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Sudafrica

Sudafrica nella storia: l’impresa che batte il passato

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Il Sudafrica ha dovuto vincere due volte in questa Coppa del Mondo. Una sul campo, conquistando la storica vittoria contro la Corea del Sud, e l’altra prima ancora di salire sull’aereo per raggiungere gli Stati Uniti. Pochi giorni prima dell’esordio, infatti, il volo charter dei Bafana Bafana è rimasto fermo a terra a causa di complessi problemi con i visti dell’ambasciata USA, risolti poi con due giorni di ritardo.

Questo non è stato ovviamente un caso isolato. Per questo Mondiale ospitato da USA, Messico e Canada, le restrizioni di viaggio dell’amministrazione Trump hanno colpito duramente i cittadini di oltre 25 paesi africani. Niente visto turistico per i tifosi di Senegal e Costa d’Avorio, un giocatore e un fotografo iracheni fermati per ore in aeroporto, un arbitro somalo respinto al confine e molto altro. Il Sudafrica, almeno per la squadra, alla fine è riuscito a entrare, ma non senza pesanti tensioni.

L’eredità dell’Apartheid e il peso della storia

Non è la prima volta che accade, perché il Sudafrica con le frontiere ha un conto aperto da molto più tempo. Sospeso da ogni competizione FIFA nel 1961 a causa dell’Apartheid, e poi escluso formalmente nel 1976 dopo il drammatico massacro di Soweto, il paese è rientrato nel calcio internazionale solo nel 1992, dopo ben 31 anni passati completamente fuori dal mondo.

Sudafrica

E quando finalmente ha potuto giocarsi un Mondiale in casa, nel 2010, è diventato la prima nazione organizzatrice della storia a essere eliminata al primo turno (un record negativo eguagliato solo dal Qatar, dodici anni dopo). Quel torneo, peraltro, si era aperto con un terribile lutto: la sera prima della cerimonia inaugurale, la pronipote tredicenne di Nelson Mandela morì in un incidente d’auto tornando da un concerto. Mandela, che quel Mondiale lo aveva voluto e inseguito per anni, scelse comprensibilmente di non esserci.

Sedici anni dopo, l’11 giugno 2026, il Sudafrica ha rigiocato la stessa identica partita d’apertura del 2010, sempre contro lo stesso avversario, il Messico. Questa volta, però, la sfida si è svolta in trasferta, nella bolgia dell’Estadio Azteca, mostrando una storia che sembrava ripetersi.

Dal caos dell’esordio al gol del riscatto

È finita però peggio del previsto: un netto 2-0 sul campo, accompagnato da due espulsioni dirette per i sudafricani e una anche per i padroni di casa. Tre cartellini rossi in totale, un primato disciplinare negativo mai successo prima in una gara inaugurale di un Mondiale.

Dopo il successivo pareggio contro la Repubblica Ceca, nell’ultima e decisiva partita della fase a gironi contro la Corea del Sud, la squadra ha finalmente chiuso il conto. La svolta è arrivata grazie al gol di Thapelo Maseko, un giovane talento di soli 22 anni, andato a segno al minuto 63.

Maseko è nato a Sebokeng, una township confinante con Sharpeville, proprio il luogo dove nel 1960 la polizia sudafricana sparò brutalmente sulla folla disarmata. Si tratta dell’episodio storico che accese definitivamente la lotta globale contro l’apartheid.

Il ragazzo nato a un passo da uno dei luoghi più bui della storia sudafricana ha segnato, a oggi, il gol più importante della storia calcistica del suo intero paese. Il Sudafrica passa così la fase a gironi, un traguardo mai accaduto prima in ben quattro partecipazioni. Gli hanno chiesto il passaporto per entrare in campo, ma nessuno gli ha chiesto il permesso per entrare nella storia. Perché il calcio, quando vuole, sa essere molto più ironico della storia stessa.

Allegri

Allegri a Napoli: la scelta giusta?

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Esattamente come accadde a Torino nel 2014, l’addio improvviso di Antonio Conte ha spinto la dirigenza del Napoli a una mossa tanto rapida quanto strategica: affidare le chiavi della panchina a Max Allegri. Una scelta che, al netto dei primi scetticismi della piazza, si preannuncia come il compromesso perfetto per entrambe le parti.

Napoli: il compromesso perfetto per entrambe le parti

Dopo l’addio di Antonio Conte, ecco la storia che si ripete: il Napoli, come la Juve nel 2014, si è mossa subito per ingaggiare Max, dopo il suo addio al Milan. E ha fatto bene. Il Napoli ha una rosa top, con una mentalità ormai alla competitività in Italia (2 scudetti vinti negli ultimi 4 anni). De Laurentiis manterrà un assetto simile a quello attuale, con campioni abituati a vincere, abbinati a qualche giovane da valorizzare: vedi De Bruyne, Mctominay, Neres con Gilmour, Gutierre,Allison Santos…

Nelle ultime annate il Napoli ha spesso mostrato un rendimento difensivo all’altezza, primo parametro per competere e vincere in Italia. E con Allegri, grazie alla sua esperienza con la Juventus tra il 2015 e il 2019, può puntare a fare un’annata migliore in Champions League, dove la mancata qualificazione ai playoff di quest’anno è la delusione più cocente.

