Ruud Gullit arriva al Pallone d’Oro 1987 come simbolo di una nuova generazione europea. È nato ad Amsterdam nel 1962, figlio di padre surinamese e madre olandese.

Il calcio olandese è già un laboratorio sociale: multiculturalismo, urbanità, fantasia. Ma Ruud non appartiene all’Ajax patinata di Cruijff: nasce e cresce in un quartiere popolare, gioca per strada, tra cortili e muretti.

La scalata al vertice

Prima di esplodere, gioca con Haarlem, Feyenoord e PSV dove vince titoli nazionali. Nel 1984, mentre molti coetanei stanno ancora cercando una direzione, Gullit viene già nominato “calciatore olandese dell’anno”.

Poi il grande salto: il Milan di Berlusconi e Sacchi. I capelli dread, il fisico scultoreo, l’aria ribelle, il modo di correre a testa alta: Gullit non è solo un calciatore, è un’icona estetica. Diventa un simbolo di rottura.

Il giocatore totale

In campo è totale: può giocare mezzala, trequartista, esterno, attaccante. È moderno prima che il calcio diventi moderno. Arrigo Sacchi dirà: “Quando partiva in progressione si portava via anche il vento.”Il contesto del 1987 è importante: Mandela è prigioniero da 23 anni, l’Apartheid sudafricano è ancora pienamente attivo e in Europa se ne parla poco, certamente non nel calcio.

La dedica che nessuno si aspettava

Quando Gullit vince il Pallone d’Oro, sul palco dice: “Dedico questo premio a Nelson Mandela.” Una frase netta, senza spiegazioni e senza alleggerimenti.

Alla BBC chiarirà: “Mandela combatteva una lotta che riguardava tutti. Era naturale dedicargli il premio.” In Italia Gullit diventa uno dei primi atleti ad affrontare direttamente il tema dell’Apartheid. E non sarà mai un gesto di facciata.

Ruud Gullit continuerà a parlare di razzismo e diritti civili per tutta la carriera, quando farlo nel mondo del calcio era ancora considerato scomodo, fuori luogo, quasi fastidioso. Non aspetta che sia sicuro farlo. Non aspetta il consenso.