranello è da troppo tempo che si tocca il fondo.

Alonso
Zidane

Zinèdine Zidane: leggenda assoluta

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Zinèdine Zidane: un artista che abbinava la tecnica alla potenza fisica, dal cui connubio derivano solo capolavori.

Zidane era arte pura con i suoi gesti tecnici e i suoi gol. Vederlo giocare è come osservare Michelangelo che dipinge gli affreschi per la Cappella Sistina. La palla sembrava incollata al suo piede, come un boomerang che parte e torna dal suo padrone.

Le sue imprese:

 Un uomo che ha portato il suo paese per la prima volta a essere Campioni del Mondo nel 1998 in casa propria, dopo aver distrutto con una doppietta il Brasile Campione in carica.

La stessa Selecao che Zizou ha dominato durante i quarti di finale del 2006. Un giocatore che ha piegato la nazionale vincitrice di 5 coppe del mondo rappresentata da Ronaldo El fenomeno, Ronaldinho, Kakà, per dirne solo 3… La prestazione singolare di Zidane è stata forse una delle migliori che si sia mai vista nella storia del calcio. Dopo che hai sovrastato il Brasile in 2 edizioni diverse di Mondiali di calcio non puoi non essere qualcosa da tramandare nei secoli di generazione in generazione.

Mondiale 2006: la famosa testata

Quello stesso mondiale in cui Zizou ha disputato le sue ultime partite di una pittoresca carriera vincente. Tanti artisti hanno compiuto gesti estremi: Zinedine Zidane è stato autore di quella famosa testata a Marco Materazzi, sabotando la vittoria del Mondiale 2006, per fortuna di tutti gli italiani che ancora ringraziano.

“Rischia di rovinare una carriera con una testata indecente”- Fabio Caressa.

Eredità:

Le sue vittorie e le sue prestazioni sono state però troppo superlative per poterle piegare a un solo episodio negativo.

Zizou rimarrà sempre il punto di riferimento del calcio francese e mondiale. Una figura assoluta su cui nessuno discute.

“Lui è semplicemente il padrone. Metterei Zidane tra i cinque migliori giocatori della storia. Negli ultimi dieci anni non ce n’è stato un altro come lui”.

Sinner

Il lato nascosto di Sinner

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Jannik Sinner sarà una leggenda del tennis. “E dov’è la novità?”. Questa analisi non analizza il presente o il passato, ma ipotizza il futuro di un campione, di un’atleta e soprattutto di una persona. Una visione ipotetica sulle gesta e trionfi che non saranno eterni. Jannik ci sta abituando alla perfezione, a una costanza di rendimento inimmaginabile, ma lo sport è fatto da cicli. Purtroppo- duole dirlo e speriamo capiti più tardi possibile- questa perfezione atletica avrà una fine. E probabilmente il mondo odierno, pronto a condannarti a ogni minimo errore, non sarà pronto.

Cos’è la perfezione?

“Non aver paura della perfezione: non la raggiungerai mai.”- Salvador Dalì

Quante volte avete sentito dire: “Nessuno è perfetto”? Eppure un 10 a scuola- che rappresenta la perfezione di una prova- l’ha ottenuto una discreta percentuale di studenti. Forse perché spesso la perfezione in sé è un concetto che trasla tantissimo, tra generale, particolare e relativo. “Quella donna è perfetta per me”, “Quel giocatore è perfetto per quella squadra”, “Questo profilo è perfetto per la nostra azienda”, tutte situazioni soggettive. Jannik Sinner ha infatti mostrato più volte negli ultimi 12 mesi un tennis impeccabile, dominando per esempio a Melbourne contro Zverev (N.4 al mondo). Nel tennis dominare in ogni fase di gioco di una finale di uno Slam- e contro uno dei migliori giocatori al mondo- non è assolutamente ordinario.

Solo Alcaraz ha dimostrato di poter domare la sua potenza. Basta già questo per affermare che anche Sinner non è assolutamente “perfetto”. E se davvero la perfezione non si raggiunge mai, allora la rincorsa di Sinner verso questo ideale irraggiungibile è la cosa più vicina alla perfezione che il tennis oggi possa offrirci.

Mi spiego meglio: Nello sport la perfezione non esiste, figuriamoci nel tennis. Uno sport in cui si gioca 1 vs 1, dove la forza mentale spesso prevale sulla forza atletica e dove ogni minimo dettaglio fa la differenza, perché quel nastro o quella maledetta riga bianca a bordo campo condiziona sempre il punteggio finale. L’inerzia e la fortuna fanno sempre la loro parte. Ogni partita di tennis – così come nel calcio- ha una sua evoluzione, determinata da più fattori: clima, condizione fisica, atletica, fortuna appunto…senza dimenticare la casualità.

Il caso, un nemico sottovalutato

Spesso può capitare di imbattersi in un avversario che -seppur alla portata nel 99% dei casi ma si sta verificando quell’1% di probabilità -sta momentaneamente offrendo la sua migliore versione tennistica. Quell’atleta inizialmente sfavorito che però comprende, anticipa e incredibilmente ha il controllo del match. Bisogna rimontare, ma avanzando di game e break il ribaltone del match è uguale a un suv intrappolato nel traffico in tangenziale durante l’ora di punta. Uscirne sembra impossibile.

“L’esempio da dare ai giovani non è riuscire in una rimonta. L’esempio è non rompere la racchetta quando sei sotto 5-1 nel terzo, non perdere il controllo quando le cose vanno male, non scoraggiarsi. E accettare che il tuo avversario sta giocando meglio di te». – Rafael Nadal al termine di una delle sue due rimonte celebri contro Medvedev, nel 2019 alle ATP Finals (era sotto 5-1 nel terzo set con match point per il russo).


«Chi disse “Preferisco avere più fortuna che talento” percepì l’essenza della vita»“La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo…”Monologo iniziale del capolavoro di Woody Allen, Match Point.

Fino a quando, Jannik, abuserai della perfezione?

Ovviamente la fortuna è una ruota che gira: Jannik è sempre numero uno al mondo, ma bisogna ammettere che il rendimento non brillante dei suoi rivali durante il periodo di squalifica ha agevolato la sua posizione. E sicuramente lo staff di Sinner è stato astuto nel patteggiare la squalifica a Febbraio, per non compromettere la sua presenza nel clou della stagione tennistica: Internazionali di Roma (finalista contro Alcaraz), Roland Garros, Wimbledon…proprio in questi ultimi Jannik dimostrerà ancora una volta il suo valore. Probabilmente sfiderà nuovamente il favorito e campione in carica di entrambi, Carlos Alcaraz nella fase finale. Ma se dovesse essere clamorosamente eliminato nei primi turni del torneo? Non succederebbe niente di anomalo. Abituiamoci alla normalità e a ciò che sembra anomalo, ma non lo è.

Probabilmente non succederà, ma lo sport è caratterizzato da cicli. Nei prossimi anni non possiamo pretendere che una persona (prima di essere atleta) riesca a essere efficiente in ogni fase della sua vita. L’evasione di Jannik da questa fugace e superficiale perfezione sarà un risultato consueto come le sue vittorie. L’eliminazione nei primi turni di uno Slam, o di un torneo è capitato a chiunque, anche a Federer, Nadal, Djokovic. Eventualmente Sinner replicherebbe gesta degli stessi idoli a cui lui si ispira quotidianamente. O la replica vale solo per i trionfi? Direi di no. Il tempo padrone assoluto del mondo ci dirà quando questo scenario si concretizzerà.

Perciò fino a quando, Jannik, abuserai della perfezione? Speriamo per sempre, ma il “per sempre” non esiste.

E come reagiremo?

Forse non è importante sapere fino a quando durerà. Forse la vera domanda è: cosa faremo noi, quando finirà?

Saper accettare la caducità della perfezione è l’insegnamento più profondo che lo sport possa offrirci. E Sinner, nel suo cammino, continuerà a ricordarci che non serve essere perfetti per lasciare un segno indelebile. Lo sport ci affascina perché ci illude che la straordinarietà possa essere eterna, ma dimentichiamo che dietro ogni trionfo c’è una persona ordinaria. Con dubbi, limiti, difficoltà, stanchezza. Come tutti noi.

