Gli azzurri non vanno al Mondiale, ma l’Italia Under 17 vince l’Europeo: il paradosso di un sistema che distrugge ciò che crea.
Per la terza volta consecutiva l’Italia resterà a guardare i Mondiali in televisione. E puntualmente arriveranno le solite lamentele: “Non abbiamo più giocatori, quelli che abbiamo fanno schifo, non ci sono più Totti, Baggio, Pirlo, Del Piero”. Il solito copione. Ma il problema non è la mancanza di talento, ma un sistema che quel talento lo produce e poi lo abbandona. Esattamente come dimostra la partita di ieri sera, mentre tutti guardavano dall’altra parte.
L’Under 17 campione d’Europa (di nuovo): Tallinn, la notte che nessuno ha visto
A Tallinn, l’Italia Under 17 ha vinto il secondo Europeo consecutivo. Belgio battuto ai rigori dopo un finale da infarto: 1-1 al 90′, pareggio belga su rigore all’ultimo respiro, poi Christian Lupo che para il penalty decisivo. Lo stesso portiere che in semifinale aveva già ipnotizzato tre rigoristi spagnoli. Classe 2009. Diciassette anni compiuti il 29 maggio. Un titolo europeo già nel palmares.
Tra tre anni, con ogni probabilità, Christian Lupo giocherà nella squadra della vostra città in Serie C. Non perché non sia bravo — perché “costerà troppo”. I nostri club preferiranno portieri stranieri, alcuni sicuramente più scarsi, ma raccomandati o semplicemente meno costosi. Non è pessimismo: è il copione che abbiamo già visto recitare decine di volte.
Credits: Facebook Nazionale Italiana di calcio
Un problema strutturale, non una coincidenza
Non è nemmeno la prima volta che succede. Nel 2024 avevamo già vinto questo Europeo Under 17. Nel 2023 l’Under 19 aveva alzato il trofeo continentale a Malta (primo titolo dopo vent’anni) e nello stesso mese gli azzurrini erano arrivati in finale ai Mondiali Under 20 in Argentina. Cercate quanti di quei ragazzi abbiano poi trovato spazio continuativo in Serie A. La risposta è sconfortante. Gli italiani Under 21 hanno avuto accesso a un misero 1,9% del minutaggio totale in Serie A. Il talento in Italia perciò esiste, cresce e convince. Poi compie 18 anni e viene mandato in prestito in Serie B, in Serie C o all’estero, e sparisce. Tappe classiche di questo sistema.
Dunque, i giocatori, ce li abbiamo. La domanda giusta è: perché non li valorizziamo?
Roberto Mancini è stato netto sul punto:
“Abbiamo tre squadre nelle migliori otto d’Europa ma gli italiani sono al massimo sette o otto: non si tratta di una rinascita del calcio italiano, al massimo della Serie A.”
Gravina ha più volte affermato che Gattuso ha fatto solo due allenamenti in due giorni prima delle partite, mentre altre nazionali bloccano il campionato molto più spesso per i ritiri. A maggior ragione: se i veterani arrivano tardi, convochi i ragazzi dell’Under 21.
Il cantiere del futuro: risultati attesi non prima del 2032
Chiunque sarà il prossimo CT, è bene togliersi subito dalla testa l’idea di lottare per vincere un Europeo tra due anni o un Mondiale tra quattro. Il prossimo progetto tecnico, se seguito e ben sviluppato, avrà effetti positivi (salvo casi straordinari) dal 2032 in poi. Ogni edificio regge solo se ha fondamenta solide.
Spesso si dice che Roma non è stata costruita in un giorno, ma con una precisazione doverosa: Roma non è stata costruita da “LESTOFANTI”.
Spoiler: Roma non sarà costruita da un dinosauro come Malagò (spero di sbagliarmi, sempre).