Allegri

Che calciomercato farà il Napoli?

Molto dipenderà dal calciomercato. Ovviamente la dirigenza partenopea, per non rischiare come fatto in quest’annata, dovrà muoversi per coprire le seconde linee. L’ultima stagione è stata condizionata da troppi infortuni, che capitano e non capitano per svariati motivi (preparazione atletica, gestione delle energie, scontri e traumi, sfortuna), ma il Napoli non può permettersi un’altra annata come quella appena trascorsa, determinata largamente da una panchina incapace di sopperire alle assenze degli 11 titolari. Alcuni giocatori, tipo Buongiorno, andranno rimotivati, a livello mentale e atletico.

Tutto questo per dirvi che Allegri, se sarà supportato con qualche riserva adeguata, è l’allenatore giusto nel contesto giusto, al momento giusto. Forse Max ora ha realmente fatto la scelta migliore. E il Napoli ha bisogno di un allenatore bravo a gestire e a ricompattare un ambiente. Cosa che Allegri ha sempre saputo fare, come detto sopra, con un assetto societario ben definito.

Perché tutto si può dire di Aurelio De Laurentiis (sul suo carattere, sul suo modo di fare) tranne che non sia uno che faccia trasparire una gerarchia in società, mantenendo una direttiva di ordine ed equilibrio anche nel progetto tecnico. Poi il DS Manna ha già lavorato con Allegri prima del 2023, motivo per cui entrambe le parti avranno già capito come muoversi. E anche perché la dirigenza napoletana deve riscattarsi dopo campagna acquisti di un anno fa, che a prescindere dagli infortuni, resta deludente.

Quindi Max resta un top? Certo che sì

Con tutto il rispetto per tutti gli altri allenatori che il Napoli avrà valutato, ma a Castelvolturno serve un profilo esperto, in questo momento. Uno che sappia gestire la pressione, che sappia affidarsi ai vari campioni presenti in rosa. Questa è la specialità di Max, altrimenti nessun top club lo ingaggerebbe. Questo perché, amici miei, c’è sempre una “linea sottile che sembra sottile, ma non lo è”, tra giocare bene e vincere, così come c’è tra allenare squadre normali e grandi squadre. Per carità, tutti i grandi allenatori sono passati da piccoli club per fare gavetta, prima di approdare in un top club. Ma la personalità e la leadership per allenare nell’élite del calcio, lo mostri fin da subito, specie se sei stato un ex bandiera di quel top club.

Allegri

Fortunato? Bollito? Arcaico? il tempo ci dirà la verità

Faccio alcuni esempi per chiarire: in Serie B Aquilani e Abate sono stati tra i migliori allenatori di questa stagione in cadetteria. Entrambi però (senza togliere nulla al loro lavoro, che merita applausi) hanno allenato in club che avevano come obiettivo prioritario la salvezza, non la vittoria del campionato.

Chivu, Simeone, Conte e Guardiola (non li sto paragonando, sto solo citando) sono diventati top allenatori direttamente sulle panchine rispettivamente Inter, Atletico Madrid, Juventus e Barcellona, senza esperienze precedenti in altri top club. Ma perché sono stati leader dello spogliatoio di quei club da giocatori, motivo per cui sanno che significa indossare quella maglia. E all’attuale stato delle cose: nessun altro allenatore oltre ad Allegri avrebbe saputo prendere in mano la piazza partenopea, con rigore ed esperienza, dopo gli ottimi due anni con Conte, che ha sempre vinto due trofei con il Napoli. Sia perché attualmente non ci sono altri allenatori esperti, abituati a vincere e sia perché non ci sono ex bandiere del Napoli con un buon profilo da allenatore.

Numeri non casuali

E i numeri parlano chiaro: Allegri è l’allenatore più vincente nell’era dei tre punti in Serie A e, a livello europeo per diverse stagioni Allegri è stato certificato tra i migliori allenatori d’Europa per percentuale di vittorie, terzo dietro solo ad Ancelotti e Guardiola. Non è un’opinione, è una statistica. Un allenatore scarso o fortunato non finisce casualmente in quella classifica.

Certo, c’è chi sostiene che quei numeri appartengano a un’altra epoca e che il calcio di oggi richieda qualcosa di diverso. È un argomento legittimo, ma allora facciamo così: vediamo chi avrà ragione? Se Allegri fallirà a Napoli, significherà che il suo modus operandi è definitivamente troglodita. Se invece andrà diversamente, significa che Max non è stato fortunato in passato. Il tempo è padrone di tutte le verità, sempre.