Quindi prima di giudicare la sua eventuale caduta, proviamo a guardare le nostre: quelle quotidiane, silenziose, che nessuno applaude e nessuno condanna.

Perché forse nella nostra imperfezione accettata possiamo imparare a essere più umani. Anche verso chi, per un attimo, ci è sembrato sovrumano.

Samuel

Walter Samuel: il muro vincente

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Curiosità e aneddoti sulla vita e carriera di Walter Samuel, uno dei difensori più forti e vincenti della storia.

Il derby di Milano è una delle partite più seguite al mondo. Un vero e proprio “Scontro tra Titani”, grazie ai tantissimi campioni che hanno vestito la maglia di Inter e Milan.

Tra tantissimi giocatori che hanno vissuto San Siro, ce n’è uno in particolare che ha vinto tutti i Derby della Madonnina disputati: Walter Samuel.

Ebbene sì, l’ex difensore argentino è detentore di questo particolare record: con Samuel in campo l’Inter ha collezionato 10 vittorie consecutive contro il Milan.

Non a caso, quando l’ex Roma e Real Madrid non ha giocato il derby milanese (cinque assenze tra infortuni e anche scelte tecniche), sono stati i rossoneri ad avere la meglio.

Eppure, Walter Samuel non doveva chiamarsi così: l’ex roccioso difensore argentino non è nato a Firmat con il cognome “Samuel”, ma “Lujàn”. Quest’ultimo è il cognome ereditato da suo padre biologico, che però lo abbandonò da piccolo. A causa di ciò l’ex calciatore argentino a 18 anni (appena la burocrazia argentina poté concederglielo) decise di assumere il cognome di suo padre adottivo. Da qui il cognome “Samuel” inizia ad apparire su tutte le magliette da lui indossate da calciatore professionista: Newell’s Old Boys prima su tutte.

A Rosario cresce quindi un giovane “Wall” – soprannome dovuto alle sue spiccate doti difensive, pari a ergere un muro davanti la porta. Così Samuel diviene uno dei difensori più forti della storia con l’obiettivo primario di non farsi mai superare. L’ex difensore possedeva una forza fisica imponente, unita al notevole stacco aereo da terra che gli permetteva di perdere raramente duelli aerei. Il tutto unito a un piede sinistro molto educato. Queste doti vengono notate dal Boca Junior, che nel 1997 decide di ingaggiarlo.

A Buenos Aires l’apprendistato di Samuel dura poco: diventa subito difensore titolare e trascinatore dei Boquenses, con i quali vince Apertura 1998, Clausura 1999 e Copa Libertadores nel 2000.

Il triennio nella Bombonera conduce il ragazzo originario di Firmat alla piena maturazione fisica e mentale, tanto da poter attirare le attenzioni di alcuni top club europei: tra questi è la Roma a prevalere.

Nella capitale italiana il difensore argentino trova alcuni maestri della fase difensiva che lo conducono a quella che nel mondo culinario viene denominata “terza stella Michelin”: Zago e Aldair.

Walter Samuel

Proseguendo con la metafora culinaria, la brigata di cucina a Trigoria non era diretta da uno chef qualunque, ma da uno dei migliori allenatori della storia: Fabio Capello.

L’ex allenatore italiano lo schiera in una posizione ideale per lui: centrale nella difesa a tre.

Molti anni dopo lo stesso Samuel racconterà che Fabio Capello e Marcelo Bielsa (ex commissario tecnico della nazionale argentina dal 1998 al 2004) sono stati i suoi principali mentori in giovane età, migliorandolo a livello tecnico e tattico.

Con questi simboli del calcio romanista, insieme all’indiscusso capitano giallorosso Francesco Totti, The Wall conquista il primo scudetto italiano alla prima stagione in Serie A (2000/2001).

Poi nel 2004 Walter Samuel passa al Real Madrid. L’esperienza in maglia Blancos si rivela difficile e sfortunata. L’ex Roma risente di uno dei periodi più bui della storia delle “Merengues”: peraltro Florentino Perez cambiò tre allenatori nel corso di quella annata.  I tanti gol subiti dal Real Madrid, determinati anche da altri fattori a lui esterni, l’hanno resa la peggiore stagione della sua carriera.

Tuttavia non tutti i mali vengono per nuocere: Samuel fece tesoro del lavoro svolto al fianco di campioni come Zidane, Ronaldo e Luis Figo.

Una sola stagione deludente a Madrid convince il difensore argentino a lasciare la Spagna e tornare in Italia.

Nel Belpaese “The Wall” approda all’Inter di Massimo Moratti e Roberto Mancini.  Ad Appiano Gentile l’ex Roma e Real si conferma uno dei migliori difensori al mondo, diventando poi icona storica del club meneghino. Con la maglia neroazzurra vincerà tutto: scudetti, coppe nazionali, supercoppe e il tanto rinomato “triplete” del 2010 con Jose Mourinho in panchina.

L’allenatore portoghese gli trasmesse la giusta autostima, necessaria per vincere la Champions League e i due trofei nazionali. Si, perché in quella famosa stagione Samuel fu fondamentale: l’Inter subisce solo 3 gol nella fase finale della massima competizione europea contro Chelsea, CSKA, Barcellona e Bayern Monaco, tenendo a bada giocatori come Drogba, Messi, Ibrahimovic, Iniesta, Robben e Ribery, solo per dirne alcuni.

La presenza in campo del giocatore argentino è sempre stata un incubo per ogni attaccante avversario. L’ex presidente interista Moratti racconta di lui come un difensore abile a far intuire al suo diretto sfidante ciò che gli spettava in partita. D’altronde, aggressività e decisione nei contrasti sono sempre stati un suo marchio di fabbrica.

Il cantante reggae Brusco nel suo singolo “AS Roma” del 2003 racconta Walter Samuel, nella sua esperienza giallorossa, come “uno disposto a dar la vita pur di non subire goal”.  

Sembra che l’artista romano conoscesse in anticipo il suo destino, poiché anche l’acclamato inno nero-azzurro “Pazza Inter Amala” inizia con queste parole: ” Lo sai per un gol, io darei la vita… la mia vita.” Samuel incarnava al 100% queste parole. L’ex difensore argentino ha negato tanti gol, ma ne ha anche realizzato altrettanti (17 solo con l’Inter), grazie al suo imponente stacco aereo e la sua breve esperienza come attaccante in giovanissima età nella squadra del suo paese d’origine

Samuel ha dichiarato di non parlare mai di calcio nella vita privata, il che lo ha aiutato tantissimo a stare molto concentrato in campo.

Peraltro “Wall-e” (così soprannominato dal noto telecronista interista Roberto Scarpini) fa parte di una ristretta cerchia di calciatori detentori di un record particolare: vittoria di Champions League e Copa Libertadores in carriera. Solo Walter Samuel e altri 14 calciatori sono riusciti a compiere questa doppietta nella storia del calcio.

Dopo l’addio all’Inter nel 2014, The Wall è passato al Basilea dove ha poi concluso la carriera 2 anni dopo nel 2016. In seguito lo stesso ex difensore ha rivelato come avesse rifiutato le proposte di Sampdoria e Fiorentina, per non vedersi accostato a un altro club italiano dopo l’Inter.

C’è una cosa che Samuel non sia riuscito a fare? Trascinare la nazionale argentina alla vittoria di Copa America o del Mondiale.  Non ha vinto con la propria nazionale da giocatore, ma l’ha fatto da collaboratore tecnico di Lionel Scaloni sulla panchina dell’Albiceleste.  Dal 2018 ricopre questo incarico che lo ha portato alla vittoria della Copa America 2020 e del Mondiale 2022 in Qatar.

In poche parole: con Walter Samuel non si perde mai.

Drogba

Cantami, o Diva, di Didier che infiniti lutti addusse ai bavaresi

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372 gol in carriera. Capocannoniere della Premier League per due stagioni (2006/2007, 2009/2010). Il primo calciatore africano a realizzare 100 reti nello stesso campionato inglese. Primatista di reti con la Costa D’Avorio (65 gol).