LE VOCI DI CHI SA DI COSA PARLA
Qualche voce autorevole, documentata, che ha detto quello che molti fingono di non vedere:
“Abbiamo giocatori fantastici ma ciò che manca è il vero talento creativo come quello di Baggio, Del Piero o Totti, che un tempo ci aiutavano a vincere.” — Gianluigi Buffon, intervistato da The Guardian, aprile 2026
“Non pensiamo di non produrre ragazzi. Questi ragazzi hanno potenzialità, ma non hanno il mestiere, non sanno come utilizzare le loro qualità al meglio. Bisogna avere il coraggio di farli giocare.” — Gianfranco Zola, vicepresidente Lega Pro, maggio 2026
Fabio Capello è tornato a parlare e ha detto quello che in pochi hanno il coraggio di dire ad alta voce: il guardiolismo ha fatto male al calcio italiano.
Le sue parole non lasciano spazio a interpretazioni: “Il guardiolismo ci ha rovinati. Abbiamo voluto copiare con giocatori non all’altezza. Non abbiamo più insegnato a difendere e a parare.”
Una critica netta, diretta, senza filtri. Per Capello, l’ossessione per il possesso palla ha tolto personalità e coraggio ai calciatori: “Quando l’allenatore dice ‘non perdere la palla’ togli la personalità al giocatore, che non rischia più.”
Il calcio moderno sotto accusa
Parole forti, dirette, senza alcun filtro. L’ex tecnico di Milan, Roma e Real Madrid ha già rilasciato dichiarazioni esplosive in passato, ma questa volta i toni sono ancora più aggressivi.
Le dichiarazioni di Capello arrivano dall’evento di presentazione dei candidati per il Golden Boy, ma suonano come un’accusa totale al calcio moderno. Secondo lui, l’ossessione per il possesso ha svuotato i giocatori di personalità e coraggio, trasformando il calcio in qualcosa di prevedibile e noioso.
Pep Guardiola
City e Chelsea come esempi negativi
Capello cita Manchester City e Chelsea come esempi negativi: squadre che arrivano a passare la palla al portiere solo per non rischiare. Per lui il calcio deve tornare a essere verticale, coraggioso, tecnico.
“Senza tecnica vera non vai da nessuna parte”, aggiunge l’ex allenatore. Il dibattito è aperto: da una parte chi sostiene che il possesso sia ancora il sistema più efficace per vincere, dall’altra chi, come lui, ritiene che abbia ucciso il talento individuale e la voglia di rischiare.
De Rossi contro Aquilani: una lezione sui giovani
Capello chiude con un aneddoto rivelatore sulla gestione dei giovani talenti, che sintetizza la sua filosofia calcistica.
“I giovani li bruci se non li hai in squadra con te. Avevo De Rossi e Aquilani che si allenavano con la prima squadra, pensavo Aquilani fosse più bravo di De Rossi. Giochiamo in Coppa Italia, metto Aquilani e gioca impaurito. Gli dico di giocare senza paura, di provarci. De Rossi invece giocava come in allenamento. Lui era pronto per giocare con la prima squadra.”
Un esempio che dice tutto: non basta il talento, serve il coraggio di rischiare. E secondo Capello, è proprio questo che il guardiolismo ha tolto al calcio.
Ruud Gullit arriva al Pallone d’Oro 1987 come simbolo di una nuova generazione europea. È nato ad Amsterdam nel 1962, figlio di padre surinamese e madre olandese.
Il calcio olandese è già un laboratorio sociale: multiculturalismo, urbanità, fantasia. Ma Ruud non appartiene all’Ajax patinata di Cruijff: nasce e cresce in un quartiere popolare, gioca per strada, tra cortili e muretti.
La scalata al vertice
Prima di esplodere, gioca con Haarlem, Feyenoord e PSV dove vince titoli nazionali. Nel 1984, mentre molti coetanei stanno ancora cercando una direzione, Gullit viene già nominato “calciatore olandese dell’anno”.
Poi il grande salto: il Milan di Berlusconi e Sacchi. I capelli dread, il fisico scultoreo, l’aria ribelle, il modo di correre a testa alta: Gullit non è solo un calciatore, è un’icona estetica. Diventa un simbolo di rottura.