George Best

George Best: il genio tra Belfast e la guerra civile

Dimenticatevi per un attimo il “quinto Beatle”. Dimenticatevi le sfilate di moda, Miss Mondo, lo champagne a fiumi e quella maledetta battuta sui soldi sperperati che ha trasformato un dramma umano in un aforisma. Quella è la vernice lucida — ma ora grattiamo via la vernice e guardiamo cosa c’era sotto. E sotto c’era qualcosa di non leggerissimo, per chi ci vive: il fumo di Belfast. Questo è quello che non molti raccontano di George Best.

La carriera di George Best a Manchester è una supernova accecante. Una parabola assurda, per certi versi anche banale, che tutti liquidano con una parola pigra: “vizio” o “eroe viziato”, il cliché dell’eroe maledetto.

Settembre 1971: il cecchino e i novanta minuti di terrore

Ma molti dimenticano un dettaglio importantissimo: mentre Best dribblava mezza Inghilterra all’Old Trafford, la sua terra natale stava scivolando nell’inferno della guerra civile. E quell’inferno lo ha inseguito fin dentro lo spogliatoio.

Settembre 1971. Il Manchester United deve giocare in trasferta a St James’ Park, contro il Newcastle. Sono i giorni caldi e feroci successivi all’introduzione dell’internamento senza processo in Irlanda del Nord. Poco prima del calcio d’inizio, arriva una minaccia diretta, intercettata e dritta all’obiettivo: un cecchino dell’IRA è pronto a sparare a George Best in mezzo al campo. La polizia inglese e la sicurezza dello stadio prendono la cosa maledettamente sul serio. Gli agenti si schierano a ridosso del rettangolo verde, ma a Best viene dato un ordine tassativo e surreale per salvargli la vita: al fischio d’inizio, devi scattare e cambiare immediatamente metà campo, per disorientare il mirino del killer appostato. Provate a mettervi nei suoi panni. Sei il calciatore più famoso del pianeta, hai venticinque anni e devi giocare novanta minuti con il terrore che un proiettile ti spacchi la testa da un momento all’altro.

George Best

L’esilio dorato e il senso di colpa

Eppure, Best non solo gioca, ma trasforma la paura in arte. Lo United vince 1 a 0. E il gol della vittoria lo segna proprio lui, correndo incontro a quegli spalti da dove sarebbe dovuto partire il colpo. Un gesto di sfrontatezza assoluta che dice tutto: “potete odiarmi, ma non potete prendermi, sono più forte del terrore”.

Il vero dramma di George Best non è stato solo l’alcol, il terrorismo, ma il senso di colpa. Viveva in un esilio divino a Manchester, al sicuro, guadagnando cifre astronomiche nell’epicentro calcistico dell’Impero Britannico — lo stesso Impero che mandava un esercito a sparare nelle strade della sua gente. Nelle pagine della sua autobiografia di nome “Bestie” c’è un passaggio che squarcia il velo del playboy superficiale:

«Ogni volta che vedevo le immagini di Belfast in TV, con le bombe, i soldati e le macerie, mi sentivo un vigliacco. Io ero lì, a bere champagne, mentre i ragazzi con cui ero cresciuto si sparavano per strada».

L’alcol come unica via di fuga

La gente pensava che fosse distaccato, che non gli importasse della politica. Ma la verità è che quella situazione lo stava mangiando vivo. Best ha ribadito questo peso psicologico in diverse interviste televisive della BBC negli anni ’90. Ed è qui che capisci cos’è davvero l’alcol per Best.

Non il capriccio di un vip annoiato, ma l’unico modo per spegnere il cervello e silenziare le sirene e le esplosioni che gli rimbombavano in testa dall’altra parte del mare d’Irlanda. Una pressione psicologica devastante che metterà fine alla sua carriera e, dopo un po’, anche alla sua stessa vita. Il suo decesso avverrà il 25 novembre 2005, ma è solo una tappa, perché George Best non è mai morto, per l’Irlanda, per il calcio e per il suo mito. Pure sua madre, Anne, crollerà proprio in quegli anni sotto il peso di un alcolismo fulminante, divorata dall’ansia e dal terrore quotidiano dei Troubles di Belfast, morendo a soli 55 anni.