Il colpo di fulmine di José Mourinho, che suggerì poi a Roman Abramovic di ingaggiarlo al Chelsea circa vent’anni fa. L’incubo per molti difensori, in particolare Philippe Senderos. E non potrebbe essere altrimenti, dopo aver realizzato 13 gol in 15 derby londinesi contro l’Arsenal. Bastano questi dati per delinearel’identikit dell’attaccante perfetto: forte fisicamente, potente, preciso con entrambi i piedi e freddo sotto porta. Il tutto aggiunto a un notevole grado di leadership che emergeva nel momento più delicato della partita.

Drogba

“Ci sono molti giocatori con una tecnica fantastica, ma non sono leader. Non hanno sfruttato al meglio la loro carriera perché non avevano un carattere, una personalità o un coraggio abbastanza spiccato. Tutti questi attributi sono necessari tanto quanto la tecnica. Didier ha tutto. Quando trovi un giocatore che ha talento ed è altruista, hai vinto.” -Carlo Ancelotti

“Senza di lui non avrei avuto il successo personale che ho avuto al Chelsea, ma anche il club non avrebbe vinto gli stessi campionati e la Champions League. Ha sempre inciso nelle grandi partite. Era un mostro negli spogliatoi e un grande amico fuori dal campo.” -Frank Lampard

Compie oggi 47 anni Didier Drogba. Un campione, un simbolo, una leggenda. Un uomo rivoluzionario che ha cambiato il proprio destino, così come quello del Chelsea. Se Omero avesse scritto l’Iliade del calcio, lui sarebbe sicuramente Achille o Ettore. Un eroe, umano e mortale come tutti noi, ma il suo nome e le sue gesta sopravvivranno alla cosa più irreversibile che esista: il tempo.

Quel “meravigliosamente Didier Drogba” di Massimo Marianella ancora risuona nella testa di ogni appassionato. “Meravigliosamente” perché Drogba è un mito meraviglioso.
Immaginate: “Cantami, o Diva, di Didier che infiniti addusse lutti ai bavaresi.”

Bonini

Bonini: l’eroe inaspettato

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Federico Bonini è stato eletto Mvp del mese di Gennaio della Serie B. Possiamo ridurre questo premio a semplici dati, come 4 gol segnati in 4 partite. Oltre alle reti, però, ci sono altre peculiarità che qualificano Bonini come giocatore rivelazione del campionato cadetto. Un potenziale enorme a soli 23 anni, come dimostra il notevole percorso di crescita nella sua primissima stagione da protagonista in Serie B.

Serie B, quanto sei bella

“La Serie B è una maratona molto, ma molto equilibrata. Vive di ondate. Tutte le squadre hanno periodi positivi nei quali, magari, riescono a fare qualche vittoria di seguito, volgendo la classifica a proprio favore. Però, è un campionato lunghissimo. Bisogna essere bravi a cavalcare i momenti positivi, gestendo le difficoltà. Gli infortuni, gli stati di forma possono fare la differenza. La Serie B è sempre un campionato molto bello. Nessuna partita è scontata.”Marco Negri

In serie B non esistono pronostici attendibili. Certo, ormai siamo sicuri che il Sassuolo andrà in Serie A ma, alzi la mano chi a Settembre scorso si sarebbe mai aspettato di prevedere il Catanzaro di Fabio Caserta in piena corsa play-off nel girone di ritorno? Credo nessuno, me compreso. Il motivo? Una rosa nuova, con un nuovo allenatore e un nuovo assetto, che richiede necessariamente una fase di rodaggio, che a seconda dei contesti può durare mesi, impedendo risultati positivi e costanti nel tempo.

Non a caso, a inizio stagione, le aquile giallo-rosse hanno faticato abbastanza. Eppure, in quelle prestazioni non eccezionali c’era un aspetto favorevole, che potesse auspicare un rendimento migliore in futuro: una difesa precisa e attenta. Saper difendere e saper soffrire è fondamentale in un campionato come la serie B, così complesso, imprevedibile, ma così bello.

In tema di fase difensiva il Catanzaro ha superato brillantemente la primordiale fase di rodaggio, valorizzando al meglio le nuovi componenti, come Federico Bonini stesso. In questo stupendo cambio di rotta, che ha permesso di raggiungere la quinta posizione in classifica, dopo 8 risultati utili consecutivi negli ultimi 50 giorni, c’è innegabilmente lo zampino di Bonini.

No Bonini, No Party

Dopo un iniziale periodo di adattamento, Bonini ha saputo pian piano farsi apprezzare dalla piazza giallorossa. Le sue prestazioni, sempre in costante miglioramento, hanno perfino fatto relegare in panchina un abilissimo difensore come Matias Antonini. Un’ulteriore sorpresa che nessuno avrebbe immaginato mesi fa, quando Antonini sembrava intoccabile. Basterebbe solo questo dettaglio per evidenziare il potenziale di Bonini.

L’ex Entella è infatti imprescindibile per Fabio Caserta: ha presenziato da titolare con la maglia giallorossa in 25 partite su 26. L’unica partita non giocata è stata Catanzaro-Salernitana dello scorso 29 Dicembre. Non si tratta però, di una scelta tecnica del mister calabrese, perché Bonini ha dovuto dare forfait a causa di un infortunio al ginocchio destro, rimediato nel risonante derby calabrese contro il Cosenza nel boxing day. Altrimenti, la sua titolarità nell’ultimo impegno prima della sosta di Gennaio sarebbe stata sicura come la vendita di un ghiacciolo in una rovente giornata di Agosto con 45 gradi all’ombra.

Perché Bonini è così fondamentale? Innanzitutto perché ha collezionato 3 assist e 5 gol, tutti realizzati dallo sviluppo di palle inattive. Sfruttare infatti quest’ultima situazione di campo è il principale cavallo di battaglia del Catanzaro di Fabio Caserta (14 gol su 34 totali realizzati su palla inattiva). Difficile rinunciare a un difensore che ha un peso offensivo così determinante. Tra questi gol, nessuno dimenticherà il primo in maglia giallorossa, realizzato nella lunghissima e tempestosa partita vinta dal Catanzaro lo scorso 8 Dicembre 2024 contro il Brescia.

Da Zona Cesarini a Zona Bonini

Siamo in piena zona Cesarini. L’arbitro concede 6 minuti di recupero per concludere una partita molto difficile da giocare, a causa delle avversità climatiche: un’incessante pioggia si sta abbattendo sul campo dello stadio Ceravolo. La pioggia sembra volersi affermare protagonista di una partita, ormai ferma sull’1-1, condannando i padroni di casa al sesto pareggio consecutivo. In autunno scrivendo la parola “Catanzaro” sul web, forse usciva il suggerimento, leggi sotto: “Pareggite”. Ironia e meteo a parte, la speranza delle aquile di poter conquistare i tre punti sembra vanificata anche dal VAR, che al 92′ annulla il temporaneo gol del 2-1, siglato da Compagnon.

Il Catanzaro però, motivato dal proprio pubblico, continua a provarci. A causa di continue interruzioni, si giunge oltre il 97′ e, a seguito degli sviluppi di un calcio d’angolo, la palla arriva a Scognamillo che, nell’area di rigore avversaria, dalla destra, fa partire un traversone, su cui non arriva Iemmello, Brighenti o altri saltatori. Arriva lui, Bonini, che di testa insacca. Un gol che sa di freddezza, grinta e personalità. Bonini si firma così: l’eroe che supera l’inerzia sfavorevole, sfatando contemporaneamente il tabù della “pareggite” catanzarese.

https://www.youtube.com/watch?v=Iy9Ba05n7ac min 3:54

Vincere aiuta a vincere. Quel gol, quella vittoria, ha segnato il destino del Catanzaro. Le aquile e Bonini hanno assunto così una nuova identità. Il difensore classe 2003 è divenuto più consapevole dei propri mezzi, più sicuro, e più forte. Il primo passo per diventare un fuoriclasse.

La bestia nera di Brescia

A questo gol seguiranno altri nel mese di Gennaio. Da segnalare la clamorosa doppietta allo stadio Rigamonti di Brescia. Sempre contro le Rondinelle in una partita controversa per le aquile (a causa di un rigore sbagliato da Re Pietro Iemmello) Bonini sfida e sconfigge la sorte. Firma prima la rete del momentaneo 1-2. Poi quando tutto sembra indirizzare verso l’ennesimo seccante pareggio del Catanzaro, a causa dell’unico errore stagionale di Pigliacelli, che agevola il pareggio dei padroni di casa, Bonini interviene e colpisce ancora. Nuovamente in zona Cesarini (al 97′) e sugli sviluppi di un calcio d’angolo.

https://www.youtube.com/watch?v=UTjMgLGR-Wo min 03:00

L’eroe inaspettato che si ripete. L’eroe su cui Catanzaro può contare in qualsiasi momento. Oltre alla predisposizione realizzativa però, Bonini è un pilastro del gioco delle aquile per la sua affidabilità in ogni aspetto tecnico e tattico.