Il giocatore totale
In campo è totale: può giocare mezzala, trequartista, esterno, attaccante. È moderno prima che il calcio diventi moderno. Arrigo Sacchi dirà: “Quando partiva in progressione si portava via anche il vento.”Il contesto del 1987 è importante: Mandela è prigioniero da 23 anni, l’Apartheid sudafricano è ancora pienamente attivo e in Europa se ne parla poco, certamente non nel calcio.
La dedica che nessuno si aspettava
Quando Gullit vince il Pallone d’Oro, sul palco dice: “Dedico questo premio a Nelson Mandela.” Una frase netta, senza spiegazioni e senza alleggerimenti.
Alla BBC chiarirà: “Mandela combatteva una lotta che riguardava tutti. Era naturale dedicargli il premio.” In Italia Gullit diventa uno dei primi atleti ad affrontare direttamente il tema dell’Apartheid. E non sarà mai un gesto di facciata.
Ruud Gullit continuerà a parlare di razzismo e diritti civili per tutta la carriera, quando farlo nel mondo del calcio era ancora considerato scomodo, fuori luogo, quasi fastidioso. Non aspetta che sia sicuro farlo. Non aspetta il consenso.
“Un direttore di partite. Gli hanno dato la maglia numero 10 di Pelè e se l’è infilata senza problemi: aveva un’autorità da grande. Un tipo sensazionale e un giocatore fantastico” . Così Diego Armando Maradona descrive Artur Antunes Coimbra. Per tutti:Zico.
Il 10 che ha raccolto l’eredità di Pelé senza tremare, senza esitazioni. Perché certe maglie non si indossano: si abitano. Zico è un nome che, in Italia, fa subito scattare due immagini: da una parte il Flamengo, l’idolo del Maracanã, la leggenda brasiliana; dall’altra… l’Udinese. E già qui capisci che la sua storia non è quella di un campione qualsiasi: è una storia che incrocia scelte, identità, politica sportiva e potere economico. Bene o male, qualsiasi appassionato ha sentito parlare di lui. Negli anni’80 può sembrare uno dei tanti giocatori della Selecao, che storicamente ha sempre assunto la veste di “Dream Team”. Si, perché il Brasile si sa: è patria di campioni, stelle e leggende del calcio.
Numeri che confermano la leggenda
E quindi Zico può sembrare uno dei tanti. Ma essere senatore in una squadra che annoverava Falcao, Socrates, Junior, Toninho Cerezo (solo per dirne alcuni) equivaleva a personalità e voce in capitolo nello spogliatoio. E Zico ce le aveva. Non era solo talento. Perché la Selecao era una squadra così forte da rendere tutti utilissimi ma in fondo, nessuno indispensabile. Beckenbauer dirà: “Dopo Pelé, il 10 più forte del Brasile è Zico”. E se guardi questi numeri, lo capisci.
Con la Seleçao fu autore di 48 goal in 71 presenze, che lo rendono ancora oggi il quinto miglior marcatore di sempre del Brasile.
Nella sua carriera segnò 516 reti in 750 partite. Il suo marchio di fabbrica? Il gol su calcio di punizione. Ha infatti messo a segno 62 reti tramite calcio piazzato. Un calcio di punizione era come tirare un calcio di rigore…ma più imprevedibile, più spettacolare.
“O Galinho”: quando nessuno credeva in lui
E la leggenda non nasce subito. All’inizio sembra quasi stonare con il prototipo del calciatore brasiliano forte di natura: a 14 anni il giovane Artur Coimbra è alto 1 metro e 55, pesa 37 chili, lo chiamano “O Galinho”, il Galletto. Piccolo e troppo leggero per entrare nel calcio dei grandi. La società carioca è indecisa se dargli fiducia, ma a quel punto interviene Professor Roberto Francalacci, il preparatore atletico del Flamengo, che promette:
“Datelo a me, lo trasformerò in un atleta”. Per tre anni il giovane Arthur divide il suo tempo fra scuola, campo e lunghe sedute di potenziamento in palestra.
La sua storia diventa così un grande esempio di come passione e forza di volontà superano gli stereotipi.