Il paradosso: un protestante idolatrato dai cattolici

Ma oltre al mito e alla parabola c’è un miracolo che solo il calcio può generare, e che Best ha incarnato come nessun altro. La politica e i paramilitari hanno provato a usarlo come un trofeo o come un bersaglio. Eppure, nel momento più buio della storia irlandese, George Best è stato l’unico millimetro di tregua e unione di un popolo diviso da una guerra civile. Nel pieno della guerriglia urbana, nei quartieri cattolici e repubblicani di Derry o di Falls Road, i ragazzini cattolici avevano il poster di George Best appeso in camera. Era una contraddizione, anzi, un paradosso logico: idolatrare un protestante di East Belfast. Ma lo facevano perché Best rappresentava l’evasione da quella realtà così violenta. Era la prova vivente che da quella trappola di pioggia, odio e cemento si poteva uscire.

La Nazionale della pace e la geopolitica del pallone

Si poteva essere liberi, più forti della divisione. Quando i giornalisti cercavano di strappargli una dichiarazione geopolitica, lui si rifugiava nel suo unico, vero elemento: «Non ho mai giocato per la Regina, non ho mai giocato per l’IRA. Io ho sempre giocato solo per la gente che pagava il biglietto».

Nel 1976 il CT Danny Blanchflower accarezza un sogno folle: unire per una notte l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda in un’unica Nazionale della pace, per giocare un’amichevole contro il Brasile. Best dice immediatamente di sì, prontissimo a scendere in campo. Il progetto però viene stroncato sul nascere dalle minacce di morte incrociate dei paramilitari di entrambe le fazioni. La politica aveva una paura fottuta del potere di George Best: il potere di unire un popolo diviso con un pallone tra i piedi.

La verità è che la storia ha preteso da George Best un prezzo disumano: lo ha trasformato nel capro espiatorio di una nazione che non sapeva come fare la pace, e che ha trovato più comodo condannare i suoi vizi piuttosto che guardare in faccia le proprie tragedie. Non cercate messaggi politici nelle sue interviste, non ne troverete. La sua era una geopolitica del corpo, un manifesto di pura anarchia applicato al pallone. George Best è stato il riscatto di una terra spezzata, un genio che ha trovato la sua totale indipendenza nell’unico spazio in cui nessuno poteva costruire un muro: novanta metri di erba, con il pallone incollato al piede destro.

Juventus, John Elkann

Juventus: il fallimento di Elkann

La sconfitta della Juventus contro la Fiorentina all’Allianz Stadium non è un semplice incidente di percorso, bensì il sintomo di un cortocircuito strutturale molto più profondo.

Il vero problema della Juventus oggi non è la gestione tecnica di Spalletti o la cronica sterilità offensiva, ma la totale assenza di una visione societaria chiara. Tra bilanci pesantemente in rosso e una preoccupante mancanza di anima sportiva, il club sembra ormai ridotto a un algido foglio Excel da risanare, sacrificando la propria identità sull’altare di una normalizzazione aziendale che i tifosi non possono più accettare.

“Abbiamo un allenatore con tanta esperienza. Avere una base forte è la migliore prospettiva per tornare a vincere.” Parole solenni di John Elkann, una settimana fa, al JOFC Day in Sicilia.

Poi ieri è arrivata la Fiorentina che espugna 0-2 all’Allianz Stadium. Fischi (giustamente) assordanti al fischio finale. E la Juve ha chiuso il match con 9 tiri totali, solo 2 in porta nell’intera partita!

Spalletti si rassegna

Nel post-partita Spalletti però, non ha cercato scuse.    L’ex CT ha detto: “Sotto l’aspetto della lucidità, della personalità, del carattere, dell’essere un professionista di livello ho ancora da fare dei passi in avanti. Devo tornare a scuola.” Parole di rassegnazione.Il problema però non è cosa farà con Spalletti, ma cosa vuole essere la Juventus? Il vero problema non è la panchina: è la totale assenza di una prospettiva societaria da anni…

Elkann aveva detto che la Champions non era un prerequisito per la continuità del progetto. Ma la realtà dice altro.Senza Champions League il fatturato crolla, il brand perde appeal e il mercato si ridimensiona.È la contraddizione strutturale della Juve: vuole ricostruire con calma, ma non ha il tempo di aspettare.

Juventus & Elkann

La storia è un’altra

847 milioni: Le perdite accumulate in 5 anni. La Champions è l’unica via per il pareggio di bilancio (fissato al 2026-27). 5 allenatori dal 2020: Pirlo, Allegri, Thiago Motta, Tudor, Spalletti. Il problema non è mai stato l’uomo in panchina. Il problema è che la Juventus ha smesso di sapere chi vuole essere. E i tifosi meritano di più.

Arsenal

Arsenal vs Atletico, l’emblema dell’adattamento

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L’1-1 di Atletico-Arsenal, valido per la semifinale di andata di Champions,non è un risultato, ma un cortocircuito culturale. Il calcio moderno — anzi, il politically correct calcistico — ha spesso definito l’Atletico Madrid come l’archetipo dell’anticalcio: falli tattici, provocazioni, ostruzionismo. Ma ieri sera al Metropolitano qualcosa si è incrinato nella narrativa. L’Arsenal di Arteta ha completato il processo di gentrificazione di quello stile: ha copiato la garra di Simeone, l’ha ripulita con il branding della Premier League e se n’è tornato a Londra con un pareggio molto rilevante. E lo ha fatto emulando l’ideale su cui si basava il Cholismo: aggressività e furbizia.