Affidabilità e duttilità

Bonini è sempre attento in fase difensiva. Si adatta alle necessità della squadra: corre quando bisogna salire o indietreggiare. Attende pazientemente l’avversario, per comprenderne le intenzioni e intervenire. Possiede infatti una media di 4 palloni recuperati a partita, favoriti dalla costanza di vincere quasi il 60% dei contrasti di gioco. A soli 23 anni mostra poi una notevole livello di maturità e abilità, al pari di un veterano del campionato cadetto. Ma la sua più grande forza è la duttilità. Nel mese di Settembre 2024 il classe 2001 si è adattato a giocare come terzino sinistro nella difesa a 4 nelle partite disputate contro Cittadella, Cremonese e Salernitana. Dunque anche in fase di impostazione Bonini sa come farsi valere.

Come terzino o braccetto di difesa a tre, a destra o a sinistra, l’ex Entella non mostra mai segni di difficoltà. Un rendimento ottimale favorito anche dall’intesa suggellata fin da inizio stagione con i suoi compagni di reparto Scognamillo e Brighenti.

E i duelli aerei? Cosa si può dire di un difensore che realizza 4 gol su 5 totali per mezzo di un colpo di testa? Il suo ultimo gol contro il Cesena potrebbe essere materiale di studio nelle scuole calcio. Da notare come Bonini si eleva nel centro dell’area e, seppur leggermente sbilanciato dall’avversario, mantiene la coordinazione per indirizzare il pallone verso l’angolino. Non a caso, la sua percentuale di contrasti aerei vinti si attesta intorno al 70%.

https://www.youtube.com/watch?v=mI1MZJtwCao min 0:28

Rrahmani, Bastoni, Kalulu, Ndicka, Bonini

Ok, ti starai chiedendo il motivo di questo esagerato e sproporzionato titolo. Vado dritto al punto: Bonini ha realizzato 3 assist in stagione, con una precisione nei passaggi pari al 87%. Sai chi sono i primi 4 giocatori con il maggior numero di passaggi riusciti in Serie A? Rrahmani a quota 1773, Ndicka 1682, Bastoni 1541 e Kalulu 1513. E sai quanti assist hanno eseguito? Rrahmani 2, Ndicka 1, Bastoni 4 e Kalulu 0. Squadre e campionati diversi, ovviamente, quindi il paragone non può sussistere. Chiudo però con una riflessione: in un campionato complesso come la Serie B, in cui alcune partite sono ingiocabili e, di conseguenza la costruzione del gioco conduce a innumerevoli buchi nell’acqua, quanti dei difensori sopracitati sarebbero in gradi di eseguire tre assist, con un’alta percentuale di passaggi azzeccati? E nella loro prima stagione da protagonisti? La risposta non è così scontata.

Spero di essere stato chiaro. Se, per i motivi sopracitati, Bonini non può essere definito un fuoriclasse, allora qualcuno mi spieghi meglio l’etimologia di questa parola. E forse il compianto Siniša Mihajlović ci aveva visto lungo, facendolo esordire in serie A, con il suo Bologna nel 2020. Quella Serie A, quella categoria, quel palcoscenico dove Bonini certamente tornerà. Solo una semplice questione di tempo.

La foto in evidenza è di Instagram di Federico Bonini

Spalletti

Il favoloso mondo di Spalletti

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Luciano Spalletti è come il peperoncino. Il piccante piace e non piace, ma la sua presenza in un piatto è l’emblema dell’oggettività, riscontrabile da chiunque. Identico concetto può replicarsi per Luciano Spalletti: un uomo, un allenatore, un personaggio, le cui gesta, dichiarazioni e imprese sono diventate pagine indelebili nella storia del calcio.

Unico

Perché Luciano Spalletti è unico? Perché è una personalità, che non si è mai tirato indietro per assumersi le proprie responsabilità, pur di seguire ciò che per lui è giusto. Circostanza verificatasi a Roma e Milano, quando Spalletti fu protagonista di risonanti faide interne, con i capitani delle due squadre, ai tempi da lui allenate: Francesco Totti e Mauro Icardi all’Inter. Ovviamente le dinamiche e le motivazioni delle due vicende sono molto diverse. Però il filo logico che le unisce è il medesimo: la personalità di Spalletti così forte e autoritaria, da non piegarsi di fronte al tuo peggiore nemico, come il capitano della tua squadra, sostenuto solitamente da tutta la piazza. La sua posizione rimane sempre coerente al suo codice sportivo, morale e professionale, motivo per cui non si sarebbe adattato diversamente.

Sfidare Totti

Scontrarsi con Totti a Roma equivale a sfidare il Papa in chiesa. Una cosa non da tutti direi. Infatti la faida con Francesco Totti andò per le lunghe: il capitano romanista fu escluso da alcune partite, mentre i tifosi romanisti manifestavano un corposo dissenso verso Spalletti. A fine stagione entrambi le parti lasciarono Trigoria, ma quella vicenda compromise il grado di sostegno romanista verso il tecnico toscano.

Here we go again

Capovolgendo la situazione, stessi risultati si sono ripetuti a Milano due anni dopo, ma lì fu Mauro Icardi, a causa di vari comportamenti, a essere il meno sostenuto dai supporters interisti. Spalletti fu uno dei tanti artefici di un golpe nei confronti dell’allora capitano interista, e infatti, quella famosa fascia di capitano, rappresentata da Zanetti, Bergomi, Mazzola, ecc, passò a Samir Handanovic.  Icardi si rifiutava di scendere in campo con la maglia dell’Inter e, addirittura, mandò il suo avvocato a trattare le sue condizioni di reintegro in squadra, per tornare a vestire la maglia nero-azzurra in campo. Luciano Spalletti definì “umiliante” questa intenzione di Mauro Icardi, durante una conferenza stampa, confermando la propria posizione. Altri allenatori non avrebbero mai fatto a meno di uno dei suoi giocatori più forti in rosa o, al limite,  non si sarebbero esposti così tanti. Luciano Spalletti però, non si nasconde mai.

Tabù finito

Con Roma e Inter Luciano Spalletti non ha vinto lo scudetto. La rosa e l’inerzia non erano a suo favore. I vincitori, i suoi avversari, erano superiori. Eppure Spalletti, a differenza di alcuni suoi collehgi, che cercano gli alibi, i famosi specchi su cui aggrapparsi per giustificare un epilogo, ha mantenuto una filosofia più personale, ma realista. Le sconfitte e il fallimento non gli hanno mai fatto paura. Lo hanno formato e simboleggiato. A furia di secondi posti ottenuti, ho sentito alcuni conoscenti definirlo “Eterno secondo”. Eppure, Luciano, pochissime volte ha parlato con toni deludenti. Lui stesso ha definito le sconfitte della sua carriera come una tappa di apprendimento e non di condanna.

  “Essere sconfitti è importante, educa, insegna a migliorarsi, educa a vincere.” -Luciano Spalletti

Il fallimento non esiste

Il significato di questa dichiarazione sarà apprezzata da tanti sportivi al livello di Michael Jordan o Zlatan Ibrahimovic. Quest’ultimo lanciò un messaggio simile durante il suo monologo al Festival di Sanremo di qualche anno fa: “Il Fallimento non è il contrario del successo, ma una parte di esso”. Colgo l’occasione per collegare Sanremo a Luciano Spalletti per rimarcare un altro dato di fatto: qualunque sia l’esito, il festival della canzone italiana e l’allenatore saranno sempre criticati da qualche spettatore/tifoso medio.