Zico racconta: “La mia casa era a due ore dal campo del Flamengo fra treno e bus. Uscivo da casa alle 7 del mattino, andavo ad allenarmi al Flamengo. Poi tornavo in centro, studiavo da mezzogiorno alle 5, dopo le 5 riandavo alla Gavea (la sede del Flamengo) per fare potenziamento in palestra, e tornavo a casa alle 9 o alle 10 di sera. Molte volte mi rimettevo a studiare ma ero talmente stanco che mi addormentavo sui libri. È difficile che uno arrivi in alto senza una vita di sacrifici”. La forza di volontà di Zico è però ricompensata: a 17 anni non è un colosso, ma ha un fisico normale: ha guadagnato 11 centimetri in altezza e 16 chilogrammi di peso.
Zico e il Flamengo: nascita di un simbolo
Fece il suo esordio nel calcio professionistico nel 1967 con la maglia del Flamengo, Poi, pian piano, la rivelazione:
con i Mengao vince 4 campionati brasiliani, la Libertadores ’81, l’Intercontinentale ’81—dove viene eletto miglior giocatore—e segna oltre 300 gol.
Diventa due volte Bola de Ouro, vale a dire “Miglior giocatore brasiliano”, tre volte Calciatore sudamericano dell’anno, e soprattutto: diventa Zico. Il simbolo.
L’Udinese e la scelta controcorrente
A 30 anni però, dopo aver vinto tutto, l’idolo del Maracanà ha voglia di una nuova sfida, approdando in un calcio diverso da quello brasiliano: il campionato italiano, all’epoca il miglior campionato del mondo. Ma non va alla Juventus, non va al Milan, non va all’Inter.
Va all’Udinese. Una scelta inconsueta per un talento che vuole emergere nel calcio che conta. Nonostante ciò, nulla cambierà: la sua leggenda si consolida. 19 gol in 24 partite nella stagione 1983/1984, un record per uno straniero nell’anno dell’esordio in Serie A. E ripeto: con la maglia dell’Udinese.
Perché Zico non voleva essere “uno dei tanti campioni”.
Zico voleva essere Zico. Gli altri sono gli altri.
Frossi è un caso unico nella storia del calcio: miope, gioca con gli occhiali tenuti da un elastico. Gianni Brera dirà di lui che aveva “grande scatto, ammirevole coordinazione, ma poco tocco di palla e scarsa acrobazia”. Eppure segna. Sempre. Pozzo lo considera “un opportunista della più bella acqua”.Sarà capocannoniere del torneo calcistico delle Olimpiadi del 1936 con 7 reti. Giocò in Serie A con le maglie del Padova e dell’Ambrosiana Inter, così chiamata per via della fusione imposta dal regime fascista con l’Unione Milanese. Nel 1927 il governo italiano costituì ‘E.S.P.F, acronimo di Ente Sportivo Fascista, ente che in ossequio alle direttive emanate dal regime che impose la riduzione delle società calcistiche nelle massime serie, le attuali Serie A e Serie B, ordinò appunto la fusione tra Inter e Unione Milanese.
Tornando a Frossi, nonostante questo grande rendimento, incredibilmente, Pozzo non lo convocherà più. In un’altra storia, forse, sarebbe diventato l’eroe anche dei Mondiali del 1938. Ma a volte la storia sceglie altre strade…
“C’è n’è voluto di tempo, ma prima o poi la verità verrà fuori e cadranno molte teste..” cantava così Michael Jackson in uno dei suoi brani più aggressivi:“They don’t care about us”. E in un documentario Netflix, “The Vatican Girl”, su uno dei casi più rinomati e misteriosi della cronaca nera italiana: la sparizione di Emanuela Orlandi, Andrea Purgatori usa spesso queste parole: “Non importa quanto terrai un segreto nascosto, prima o poi la verità verrà fuori.” Calciopoli è stata proprio questo: un segreto “nascosto in piena vista”, dove tanti sapevano ma nessuno parlava, conLuciano Moggi al centro di tutto.