Le Dark Arts di Arteta 2.0

Non è una cosa nata ieri sera. È il DNA dell’Arsenal di Arteta, costruito mattone per mattone nel corso di una stagione intera. Ma molti prediligono una squadra più pulita ed elegante. Yaya Touré si è espresso “deluso” dal gioco dei Gunners. Ruud Gullit lo ha definito “davvero brutto da guardare” in televisione olandese. Senza dimenticare quando il tecnico del Brighton Hurzeler ha chiesto pubblicamente una modifica del regolamento per fermare le routine sui calci piazzati di Arteta, sostenendo che in una partita contro il Chelsea il pallone era stato in gioco appena 52 minuti e 59 secondi su 101 totali. Jamie Carragher ha pure ammesso: “Ogni volta che l’Arsenal ottiene un corner, ho la testa tra le mani. Non ho mai visto niente di simile nel calcio.”

Nonostante ciò, Pep Guardiola, il nemico attuale dell’Arsenal nella conquista della Premier League, ha preso le difese dei Gunners, definendo il dibattito sulle loro “dark arts” “sempre più rumoroso e noioso” e sostenendo che la gestione del gioco è un problema per gli arbitri, non per gli avversari. Quando il tuo avversario principale ti difende, significa che forse gli altri stanno esagerando un po’. La tua tesi può essere anche giusta, ma l’eccessività nell’affermarla porta alla noia e al disgusto, rischiando di passare “dalla parte del torto”…

Cholo, non te l’aspettavi

I’ve created a monster.” – cantava Eminem nel suo iconico brano “Without Me” nel 2002.

Ora immaginate il Cholo Simeone cantarla negli spogliatoi del Wanda Metropolitano. Perché?

Mentre l’Atletico di Simeone si basava sul contatto fisico per intimidire l’avversario, l’Arsenal di Arteta ha presentato la versione 2.0 delle Dark Arts: la manipolazione chirurgica del contatto. Il primo rigore? Un’estensione forzata del concetto di “contatto di gioco”, dove la passività del difensore viene punita dalla ricerca attiva dell’attaccante. Gyökeres ha fatto il “mestiere” (come direbbe Franchino Er Criminale) per conquistarsi il penalty. Simeone stesso, in conferenza stampa, ha ammesso tra le righe:

“Nel mio umile parere, il giocatore sente un contatto sulla schiena e cade. In una semifinale di Champions questo non può essere rigore.” Traduzione: è stato fregato, e lo sa.

Arteta ha studiato bene Simeone

Poi la simulazione di Eze non è un semplice tuffo, ma un capolavoro di biomeccanica applicata all’inganno: non ha cercato il pallone, ma solo la “frame” giusta, pensando di ingannare il VAR. L’attaccante Gunners ha indotto l’arbitro Makkelie. Tuttavia, se l’Atletico “sporca” la partita, viene punito dal giudizio morale dei media; se lo fa l’Arsenal, viene lodato per la sua “maturità agonistica” e la sua capacità di “vincere sporco”.

Vale la pena notare che l’Atletico ha prodotto un xG di 2.22, il secondo valore più alto concesso dall’Arsenal in tutta la stagione, ciò significa quindi che i Gunners hanno anche sofferto e saputo soffrire. Sì, perchè nel calcio, per avere solidità, devi saper soffrire. Declan Rice ha completato 83 passaggi: il secondo dato più alto per un centrocampista inglese in una semifinale di Champions dalla stagione 2003/04. Forse le Dark Arts erano il piano B e non il piano A.

La Narrativa del “Saper Soffrire”

TestataAngolo dell’articolofrasi
The AthleticTactical Maturity“Arteta ha finalmente iniettato quel veleno necessario per vincere in Europa. Non è cinismo, è intelligenza situazionale.”
Daily MailThe New Invincibles“L’Arsenal ha battuto Simeone nel suo stesso giardino. I Gunners non sono più i ‘ragazzi carini’ che perdono con onore.”
The GuardianEze’s Awareness“La capacità di Eze di capitalizzare il minimo contatto dimostra una maturità che all’Arsenal mancava dai tempi di Vieira.”
L’EquipeLe Maître et l’Élève“L’Arsenal ha giocato una partita speculare, accettando di sporcarsi le mani per portare a casa un risultato d’oro.”