 Alla fine però, possiamo affermare che nonostante le sconfitte, i passi falsi, le critiche a lui rivoltegli, Luciano Spalletti è riuscito a vincere quel trofeo che ogni allenatore spera di conquistare, fin dall’inizio di una gavetta lunghissima: lo scudetto. Ma non in un club qualunque, ma in una squadra, dove un’impresa simile riuscì solo a Diego Armando Maradona. Spalletti ha riportato il tricolore a Napoli durante una stagione particolare, la prima in cui non ci furono partite di campionato in autunno, a causa di un mondiale di calcio giocatosi per la prima volta durante una stagione non estiva.  Inutile raccontare i motivi di questa impresa.  La cosa più particolare è che Spalletti ha lavorato in un ambiente, in cui l’intesa con dirigenza, giocatori e tifosi fu unanime. Forse li accomunava la stessa voglia di lottare per ciò giusto e, probabilmente, anche lo status di “eterni secondi” in campionato. 

Spalletti

“A Napoli ho lasciato il cuore. Non è immaginabile l’affetto, anzi l’amore che mi sono scambiato con quella città. Mi ha regalato, per la prima volta nella mia storia di allenatore, l’emozione unica di sentirmi parte di una comunità.” -Luciano Spalletti

L’addio a Napoli

Spalletti ha deciso di lasciare Napoli dopo quel trionfo. Era giusto così dentro di lui. Inutile rischiare, dopo una lunga carriera, di toccare e provare a modificare qualcosa di perfetto, come la sua esperienza a Napoli. L’eventuale stagione successiva da allenatore campione in carica sarebbe stata all’altezza della precedente? Nessuno può dirlo. Quello che nessuno può negare invece, è che Spalletti sia un personaggio che va oltre alla tattica e al risultato. Un uomo che vive nel suo mondo senza confini. Il favoloso mondo di Luciano Spalletti.

Akliouche

Akliouche: un gol da non imitare

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“Cosa ho visto?”. Questa è la prima cosa che tanti potrebbero pensare nel vedere il fantastico, meraviglioso ed esagerato gol di Aklioche nell’ultima giornata di Ligue 1 contro il Rennes. Forse non è la prima volta che si vedono gol simili, ma nel calcio di oggi si tende molto a limitare la spontaneità di un calciatore. E senza spontaneità, un gol come quello di Aklioche non si può realizzare.

 https://www.youtube.com/watch?v=2HBDM-7PjeY min 0:52

Akliouche richiede la palla durante la fase offensiva. Sicuramente si aspettava un cross migliore, ma nonostante ciò, Akliouche, di spalle alla porta, realizza qualcosa di impensabile: si coordina, con un salto che a prima vista sembra sbagliato. Sembra un kickboxer che esegue un calcio contro l’avversario, che in questo caso è la palla. Un gol candidabile al premio Puskas, come suggerisce One Football.

https://onefootball.com/en/video/akliouche-stuns-with-puskas-worthy-wonder-goal-as-monaco-triumph-over-rennes-40620220

Un gol che più osservi e più ritieni folle o imprevedibile. La reaction di Golovin, che si mette le mani in testa invece di esultare, forse conferma questa tesi. Eppure, come detto sopra, può anche sembrare un gol già visto. Gazzetta dello Sport lo ha definito: “Rovesciata alla Ibra”. Quale miglior complimento per un giovane di 22 anni? Perché per realizzare gol simile serve una tecnica e una coordinazione non comune.

https://www.gazzetta.it/Calcio/Premier-League/27-01-2025/le-pagelle-del-weekend-estero-premier-ligue-1-bundesliga-e-liga_preview.shtml?reason=unauthenticated&origin=http%3A%2F%2Fwww.gazzetta.it%2FCalcio%2FPremier-League%2F27-01-2025%2Fle-pagelle-del-weekend-estero-premier-ligue-1-bundesliga-e-liga.shtml

Gabriele Sandri

Gabriele Sandri vive

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A Roma chiunque avrà notato alcuni murales o scritte, sparse in varie zone della Capitale, con il seguente slogan: “Gabriele vive.”

Perché? Chi era questo Gabriele? Precisamente era Gabriele Sandri. Il sistema calcistico e giornalistico italiano lo hanno inizialmente definito come “un ultras”, morto in seguito a una rissa tra tifosi. Indipendentemente dal suo status di supporter laziale, Gabriele Sandri non era solo un tifoso biancoceleste. Non era solo un ultras. Era un cittadino italiano, morto non di certo a causa della sua fede sportiva.

Questa tragedia avvenne l’11 Novembre 2007. Gabriele Sandri perse la vita in circostanze che ancora oggi sollevano domande, accendono passioni e richiamano migliaia di persone a riflettere su giustizia e responsabilità. La notizia del decesso di Gabriele Sandri, unita a una considerazione molto superficiale delle istituzioni nazionali e sportive, ha generato disordini in tutta Italia, con vari gruppi ultras decisi a sfidare lo Stato, nella memoria e nel rispetto di Gabbo (soprannome della vittima). Quella che doveva essere una semplice domenica sportiva si trasformò in una delle giornate più drammatiche del calcio, ma non solo.

Una cronaca italiana su cui qualcuno ha cercato di censurare molte verità. Di fronte alla morte di una persona non ci sono scuse: falliscono tutti!

CHI DIMENTICA E’ COMPLICE…GABRIELE SANDRI VIVE!

Dinamica della tragedia

Gabriele Sandri, un ragazzo di 26 anni, era diretto a Milano, precisamente allo stadio “Giuseppe Meazza” in San Siro, insieme ad alcuni suoi amici, per seguire in trasferta la sua squadra del cuore: la Lazio. I biancocelesti avrebbero dovuto sfidare fuori casa l’Inter, allora campione d’Italia in carica. “Avrebbero dovuto”, perché durante il tragitto da Roma, città natale di Gabbo, a Milano, questo giovane tifoso perse la vita.

In breve: all’area di servizio Badia al Pino Est, direzione Firenze, gli amici di Sandri decisero di fare una sosta veloce. Qui in terra toscana però incontrarono altri ragazzi romani, non laziali, e nemmeno romanisti, ma juventini, diretti a Parma per sostenere la Juventus che sfiderà il club gialloblù nel pomeriggio di quell’11 Novembre. I due gruppi di tifosi si riconobbero dopo alcune battute, dopo le quali partirono reazioni incontrollate: urla, spintoni, calci, da entrambe le parti. A differenza di quanto alcuni giornali abbiano voluto informare, non è in questo momento che Gabriele Sandri perse la vita.

Un proiettile ben mirato

Nella stazione di servizio speculare era presente una pattuglia di 4 poliziotti, che notata la rissa, si diresse sul luogo. Giunta la polizia sul posto, i due gruppi di tifosi decisero di mettersi in macchina e scappare dalla stazione di servizio. In quel momento di fuga però, l’agente Luigi Spaccarotella impugnò la pistola, per poi prendere la mira verso una delle auto, una Renault Scènic, all’interno della quale era seduto proprio Gabriele Sandri. Il proiettile, fatto partire da Spaccarotella, centrò in pieno il collo Gabbo, il quale spirerà poco dopo.

Nonostante ci siano tante versioni sulla dinamica dell’incidente, due cose sono certe: Sandri non è morto a causa di una rissa tra tifosi e non c’è stato nessun colpo di pistola in aria, come invece hanno voluto far intendere i principali canali mediatici e istituzionali. La morte di questo giovane ragazzo di 26 anni è stata causata da uso improprio ed illegittimo di arma da fuoco da parte di un agente di Polizia Stradale. Questa è la vera ricostruzione di questa tragedia, così ingiusta e così evitabile.

La diffusione della notizia

Le testate giornalistiche italiano iniziarono a riportare la notizia, ma non in maniera conforme con la realtà dei fatti. L’Agenzia Ansa recitò così:

“Una persona è morta dopo uno scontro tra tifosi in un’area di servizio lungo l’A1. […] La vittima sarebbe stata raggiunta da un colpo di pistola. Tutto è avvenuto nell’area di servizio Badia al Pino dove si sarebbero scontrati tifosi della Lazio e della Juventus”.

Per non parlare di La Notizia:

“In seguito ad uno scontro in autostrada tra due gruppi di ultras, un sostenitore laziale è morto colpito da un colpo d’arma da fuoco sparato da un gruppo di juventini.”

