Luciano Spalletti è come il peperoncino. Il piccante piace e non piace, ma la sua presenza in un piatto è l’emblema dell’oggettività, riscontrabile da chiunque. Identico concetto può replicarsi per Luciano Spalletti: un uomo, un allenatore, un personaggio, le cui gesta, dichiarazioni e imprese sono diventate pagine indelebili nella storia del calcio.
Unico
Perché Luciano Spalletti è unico? Perché è una personalità, che non si è mai tirato indietro per assumersi le proprie responsabilità, pur di seguire ciò che per lui è giusto. Circostanza verificatasi a Roma e Milano, quando Spalletti fu protagonista di risonanti faide interne, con i capitani delle due squadre, ai tempi da lui allenate: Francesco Totti e Mauro Icardi all’Inter. Ovviamente le dinamiche e le motivazioni delle due vicende sono molto diverse. Però il filo logico che le unisce è il medesimo: la personalità di Spalletti così forte e autoritaria, da non piegarsi di fronte al tuo peggiore nemico, come il capitano della tua squadra, sostenuto solitamente da tutta la piazza. La sua posizione rimane sempre coerente al suo codice sportivo, morale e professionale, motivo per cui non si sarebbe adattato diversamente.
Sfidare Totti
Scontrarsi con Totti a Roma equivale a sfidare il Papa in chiesa. Una cosa non da tutti direi. Infatti la faida con Francesco Totti andò per le lunghe: il capitano romanista fu escluso da alcune partite, mentre i tifosi romanisti manifestavano un corposo dissenso verso Spalletti. A fine stagione entrambi le parti lasciarono Trigoria, ma quella vicenda compromise il grado di sostegno romanista verso il tecnico toscano.
Here we go again
Capovolgendo la situazione, stessi risultati si sono ripetuti a Milano due anni dopo, ma lì fu Mauro Icardi, a causa di vari comportamenti, a essere il meno sostenuto dai supporters interisti. Spalletti fu uno dei tanti artefici di un golpe nei confronti dell’allora capitano interista, e infatti, quella famosa fascia di capitano, rappresentata da Zanetti, Bergomi, Mazzola, ecc, passò a Samir Handanovic. Icardi si rifiutava di scendere in campo con la maglia dell’Inter e, addirittura, mandò il suo avvocato a trattare le sue condizioni di reintegro in squadra, per tornare a vestire la maglia nero-azzurra in campo. Luciano Spalletti definì “umiliante” questa intenzione di Mauro Icardi, durante una conferenza stampa, confermando la propria posizione. Altri allenatori non avrebbero mai fatto a meno di uno dei suoi giocatori più forti in rosa o, al limite, non si sarebbero esposti così tanti. Luciano Spalletti però, non si nasconde mai.
Tabù finito
Con Roma e Inter Luciano Spalletti non ha vinto lo scudetto. La rosa e l’inerzia non erano a suo favore. I vincitori, i suoi avversari, erano superiori. Eppure Spalletti, a differenza di alcuni suoi collehgi, che cercano gli alibi, i famosi specchi su cui aggrapparsi per giustificare un epilogo, ha mantenuto una filosofia più personale, ma realista. Le sconfitte e il fallimento non gli hanno mai fatto paura. Lo hanno formato e simboleggiato. A furia di secondi posti ottenuti, ho sentito alcuni conoscenti definirlo “Eterno secondo”. Eppure, Luciano, pochissime volte ha parlato con toni deludenti. Lui stesso ha definito le sconfitte della sua carriera come una tappa di apprendimento e non di condanna.
“Essere sconfitti è importante, educa, insegna a migliorarsi, educa a vincere.” -Luciano Spalletti
Il fallimento non esiste
Il significato di questa dichiarazione sarà apprezzata da tanti sportivi al livello di Michael Jordan o Zlatan Ibrahimovic. Quest’ultimo lanciò un messaggio simile durante il suo monologo al Festival di Sanremo di qualche anno fa: “Il Fallimento non è il contrario del successo, ma una parte di esso”. Colgo l’occasione per collegare Sanremo a Luciano Spalletti per rimarcare un altro dato di fatto: qualunque sia l’esito, il festival della canzone italiana e l’allenatore saranno sempre criticati da qualche spettatore/tifoso medio.
Alla fine però, possiamo affermare che nonostante le sconfitte, i passi falsi, le critiche a lui rivoltegli, Luciano Spalletti è riuscito a vincere quel trofeo che ogni allenatore spera di conquistare, fin dall’inizio di una gavetta lunghissima: lo scudetto. Ma non in un club qualunque, ma in una squadra, dove un’impresa simile riuscì solo a Diego Armando Maradona. Spalletti ha riportato il tricolore a Napoli durante una stagione particolare, la prima in cui non ci furono partite di campionato in autunno, a causa di un mondiale di calcio giocatosi per la prima volta durante una stagione non estiva. Inutile raccontare i motivi di questa impresa. La cosa più particolare è che Spalletti ha lavorato in un ambiente, in cui l’intesa con dirigenza, giocatori e tifosi fu unanime. Forse li accomunava la stessa voglia di lottare per ciò giusto e, probabilmente, anche lo status di “eterni secondi” in campionato.

“A Napoli ho lasciato il cuore. Non è immaginabile l’affetto, anzi l’amore che mi sono scambiato con quella città. Mi ha regalato, per la prima volta nella mia storia di allenatore, l’emozione unica di sentirmi parte di una comunità.” -Luciano Spalletti
L’addio a Napoli
Spalletti ha deciso di lasciare Napoli dopo quel trionfo. Era giusto così dentro di lui. Inutile rischiare, dopo una lunga carriera, di toccare e provare a modificare qualcosa di perfetto, come la sua esperienza a Napoli. L’eventuale stagione successiva da allenatore campione in carica sarebbe stata all’altezza della precedente? Nessuno può dirlo. Quello che nessuno può negare invece, è che Spalletti sia un personaggio che va oltre alla tattica e al risultato. Un uomo che vive nel suo mondo senza confini. Il favoloso mondo di Luciano Spalletti.