Arteta usa termini diversi

“Gli amici tieniteli stretti… ma i nemici, anche più stretti.” — Michael Corleone, Il Padrino II, 1974

Simeone è rimasto vittima della sua stessa medicina. Eppure il copione mediatico è rimasto invariato: se l’Atletico sporca la partita, viene punito dal giudizio morale dei media; se lo fa l’Arsenal, viene lodato per la sua “maturità agonistica”

I giornali inglesi lo chiamano oggi: “Elite Game Management”. È la parola magica per nascondere la parola “furbizia”…

Arteta in conferenza stampa ha usato esattamente quel registro:

Ho visto alcune delle migliori squadre del mondo venire qui e crollare subendo tre o quattro gol. La nostra capacità di gestire il contesto per nove mesi e mezzo è straordinaria.”

“Gestire il contesto”. Non giocare bene o dominare. Questo è il vocabolario di Simeone tradotto in inglese con un ufficio stampa migliore.

L’adattamento fa la differenza

“Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare lui stesso un mostro.” — Nietzsche, Al di là del bene e del male, 1886

L’Arsenal ha gentrificato il male, l’antitesi del calcio pulito, rendendolo elegante e efficace. Il Cholo non è riuscito a rimontare non contro una squadra migliore — i dati sopra dicono che l’Atletico ha creato di più, almeno nel secondo tempo — ma contro una versione più furba e protetta della sua stessa creatura. Tredici partite consecutive senza sconfitte in Champions League: l’Arsenal ha eguagliato il suo record storico in Europa. Non con il tiki-taka o con il bel gioco, ma con l’adattamento. In Champions i Gunners hanno saputo adattarsi per gestire bene tutte le fasi di gara (per es, nell’1-3 conquistato a San Siro contro l’Inter, Gyokeres ha segnato il gol che ha chiuso la partita sfruttando la fase finale di gara dove i neroazzurri si erano sbilanciati alla ricerca del 2-2. Bravi a sfruttare la prima occasione con maggiore cattiveria e cinismo).

Usciamo dai giochetti social e mediatici: se detestate un tipo di calcio, non può andarvi bene quando lo adotta la squadra che sostenete? Dovrebbe andarvi bene, perché per vincere — nel calcio e nella vita — bisogna adattarsi . Anche perché la capacità di adattamento a un contesto, un ambiente o qualsiasi cosa è la qualità principale che differenzia gli esseri umani da tutti gli altri esseri viventi. Se giochi contro un avversario aggressivo e fisico al Metropolitano con 68.000 persone che tirano rotoli di carta igienica in campo, non puoi impostare tutto sul possesso palla e la giocata di qualità tecnica.

Impara dal mostro

Darwin diceva infatti che sopravvive chi si adatta. Il 5-4 di PSG-Bayern racconta le filosofie di Luis Enrique e Kompany. L’1-1 di Madrid racconta Simeone e Arteta. Due semifinali, due ideologie opposte ed entrambe legittime. Non condanniamo la varietà. Si dice spesso che “il mondo è bello perché è vario”.

Il mostro non va combattuto, ma emulato e l’Arsenal lo ha capito.

In una scena della serie tv Billions (se non l’hai guardata, non importa) un personaggio principale, il procuratore Chuck Rhoades spiega a Taylor Mason che lui stesso e Bobby Axelroad (altro personaggio principale) sono entrambi posseduti da una specie di “mostro”, ma Chuck riesce in qualche modo a contenerlo, perché possiede un codice da rispettare. Taylor domanda: “Mi serve quel codice? Chuck risponde direttamente: “No, le serve quel mostro”.

Muriqi

Muriqi: scarto della Lazio, leggenda al Maiorca

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21 gol per Muriqi, che insegue l’indiscutibile Kylian Mbappé, a quota 23 (con il Real Madrid). Il Mallorca è 15° in classifica, a due punti dalla retrocessione. Muriqi quindi segna, trascina e tiene a galla una
squadra che, senza di lui, probabilmente avrebbe qualche punto in meno.

Un bomber che vale la salvezza quanto altri valgono
uno scudetto. Chapeau, Pirata!

55 gol per la storia di un club

La Lazio lo vendette per 10 milioni nel 2022. Innegabile il suo rendimento flop in Serie A. E oggi la Lazio è priva di un centravanti.

Con la doppietta contro il Rayo Vallecano, Muriqi ha superato Samuel Eto’o come miglior marcatore nella storia del Mallorca (55 gol, 1 in più di Eto’o). Contro il Rayo ha tirato solo due volte: entrambe in gol. Precisione e freddezza perfetta, 100% da parte del Pirata. Niente spreco, niente errori e Muriqi non manca l’appuntamento per entrare nella storia del suo club.

A Palma de Mallorca, peraltro, i tifosi cantano il suo nome e chiedono il Pallone d’Oro per il Pirata. Ci ridono su, certo. Ma sotto quella risata c’è qualcosa di folle: nessuno si aspettava che Muriqi diventasse il
principale inseguitore di Mbappé.