Le SIM del Liechtenstein: la tecnologia al servizio del potere
Abbiamo parlato di intercettazioni, discussioni ed episodi chiave di uno scandalo indimenticabile, che per molto, troppo tempo è rimasto “nascosto” alla giustizia sportiva e italiana. Se Calciopoli avesse un pilastro tecnologico contenente i vari illeciti, probabilmente non sarebbe solo qualche cellulare italiano, ma soprattutto alcune SIM card del Liechtenstein o della Svizzera.
Mentre il Paese segue le tracce delle telefonate “ufficiali”, nell’ombra si muove una struttura molto più complessa. Una semplice SIM diventa un pilastro di giustizia. Luciano Moggi non è solo un dirigente; è il vertice di un sistema di controllo capillare che non lascia nulla al caso.
Moggi sa che i telefoni italiani sono controllati o comunque vulnerabili di intercettazione. Per questo motivo decide di attraversare regolarmente il confine e si reca a Chiasso per acquistare personalmente pacchetti di SIM card estere, svizzere o del Liechtenstein, all’epoca non intercettabili dalle autorità italiane.
La rete degli arbitri e le comunicazioni segrete
SIM, piccoli oggetti che diventano parti di un sistema grande e segreto: Moggi le distribuisce ai designatori Bergamo e Pairetto e ad alcuni arbitri di fiducia come Massimo De Santis. È su queste linee estere che passano le comunicazioni più delicate: non solo le griglie arbitrali, ma anche le strategie per condizionare l’andamento del campionato.
Quando la magistratura incrocerà le celle telefoniche, scoprirà che queste schede “parlano” tra loro esattamente nei luoghi e nei momenti chiave dei weekend di Serie A.
Novembre 2004: Moggi contro Paparesta
Il 6 novembre 2004 avviene uno degli episodi più rinomati di Calciopoli: la Juventus perde contro la Reggina e Moggi è fuori di sé. Il dirigente bianconero scende negli spogliatoi e si scaglia contro l’arbitro Gianluca Paparesta, reo di non aver concesso un rigore ai bianconeri.
Poche ore dopo l’intercettazione telefonica scuote l’opinione pubblica, perché Moggi al telefono con la sua amica Silvana Garufi si vanta apertamente di aver punito il direttore di gara: “Due gol annullati e un rigore, nello spogliatoio l’ho chiuso a chiave e mi sono portato via le chiavi… me le porterà dietro fino all’aeroporto!” Poi con Aldo Biscardi lo stesso Luciano dice: “Voglio che fermino Paparesta e tutta la terna per almeno 4 o 5 turni.”
De Santis: paga sempre uno per tutti
Sebbene in sede penale il reato di sequestro di persona cadrà (perché non si potrà provare la chiusura fisica della porta a doppia mandata), l’episodio resta il simbolo della sudditanza psicologica. Un dirigente che entra nello spogliatoio dell’arbitro per umiliarlo e rivendicarne il controllo.
Tra tutti gli arbitri coinvolti in questa storia, alla fine uno solo paga davvero: Massimo De Santis. Quattro anni di squalifica sportiva, poi una condanna in Cassazione a dieci mesi con pena sospesa per associazione a delinquere. Gli altri arbitri coinvolti vengono assolti. Paga sempre uno per tutti.
Il paradosso è che De Santis, in quel momento, è il migliore della categoria. Il 12 maggio 2006, quando i carabinieri arrivano a Coverciano a consegnare gli avvisi di garanzia, lui è l’arbitro numero uno in Italia e già selezionato per i Mondiali di Germania. Non ci andrà mai. “Con quell’avviso avevo capito che avevo finito”, dirà anni dopo. E confermerà, con un’amarezza che non si è mai del tutto consumata: “Ho pagato soltanto io.”
La Gea World e il monopolio del calciomercato
Moggi non sarà conosciuto solo per questi giochetti, questi ricatti o questi gesti estremi nei confronti di un arbitro o qualunque oppositore al suo sistema. Lui vuole controllare tutto: non solo i risultati sul campo, ma anche gli intrighi che stanno dietro un club.