Secondo questi titoli, la morte di Gabriele Sandri sarebbe dovuta a tifo violento e rissa tra ultras. Per non parlare di quante ricostruzioni della tragedia abbiano voluto collegare questo caso alla morte di Filippo Raciti. Due casi slegati con due dinamiche totalmente diverse.

Un tifoso, non una vittima

Tralasciando i motivi per cui il sistema mediatico abbia cercato di censuare alcune verità, ugualmente emerse tempo dopo, con la condanna dell’agente Luigi Spaccarotella a 9 anni e 5 mesi di reclusione per omicidio volontario, in seguito alle sentenze nei tre gradi di giudizio.

Una cosa non è chiara: perché diffamare una vittima perché tifoso? Da quando in qua sostenere una squadra di calcio è motivo di rischio e pericolo per la propria vita? Ora comprendo benissimo che gli Ultras con molti gesti estremi siano una causa difficilissima da difendere. E cosa centra però il tifo violento con la dinamica di questa tragedia?

In 17 anni ho sentito alcune persone affermare concetti tipo: “Vedi cosa succede con il tifo estremo? Bisogna evitare di guardare il calcio.” Cosa centra l’amore e la passione per uno sport con il gesto impulsivo di un essere umano?”. Luigi Spaccarotella, oltre a essere stato un uomo in divisa, era un essere umano come Gabriele Sandri stesso. Un’agente di polizia che ha sparato consapevolmente contro un’auto dove viaggiavano cittadini italiani, i primi che un membro di forze dell’ordine deve tutelare. Non si trattò di un errore con uno sparo per aria come molte testate hanno cercato di far sembrare. Dopo 17 anni non si può negare la verità.

Queste domande le pongo per far comprendere una cosa: non esistono cittadini, vittime e assassini di Serie A e di Serie B, solo in base alle nostre posizioni sociali, politiche, personali…

Non posso non aggiungere come alcuni telegiornali nazionali cercavano di definire la vittima come un pregiudicato. Alcuni dissero che Sandri avesse subito il Daspo anni prima. Ora io non posso dire che Gabbo fosse una persona pulitissima, ma la realtà dei fatti riporta cose totalmente diverse: è stato dichiarato innocente in un caso giuridico, riguardante reati da stadio, ed è stato ucciso da un poliziotto.

E perché fu proprio un giornale straniero come la BBC a lanciare un titolo più corrispondente alla realtà: “Italian police kill football fan“??

“La morte è uguale per tutti”- recitava uno striscione di tifosi del Parma, esposto durante la partita allo stadio Tardini contro la Juventus, lo stesso 11 Novembre 2007.

ULTRAS VS STATO

In seguito alla morte di Gabriele Sandri, la Figc decise di rinviare Inter-Lazio, la stessa partita che Gabbo avrebbe dovuto seguire dal vivo a San Siro. Nessun rinvio per gli altri match programmati per quella Domenica 11 Novembre 2007: solo un minuto di silenzio e calcio di inizio ritardato di 10 minuti.

Una considerazione così minima del dramma e della tragedia non poté non scatenare ulteriori casini in tutta Italia. Quel giorno gli stadi del nostro paese, di ogni categoria, si trasformarono in sede di episodi violenti, come ribellione a un sistema che non rispetta la morte di una persona.

Atalanta-Milan

Il clou di questi reazioni da parte di gruppi ultras in protesta contro lo Stato, che non ritiene la morte di un tifoso come motivo di rinvio della giornata di campionato, si vide a Bergamo, stadio Atleti azzurri d’Italia, dove andava in scena Atalanta-Milan. Questa partita fu sospesa dopo pochi minuti, a causa di gesti molto violenti degli ultras orobici. L’intenzione era quella di non far giocare il match, come segno di rispetto per una tragedia italiana appena accaduta .

In quella protesta emblematica fu la lesione del vetro di protezione della curva dello stadio bergamasco, in seguito a ripetuti colpi da parte dei tifosi neroazzurri, determinati fino all’ultimo sangue a ribaltare le decisioni di un sistema che non diede rilevanza a un caso, di cui ancora dopo 17 anni, si fa fatica a diffondere la verità.

Questa non è una storia di calcio e il popolo italiano deve sapere cos’è successo quell’11 Novembre 2007.

Gabriele vive! Oggi ancora di più…

Madrid

Il derbi madrileno

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Quello che non sai sul derbi madrileno: significato, statistiche, precedenti e record.

“Madrid è il luogo dove s’impara a capire” –Ernest Hemingway

“Perché Madrid, in realtà, non è niente di speciale. Non ha un grande fiume. Né importanti grattacieli. Né canali o laghi. Né gloriose rovine. Né il mare. A Madrid mancano molte cose. Però ha la gente per le strade. Ha angoli inattesi. Ha la varietà. Il contrasto. L’animazione costante. E i suoi costumi. Vale la pena levarsi presto – per una sola volta – per vivere un giorno la vita di Madrid.”  -Miguel Mihura

Due citazioni imponenti su Madrid per aprire l’argomentazione su una partita indiscutibile: el derby madrileno tra Real Madrid e Atletico Madrid. 

Cosa significa oggi il derbi madrileno?

Non si parla di una semplice partita. Chi ha visitato Madrid sa per certo quanto l’immensa cultura presente nella capitale spagnola cede spesso il posto di epicentro turistico al calcio.

Nell’ultimo decennio el Derbi tra Atletico Madrid e Real Madrid è stato sede di sfide spettacolari, talvolta decisive per la classifica finale del campionato spagnolo, come lo scontro diretto svoltosi nella stagione 2020/21. La partita finì 1-1 con i blancos che acciuffarono il pareggio nei minuti finali grazie alla rete del superlativo Karim Benzema.    Le merengues risposero al vantaggio iniziale dei colchoneros, i quali invece sbloccarono la partita con gol di un altro campione ineccepibile: Luis Suarez. Quella Liga fu vinta dalla squadra di Diego Simeone, con 2 punti di vantaggio sui rivali concittadini, allora allenati dalla leggenda dei blancos e Bleus Zinedine Zidane. Se le merengues avessero vinto la partita, avrebbero potuto ribaltare il risultato finale di quella stagione.

Questo derbi è stato due volte protagonista della partita più attesa dell’anno: la finale di Champions League. In queste edizioni della massima competizione europea (2013/2014 e 2015/2016) fu però il Real Madrid a trionfare, confermandosi sempre sovrano assoluto del calcio europeo.

Dunque il derby madrileno è una sfida nella sfida in cui può succedere di tutto. Non esistono pronostici attendibili e correlati alle statistiche, perché in questo partite la tattica lascia spesso spazio alla “garra” in campo. La singola giocata di un fenomeno può scombinare ogni arsenale basato sul gioco di squadra.

Tifoserie

A sostenere i protagonisti della sfida ci sono due tifoserie molto diverse tra loro.                   I supporters del Real Madrid pensano esclusivamente alla vittoria. La loro priorità è il prestigio e la gloria che la loro squadra conferisce alla città attraverso un infinito palmares. Dall’altre parte ci sono i tifosi dell’Atletico con una filosofia meno incentrata sul trionfo e la gloria in sé. Per questi è importante la maglia, il senso di appartenenza, il coraggio e la chance di poter sconfiggere un club 15 volte campione d’Europa.

A volte ci riescono, altre no. Tuttavia da favoriti o non, in campo si scende sempre in 11 giocatori contro 11 avversari.

Statistiche del derbi madrileno:

I precedenti abbondano tra Liga, Copa del Rey, supercopa de España e Champions League.

Il bilancio complessivo della stracittadina di Madrid presenta 298 partite giocate, con 153 vittorie del Real Madrid, 74 dell’Atletico Madrid, accompagnate da 71 pareggi. Le statistiche nel campionato spagnolo riportano sempre un dominio blancos con 91 vittorie contro i 41 trionfi dei colchoneros, oltre a 42 pareggi. Un divario netto, ma bisogna ricordare le tante annate in cui l’Atletico non poteva competere contro lo strapotere dei galacticos.

Le reti segnate? Il Real Madrid ha segnato 300 gol nella sfide di Liga contro i rivali colchoneros, distaccati con 224 reti. Contando tutte le competizioni il distacco è ancora più sorprendente: 519 gol blancos contro i 376 messi a segno dagli indios.