“Avevo tante proposte, ma mi sono reso subito conto che al Maiorca tutti lavorano per la squadra. La scelta di andare al Maiorca ha cambiato la mia vita. Non mi aspettavo di diventare un idolo qui, ma fin dall’inizio
ho sentito un grande affetto intorno a me” -Vedat Muriqi

Il contesto fa la differenza

E a 31 anni, con l’esperienza accumulata, Muriqi sa esattamente quando e dove farsi trovare, ma la maturità ha fatto il resto. E c’è anche una terza lettura: il contesto. Ogni giocatore rende bene se si trova nel contesto adatto a lui. Una cosa banale, sì, ma spesso liquidiamo i giocatori come ‘finiti’ o ‘inadatti’, dimenticando che il potenziale tecnico è una pianta che fiorisce solo nel clima giusto.

La sua storia ci ricorda una verità che il mercato ignora troppo spesso: non esiste un limite d’età per incidere, esiste solo il posto giusto per farlo.

Costa D'Avorio

Costa D’Avorio: calcio e guerra civile

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La Germania, nell’estate del 2006, è un posto strano in cui arrivare per un Mondiale a cui partecipi per la prima volta. Strano nel senso buono: c’è una leggerezza nell’aria, una voglia di festa collettiva. In mezzo a trentadue nazionali, c’è una squadra, la Costa D’Avorio, che ha il diritto di esserci, la stessa che si è inginocchiata davanti a una telecamera per implorare un “cessate il fuoco”.

La Costa d’Avorio viene sorteggiata nel Gruppo C. Non è un girone qualunque, ma il “girone della morte”: affronterà Argentina, Olanda e la selezione di Serbia e Montenegro. Tre squadre che non lasciano spazio a nessun sogno africano. È come se qualcuno, al momento del sorteggio, avesse deciso che la favola della Costa D’Avorio dovesse finire subito.

Il girone della morte

La prima partita è il 10 giugno, ad Amburgo. Dall’altra parte c’è l’Argentina di Riquelme, Crespo e di un diciottenne Lionel Messi. Gli Éléphants combattono, ma crollano contro un avversario superiore: Crespo segna il vantaggio, poi Saviola raddoppia. Il primo tempo finisce 2-0 per l’Albiceleste. Tutto fa presagire una goleada, ma la partita termina 2 a 1, con il gol di Drogba all’82’. Quel gol arriva troppo tardi per cambiare il risultato, ma abbastanza presto per dire al mondo che quella squadra non si arrenderà mai.

Sei giorni dopo tocca all’Olanda di Van Persie, Robben e Sneijder, allenata da Marco Van Basten. Finisce di nuovo 2 a 1 per gli orange. Un gol di Bakary Konè riapre tutto, ma non basta per la rimonta. Risultato: 0 punti, ma nessun crollo. Due sconfitte di misura a testa alta contro i colossi del torneo. La qualificazione è impossibile, ma questa nazionale ha dimostrato qualcosa che i numeri non possono raccontare.

L’ultima partita a Monaco contro la Serbia e Montenegro non conta più per la classifica. Sotto di due reti nel primo tempo, gli Éléphants mostrano il loro animo guerriero e rimontano fino al 3 a 2 finale, grazie alla doppietta di Dindane e al rigore di Kalou. È una vittoria inutile per il torneo, ma fondamentale per l’onore della Costa D’Avorio in quel delicato periodo storico. Per capire davvero quella nazionale, bisogna guardare oltre i risultati ed esplorare le biografie dei loro pilastri.

L’orgoglio ivoriano e le storie dei fratelli Touré

La qualificazione è già matematicamente impossibile, ma quella nazionale africana ha dimostrato qualcosa che i numeri non riescono a raccontare. L’ultima partita, il 21 giugno a Monaco, non conta più niente in termini di classifica. La Costa d’Avorio è già eliminata, la Serbia e Montenegro anche. Gli Éléphants vanno sotto 0 a 2, subendo sempre due reti nel primo tempo, ma non si arrendono e mostrano il loro animo guerriero: infatti il match finisce 3 a 2.

La Costa d’Avorio rimonta con orgoglio, grazie a una doppietta di Dindane e il rigore finale di Kalou. È una vittoria inutile, nel senso tecnico del termine, ma importante per la dignità e l’onore, le cose più importanti in quel periodo storico per la Costa d’Avorio. Perché quella squadra già eliminata, già spacciata, sceglie di non mollare. Per capire davvero quella nazionale, bisogna infatti smettere di guardarla come un insieme di risultati e cominciare a guardarla in base alle biografie e alle carriere dei loro pilastri.