Ecco che pure il calciomercato diventa roccaforte dell’autorità politica di Luciano Moggi. Entra in scena la Gea World, la società di procure guidata da Alessandro Moggi, figlio di Luciano. In pochi anni la Gea arriva a gestire quasi 300 personaggi di questo mondo, tra calciatori e allenatori.
È un cerchio perfetto, perché se un giovane talento vuole fare carriera o ambisce alla Nazionale deve firmare con loro. Chi si oppone rischia di finire ai margini, o certamente finisce. Luciano decide gli acquisti e Alessandro gestisce i contratti. Un monopolio che soffoca la concorrenza e garantisce a Moggi un altro mezzo di ricatto su gran parte del sistema calcio.
La Nazionale e l’ombra di Lippi
C’è un tentacolo di questo sistema che vale la pena nominare, perché nello scandalo finisce anche la Nazionale. Dalle intercettazioni emerge che Moggi preme su Marcello Lippi per favorire le convocazioni di giocatori legati proprio alla Gea World. Il cerchio è perfetto e cinico: Lippi allenava la Juventus, poi passa in Nazionale, e il figlio Davide lavora per la Gea.
Quando viene sentito sulla questione delle convocazioni, Lippi risponde con un secco: “Sono sotto gli occhi di tutti.” Né sì né no. Un’altra zona grigia in una storia che ne presenta in abbondanza. Attenzione: probabilmente oggi le cose non sono cambiate. I procuratori più potenti manovrano il mercato in base alle loro preferenze o ai loro guadagni personali, non in base al talento o alla meritocrazia di un calciatore. Ma questa è un’altra storia.
Un’indagine che si ferma troppo presto
Il punto più scomodo di tutta la vicenda è che l’indagine non nasce e non muore sulla Juventus. Lo dice lo stesso PM Lepore, vent’anni dopo, davanti alle telecamere di Report: “C’erano anche altre squadre, quasi tutte, diciamo la verità.” L’obiettivo è allargarsi — Milan, Inter, Lazio, Fiorentina hanno intercettazioni simili, i telefoni girano, il sistema è diffuso.
Poi, un bel giorno, il supplemento dell’Espresso pubblica tutto. I telefoni si chiudono. Le indagini si bloccano. E rimane solo la Juventus. Chi ha dato quelle carte? Lepore dice di aver avuto sospetti, ma nessuna prova concreta. Galliani viene condannato a cinque mesi di inibizione, Lotito a quattro. Milan, Lazio e Fiorentina pagano penalizzazioni minori. L’Inter viene raggiunta dalla prescrizione. Un’asimmetria enorme, che la giustizia sportiva non spiega e che il tempo non ha dissolto.
Rossi, il Mondiale e le zone grigie dello scandalo
Nello stesso servizio di Report del 2023 Moggi aggiunge un dettaglio che fa rumore: secondo lui, Guido Rossi — commissario straordinario della FIGC, ex consigliere dell’Inter — tenta di ostacolare la partecipazione di Lippi, Cannavaro e Buffon ai Mondiali di Germania, in quanto legati storicamente alla Juventus. Lippi smentisce.
Ma l’immagine che resta è quella di uno scandalo talmente ramificato da arrivare a sfiorare la Nazionale che, poche settimane dopo, vincerà il Mondiale, quella competizione che oggi ci manca tanto. Ma anche questa è un’altra storia…
Il crollo: “Mi hanno ucciso l’anima”
Il 14 maggio 2006 la Juventus vince lo scudetto a Bari, ma l’aria è irrespirabile, perché le intercettazioni sono su tutti i giornali. Luciano Moggi, l’uomo che per dodici anni ha dominato il calcio italiano, si presenta davanti ai microfoni per l’ultimo atto.
Non è più il dirigente sicuro e spavaldo, ma appare come un uomo solo, visibilmente scosso. “Vi prego, non fate domande perché non avrei la forza di rispondere. Mi hanno ucciso l’anima. Da domani il mondo del calcio non sarà più il mio mondo.” È il crollo definitivo: Moggi ammette implicitamente che la sua era è finita. Non sarà solo la fine di una carriera sportiva, ma la caduta di un sistema che si credeva eterno e intoccabile.