Precedenti

Tra i tanti precedenti si ricordano le 2 finali di Champions League (sopra riportate): la prima nel 2014 finì 4-1 (dts) per il Real Madrid, che pareggiò in pieno recupero con Sergio Ramos, per poi ribaltare tutto e conquistare la “Decima” coppa campioni della propria storia. Due anni dopo la storia si è ripetuta a San Siro, dove i blancos trionfano contro l’Atletico Madrid,al termine di un match lunghissimo deciso ai calci di rigore. Decisivo fu l’errore di Juanfràn dagli 11 metri.

Indovinate un po’? Il Real non vince il derby madrileno nell’arco dei primi 90 minuti da più di due anni: 18 Settembre 2022 il club di Florentino Perez campione d’Europa in carica (titolo che possiede ancora oggi) espugnò il Wanda Metropolitano con le reti di Valverde e Rodrygo.

Stagione 2023/24

L’ultima Supercoppa spagnola fu sede di questo derby, vinto dal per Real 5-3, ma dopo i tempi supplementari della semifinale del torneo.

Nella scorsa Liga gli scontri diretti sono marchiati da una vittoria dell’Atletico Madrid per 3-1 contro la squadra di Ancelotti al Wanda Metropolitano nella sfida di andata, mentre al ritorno al Bernabeu il risultato è stato un moderato pareggio: 1-1 finale.

La partita più intensa è stata però durante gli ottavi di finale dell’ultima edizione di Copa del Rey: i tempi regolamentari finiscono con il risultato di 2-2. Ai tempi supplementari si scatena però un giocatore che ha all’attivo 9 reti segnate contro le merengues: le “Petit Diable” Antoine Griezmann. Il fantasista francese segna un gol spettacolare che porta avanti i suoi al 100’. Alla fine l’Atletico chiude il match con gol di Rodrigo Riquelme al 119’. Real eliminato e colchoneros ai quarti.

Lo spettacolo è sempre assicurato per questo senso di rivalità prevalente in campo tra tifosi, giocatori e i loro coach: due giganti come Carlo Ancelotti e Diego Simeone. I due allenatori si sfidano per la 26esima volta nella storia, diventando così l’avversario più affrontato in carriera per entrambi.

Record e doppi ex

Cristiano Ronaldo è il miglior marcatore della storia del derby madrileno con 22 reti. Mentre un’altra leggenda blancos Sergio Ramos è il giocatore con più presenze: 46.

Il derbi è una sfida intensa, con tanti giocatori che hanno vestito entrambe le maglie: Raul Gonzàlez Blanco spicca tra tutti, ma preceduto da un altro campione come Hugo Sanchez. Negli ultimi anni altri hanno compiuto lo stesso doppio percorso: da Courtois a Morata, da Marcos Llorente a una conoscenza della nostra Serie A come Theo Hernandez…

Tante sfide e tanti campioni. Questo è il derbi madrileno.

Chiesa passa al Liverpool

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Una delle telenovele più seguite di questa sessione di calciomercato si è conclusa: Federico Chiesa sbarca in Premier League, sponda Liverpool.

I Reds verseranno nelle casse della Juventus circa 13 milioni di euro più bonus. Una cifra pari a quanto sarebbe pesato l’ex Fiorentina sul bilancio bianconero in quest’ultimo anno di contratto.

Un affare per tutti: sia Juventus che Liverpool ci guadagnano. I primi hanno definitivamente risolto una situazione complessa per la dirigenza bianconera: trovare la giusta sistemazione a un giocatore da tempo escluso dal nuovo progetto gestito da Thiago Motta. I Reds si sono assicurati a una cifra minima (nettamente inferiore alle cifre standard spese in Premier) uno dei migliori giocatori italiani in circolazione.

Ci guadagna anche Federico Chiesa che giocherà così in un top club nel campionato più ambito e competitivo al mondo, ma sicuramente avrà tanto da lavorare. L’azzurro partirà indietro nelle gerarchie di Arne Slot, a causa delle sue ultime prestazioni e del suo status di matricola nel campionato inglese e nello spogliatoio dei reds.

Il nuovo allenatore del Liverpool avrà ora a disposizione un nuovo esterno da alternare agli altri componenti del suo reparto offensivo, rappresentato da giocatori del calibro di Mohamed Salah, Darwin Nunez, Luis Diaz, Cody Gakpo…

C’è tuttavia un motivo per cui i Reds hanno puntato su Chiesa: la sua qualità unita a club di Premier League. Ancora non si sa nulla dell’ingaggio che l’ex Fiorentina percepirà, ma certamente la cifra a lui spettante non gliela avrebbe offerta nessun club italiano.

I presupposti di questo nuovo matrimonio sono dunque ideali per entrambe le parti. Federico Chiesa sbarca in Premier League con la voglia di stupire e conquistare Liverpool. Anfield dovrà essere la piazza giusta per rilanciarsi dopo annate non all’altezza delle sue potenzialità.

mondiale di F1

Il mondiale di F1 più indigesto di sempre

Un finale di stagione imprevedibile. Nessuno avrebbe previsto la conquista del campionato del mondo piloti dal pilota con la monoposto più forte a livello tecnico con distacco di soli 2 punti sui rivali.
Forse è la prima volta che succede.

Sicuramente in casa Mclaren si festeggia, ma allo stesso tempo bisognerà riflettere che in tema strategia e gestione gare, specie nelle ultime gare, alcune ingenuità stavano per costare molto care.

Dall’altra parte, Oscar Piastri si mangia le mani, perchè con maggiore attenzione e forse (concedetemelo) fame e concentrazione, avrebbe potuto essere lui al posto di Lando.

Mentre Max Verstappen ha dimostrato, nonostante la sconfitta, di essere irraggiungibile quanto a stoffa e talento.
Per moltissimi, lui rimarrà il vero campione del mondo, il dominatore della F1 contemporanea.

Infatti molti appassionati non sono contenti di vedere Lando campione: il britannico non è all’altezza del titolo mondiale. Le sue sbavature del passato precedono il suo status di campione del mondo. E senza l’errore di Kimi Antonelli in Qatar, la storia sarebbe ben diversa. “Sarebbe”…ma Lando ringrazia Kimi.

Vettel

Vettel: pilota unico

Riflessioni personali su un pilota unico nel suo genere: il più giovane a divenire Campione del Mondo di F1. Un talento che avrebbe meritato di continuare a vincere…

Stiamo per toccare uno dei tasti più importanti della storia della F1, motivo per cui questo testo sarà diverso dai precedenti.

La mia passione per la Formula Uno è proprio dovuta a Sebastian Vettel.

Questo racconto sarà speciale, perché voglio condividere con voi tutte le emozioni che mi ha trasmesso il caro Seb…

Devo ammettere che ho conosciuto Vettel soltanto dopo la vittoria del suo primo mondiale con la Red Bull nel 2010.  Da tifoso Ferrari non simpatizzavo per lui e non tolleravo vedere l’ex pilota tedesco sconfiggere le rosse allora guidate da Fernando Alonso e Felipe Massa.

 Tuttavia quanto andava forte Sebastian Vettel? Faceva veramente impressione un ragazzino di 23 anni campione del mondo firmare il record di pilota più giovane di F1 a vincere un titolo mondiale. Non è una cosa all’ordine del giorno, tant’è vero che dopo 14 anni questo record appartiene ancora a lui.

Sebastian Vettel in Red Bull,2013

Carriera: vittorie, record e le stagioni in Ferrari

Stiamo pur sempre parlando di: 38 giri veloci in carriera,57 pole position, 122 podi, 53 Gran Premi vinti, 300 gran premi disputati e soprattutto 4 mondiali vinti (2010, 2011, 2012,2013).Traguardi importanti che confermano come Sebastian Vettel è stato un pilota straordinario, uno dei migliori di sempre. La sua ascesa fu poi interrotta dall’avvento della nuova era “Power Unit” in F1.  Nella sua carriera Vettel ha gareggiato con: BMW Sauber, Toro Rosso, Red Bull Racing, Ferrari, Aston Martin. Ed è proprio sulla sua avventura in Ferrari che mi soffermo.

La storia d’amore di Seb con la rossa ebbe inizio il 20 novembre 2014, giorno in cui la scuderia di Maranello annunciò ufficialmente l’arrivo del pilota tedesco come sostituto di Fernando Alonso e compagno di scuderia di Kimi RaikKonen dalla stagione 2015 in poi.

