Dimenticatevi per un attimo il “quinto Beatle”. Dimenticatevi le sfilate di moda, Miss Mondo, lo champagne a fiumi e quella maledetta battuta sui soldi sperperati che ha trasformato un dramma umano in un aforisma. Quella è la vernice lucida — ma ora grattiamo via la vernice e guardiamo cosa c’era sotto. E sotto c’era qualcosa di non leggerissimo, per chi ci vive: il fumo di Belfast. Questo è quello che non molti raccontano di George Best.

La carriera di George Best a Manchester è una supernova accecante. Una parabola assurda, per certi versi anche banale, che tutti liquidano con una parola pigra: “vizio” o “eroe viziato”, il cliché dell’eroe maledetto.

Settembre 1971: il cecchino e i novanta minuti di terrore

Ma molti dimenticano un dettaglio importantissimo: mentre Best dribblava mezza Inghilterra all’Old Trafford, la sua terra natale stava scivolando nell’inferno della guerra civile. E quell’inferno lo ha inseguito fin dentro lo spogliatoio.

Settembre 1971. Il Manchester United deve giocare in trasferta a St James’ Park, contro il Newcastle. Sono i giorni caldi e feroci successivi all’introduzione dell’internamento senza processo in Irlanda del Nord. Poco prima del calcio d’inizio, arriva una minaccia diretta, intercettata e dritta all’obiettivo: un cecchino dell’IRA è pronto a sparare a George Best in mezzo al campo. La polizia inglese e la sicurezza dello stadio prendono la cosa maledettamente sul serio. Gli agenti si schierano a ridosso del rettangolo verde, ma a Best viene dato un ordine tassativo e surreale per salvargli la vita: al fischio d’inizio, devi scattare e cambiare immediatamente metà campo, per disorientare il mirino del killer appostato. Provate a mettervi nei suoi panni. Sei il calciatore più famoso del pianeta, hai venticinque anni e devi giocare novanta minuti con il terrore che un proiettile ti spacchi la testa da un momento all’altro.

George Best

L’esilio dorato e il senso di colpa

Eppure, Best non solo gioca, ma trasforma la paura in arte. Lo United vince 1 a 0. E il gol della vittoria lo segna proprio lui, correndo incontro a quegli spalti da dove sarebbe dovuto partire il colpo. Un gesto di sfrontatezza assoluta che dice tutto: “potete odiarmi, ma non potete prendermi, sono più forte del terrore”.

Il vero dramma di George Best non è stato solo l’alcol, il terrorismo, ma il senso di colpa. Viveva in un esilio divino a Manchester, al sicuro, guadagnando cifre astronomiche nell’epicentro calcistico dell’Impero Britannico — lo stesso Impero che mandava un esercito a sparare nelle strade della sua gente. Nelle pagine della sua autobiografia di nome “Bestie” c’è un passaggio che squarcia il velo del playboy superficiale:

«Ogni volta che vedevo le immagini di Belfast in TV, con le bombe, i soldati e le macerie, mi sentivo un vigliacco. Io ero lì, a bere champagne, mentre i ragazzi con cui ero cresciuto si sparavano per strada».

L’alcol come unica via di fuga

La gente pensava che fosse distaccato, che non gli importasse della politica. Ma la verità è che quella situazione lo stava mangiando vivo. Best ha ribadito questo peso psicologico in diverse interviste televisive della BBC negli anni ’90. Ed è qui che capisci cos’è davvero l’alcol per Best.

Non il capriccio di un vip annoiato, ma l’unico modo per spegnere il cervello e silenziare le sirene e le esplosioni che gli rimbombavano in testa dall’altra parte del mare d’Irlanda. Una pressione psicologica devastante che metterà fine alla sua carriera e, dopo un po’, anche alla sua stessa vita. Il suo decesso avverrà il 25 novembre 2005, ma è solo una tappa, perché George Best non è mai morto, per l’Irlanda, per il calcio e per il suo mito. Pure sua madre, Anne, crollerà proprio in quegli anni sotto il peso di un alcolismo fulminante, divorata dall’ansia e dal terrore quotidiano dei Troubles di Belfast, morendo a soli 55 anni.

Il paradosso: un protestante idolatrato dai cattolici

Ma oltre al mito e alla parabola c’è un miracolo che solo il calcio può generare, e che Best ha incarnato come nessun altro. La politica e i paramilitari hanno provato a usarlo come un trofeo o come un bersaglio. Eppure, nel momento più buio della storia irlandese, George Best è stato l’unico millimetro di tregua e unione di un popolo diviso da una guerra civile. Nel pieno della guerriglia urbana, nei quartieri cattolici e repubblicani di Derry o di Falls Road, i ragazzini cattolici avevano il poster di George Best appeso in camera. Era una contraddizione, anzi, un paradosso logico: idolatrare un protestante di East Belfast. Ma lo facevano perché Best rappresentava l’evasione da quella realtà così violenta. Era la prova vivente che da quella trappola di pioggia, odio e cemento si poteva uscire.

La Nazionale della pace e la geopolitica del pallone

Si poteva essere liberi, più forti della divisione. Quando i giornalisti cercavano di strappargli una dichiarazione geopolitica, lui si rifugiava nel suo unico, vero elemento: «Non ho mai giocato per la Regina, non ho mai giocato per l’IRA. Io ho sempre giocato solo per la gente che pagava il biglietto».

Nel 1976 il CT Danny Blanchflower accarezza un sogno folle: unire per una notte l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda in un’unica Nazionale della pace, per giocare un’amichevole contro il Brasile. Best dice immediatamente di sì, prontissimo a scendere in campo. Il progetto però viene stroncato sul nascere dalle minacce di morte incrociate dei paramilitari di entrambe le fazioni. La politica aveva una paura fottuta del potere di George Best: il potere di unire un popolo diviso con un pallone tra i piedi.

La verità è che la storia ha preteso da George Best un prezzo disumano: lo ha trasformato nel capro espiatorio di una nazione che non sapeva come fare la pace, e che ha trovato più comodo condannare i suoi vizi piuttosto che guardare in faccia le proprie tragedie. Non cercate messaggi politici nelle sue interviste, non ne troverete. La sua era una geopolitica del corpo, un manifesto di pura anarchia applicato al pallone. George Best è stato il riscatto di una terra spezzata, un genio che ha trovato la sua totale indipendenza nell’unico spazio in cui nessuno poteva costruire un muro: novanta metri di erba, con il pallone incollato al piede destro.