Vettel battezzò la sua nuova vettura chiamandola “Eva”.

La prima vittoria è stata indimenticabile e la conosciamo tutti: Gp della Malesia, secondo appuntamento della stagione mondiale di F1 del 2015. Praticamente Seb vinse la sua prima gara in Ferrari durante la sua seconda storica gara in rosso.

Sebastian Vettel ai box della Ferrari
“TIFOSI DELLA ROSSA POTETE TORNARE A FESTEGGIARE. POTETE APRIRE DI NUOVO LO CHAMPAGNE…”  – Carlo Vanzini

Una giornata indimenticabile per noi tifosi della rossa con un misto di emozioni incredibili, rigenerando la speranza di sfatare un tabù: la vittoria del titolo mondiale da parte della Ferrari che manca dal 2008 (quello piloti dal 2007). Quell’indice destro alzato (solita esultanza di Seb) fu molto odiato dai ferraristi, ma dopo quella vittoria in Malesia Seb e il cavallino Rampante mostrarono un’affinità indiscutibile. Questa alleanza sportiva trovò però come avversario un’alleanza più forte: la Mercedes capeggiata da Niki Lauda e Toto Wolff e rappresentata in pista da Lewis Hamilton e il figlio d’arte Nico Rosberg.

2018: Silverstone e Hockenheim

Possiamo mai scordarci della vittoria del nostro caro Seb a Silverstone nel 2018?

Una gara mozzafiato con dei sorpassi incredibili, ma soprattutto il trionfo della Ferrari di Vettel in casa della Mercedes, come conclusione di un weekend pazzesco e spettacolare.

“Qui a casa loro” –Team Radio di Sebastian Vettel al termine del Gp vinto a Silverstone.

Purtroppo ci sono stati anche degli episodi negativi: il più doloroso durante il Gp di Germania a Hockenheim nel 2018…

Ogni tifoso Ferrari ricorderà quel momento. Sembrava tutto perfetto perché Seb stava dominando il suo Gp di casa sotto la pioggia, ma al giro 52 l’ex pilota della Red bull va lungo, finendo in ghiaia per poi sbattere contro il muro. Questo errore lo fece ritirare dalla gara.

Da quel momento in poi (A mio parere) Vettel si è spento, perché quell’errore ha determinato il suo declino. Probabilmente Seb, insieme a noi tifosi della Rossa non si scorderà mai di quell’incidente. Quell’errore gli compromise la vittoria del titolo mondiale nel 2018 e forse anche l’affinità con l’ambiente di Maranello. Quel legame stretto tra Vettel e il box della Ferrari iniziò pian piano a sgretolarsi, complice anche l’addio a Maranello del suo fidato compagno Kimi Raikkonen al termine di quella stagione.

2019: Montreal

Spostiamoci ora al 2019 e precisamente durante il Gp di Canada, a Montreal. Lì ci fu una delle Pole Position più belle del pilota tedesco. Sembrava tutto finito con il primo posto in griglia conquistato dalla Mercedes di Lewis Hamilton, ma Sebastian Vettel doveva ancora finire il giro. Il tedesco fece una Pole Position miracolosa che fece esplodere tutto il circuito.

 ”Sebatian Vettel, POLE POSITION! DA NUMERO UNO.”
– Carlo Vanzini nel commentare il tempo di Seb in quella Q3.

Non possiamo nemmeno dimenticarci della gara in Canada: i famosi 5 sec di penalità ai danni di Vettel per essere andato lungo in curva 4 e non essere rientrato in modo corretto in pista, ostacolando e danneggiando Lewis Hamilton.

Tutti noi abbiamo ancora molti dubbi su questa penalità che rovinò la gara di Seb facendolo scalare nella seconda posizione finale. Moltissimi sono convinti che Vettel abbia vinto la gara.

Momenti tristi: Singapore 2017

Purtroppo di momenti tristi ce ne sono molti, ma il più drammatico è nel 2017 durante il Gp di Singapore in cui avvenne una delle partenze più disastrose della Ferrari.

Io ricordo ancora l’ordine di partenza: 1 Vettel, 2 Verstappen, 3 Raikkonen.

Si spengono le luci del semaforo, parte il gp di Singapore ma proprio dopo pochi metri si affiancano i piloti nelle prime 3 posizioni: Verstappen con l’anteriore sinistra colpisce Kimi, il quale perdendo il controllo della vettura sbatte contro Sebastian Vettel. Tutti e 3 furono costretti al ritiro insieme ad Alonso che venne preso sempre dalla stessa vettura di Raikkonen fuori controllo.

Forse la stagione 2017 è stata complessivamente la migliore parentesi di Vettel in rosso: pochissime sbavature, mantenendosi sempre in lotta per vincere gare (ne vinse 5) e il titolo piloti. Purtroppo la lotta al titolo fu compromesso dal maledetto trio asiatico: i gran premi appunto di Singapore, Malesia e Suzuka. Inutile raccontare l’esito di questi ultimi due. Probabilmente la mercedes di LW44 avrebbe vinto lo stesso, perché era sempre l’auto più veloce in pista. Tuttavia avremmo voluto almeno vedere Seb giocarsela ad armi pari, senza ritiri da alcune gare fondamentali per colpe altrui.  Il ritiro per fattori esterni al pilota fa parte del gioco della F1.

Episodi di poca lucidità:

Infine il disastro a Interlagos 2020: al giro 66 Vettel e Charles Leclerc si affiancano si toccano e scoppiano l’anteriore destra di Leclerc e l’anteriore sinistra del nostro caro Seb. Di conseguenza tutti e due sono costretti al ritiro poco dopo.

Insomma ne sono successe veramente di tutti i colori al nostro Seb. Qualche episodio è stato determinato anche dal suo lato impulsivo che ogni tanto veniva fuori. Qualche esempio di poca lucidità: il dito medio verso Karthikeyan nel gp di Malesia 2012, ovviamente quando Vettel guidava la Red Bull. Episodio ripetutosi con Felipe Massa a Sochi durante il gp di Russia del 2017: il pilota brasiliano non facilitò il doppiaggio da parte del pilota tedesco in seconda posizione, rallentando così il suo inseguimento a Bottas per poter vincere la gara.

Un’altra vicenda ben nota alla cronache della Formula 1 accade sempre nel 2017, ma a Baku: il gp di Azerbaigian si confermò una lotta a due tra Vettel stesso e Hamilton. Poi scese in pista la Safety Car, seguendo la quale il pilota britannico della Mercedes leader della gara rallentò di colpo più volte e di conseguenza Seb lo tamponò, seppure senza causare danni a nessuna delle due monoposto. Per reazione il pilota tedesco affiancò Hamilton con un gesto estremo che gli causò una squalifica in gara di 10 secondi: la famosa ruotata a Lewis.  Un ulteriore episodio che confermò il suo carattere suscettibile a causa del quale perdeva la lucidità in pista.

Il suo lascito alla Ferrari e alla Formula Uno:

Tuttavia i ricordi positivi prevalgono su tutto, ma rimane l’amaro in bocca per la mancata vittoria di Seb di almeno un mondiale in Ferrari, non replicando così il suo indiscusso connazionale Michael Schumacher.   I presupposti per trionfare c’erano, ma tante cose andarono storto.

A maggio 2020 la scuderia di Maranello annunciò che Sebastian Vettel non sarebbe stato confermato alla guida della del cavallino rampante dal 2021 in poi. E fu così che a Dicembre 2020 si concluse l’emozionante avventura di Seb con la Ferrari.

Un addio pesante per i tifosi della rossa e uno shock per tutti gli appassionati del Motorsport. Una notizia che sconvolse il circuito in una fase storica del nostro mondo già turbata dalla Pandemia di Covid-19.

Vettel passò poi all’Aston Martin. Questo nuovo capitolo durò solo 2 anni, perché a Luglio 2022 il pilota tedesco annunciò il ritiro dal mondo della F1.

Un addio ricco di emozioni, dopo una carriera indimenticabile e tanti ricordi che rimarranno indelebili nelle menti degli appassionati e non.

Dopo tutta questa storia non resta altro che dire una cosa: DANKE SEB.

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