Prendiamo i fratelli Touré. Kolo nasce nel 1981 a Bouaké — la stessa Bouaké che diventerà, qualche anno dopo, il simbolo geografico della spaccatura del paese, la capitale del nord ribelle. Cresce a fare il lustrascarpe per strada con il fratello di due anni più piccolo, Yaya, nella stessa città, nello stesso contesto e nella stessa mentalità. Letteralmente i due fratelli lavorano insieme, e quando Kolo viene scoperto da uno scout dell’ASEC Mimosas — il vivaio da cui escono quasi tutti i grandi calciatori ivoriani di quella generazione — è Yaya che ne eredita l’attività di lustrascarpe. È dal fratello maggiore che si impara tutto, in quella famiglia. Anche il calcio.

Il successo europeo di Kolo e Yaya Touré

Kolo arriva poi all’Arsenal nel 2002 come uno sconosciuto. Due anni dopo è titolare fisso nella difesa più solida d’Inghilterra, perché nella stagione 2003-2004 forma con Sol Campbell la coppia di centrali che permette ai Gunners di non perdere una sola partita in tutto il campionato. Diventa un leader difensivo degli Invincibili di Arsène Wenger. Trentotto partite, zero sconfitte. È uno di quei momenti nella storia del calcio inglese che non si dimentica, e Kolo Touré è lì, in mezzo, titolare inamovibile.

Gioca all’Arsenal per sette anni, con oltre trecento presenze. Poi passa al Manchester City, in seguito veste la maglia del Liverpool, e dopo ancora quella del Celtic, dove vince un altro campionato da imbattuto. Kolo Touré è l’unico giocatore nella storia dei campionati europei ad aver vinto due titoli nazionali da imbattuto con due squadre diverse. Con la nazionale colleziona centoventi presenze. Non è un dettaglio, perché la sua carriera è interamente dedicata a rappresentare un paese che, mentre lui gioca, si sta spaccando in due.

C’è però un momento della sua carriera che vale la pena raccontare anche perché dice qualcosa di umano, non solo di sportivo. Nel 2011, al Manchester City, risalta positivo a un controllo antidoping. La sostanza è quella contenuta nelle compresse dimagranti della moglie, che lui ha preso per sbaglio. L’esito non può essere tollerato ed è così squalificato per sei mesi. Un episodio drammatico che avrebbe potuto distruggerlo. Invece lo attraversa, torna, e aiuta il City di Roberto Mancini a vincere il titolo di Premier League nel 2012, che mancava nella bacheca dei Citizens da quarantaquattro anni. La storia di Kolo Touré è la storia di un uomo che sa vivere, sa lavorare e sa rialzarsi.

Dalla faticosa ascesa ai trionfi con la nazionale

E suo fratello Yaya? Quando Kolo parte per l’Europa, Yaya Touré è ancora lì nella Costa d’Avorio e anche per lui il calcio diventa l’unica via d’uscita. Arriva all’ASEC Mimosas, poi arriva in Europa, dove alcune prestazioni eccellenti con il Monaco vengono notate dal Barcellona, con cui vince 2 campionati spagnoli, 1 Copa del Rey e 1 Champions League, seppur non diventando mai un titolare fisso. D’altronde non era semplice competere in una squadra di marziani che cercava la perfezione tecnica.

Yaya Touré aveva tutte le carte per essere titolare nel Barça, ma forse quegli anni o quel contesto non erano perfetti per il suo stile e la sua personalità. Contesto perfetto che troverà poi al Manchester City, dove si trasferisce nel 2010, perché voluto fortemente da Roberto Mancini. A Manchester ritrova anche il fratello Kolo e diventa nel giro di pochi anni uno dei centrocampisti più forti al mondo. È il tipo di giocatore che cambia le partite con un gesto solo, che copre sessanta metri di campo in quattro secondi e poi arriva in area e segna.

Prestazioni e giocate che gli permettono di essere premiato 4 volte come miglior calciatore africano dell’anno (un record che condivide con una leggenda di nome Samuel Eto’o). Ma la sua storia con la nazionale è una storia di frustrazioni accumulate, perché parteciperà a tre Mondiali con lo stesso risultato finale: tre eliminazioni al primo turno. Ognuno però ha sempre la possibilità di riscattarsi, perché la vita è una ruota che gira sempre, basta sfruttare il momento a proprio favore.

Yaya Touré che alza la coppa al cielo, di Ben Sutherland

Il riscatto personale nel 2015

Nel 2015, a 32 anni, all’ultima Coppa d’Africa della sua carriera, con la fascia di capitano al braccio, Yaya e la sua Costa d’Avorio si trovano in finale contro il Ghana. La partita finisce 0 a 0 dopo i tempi supplementari. Si va così ai rigori. La Costa d’Avorio sbaglia i primi due e il Ghana va avanti 2-0. Ma gli Éléphants non mollano mai e da lì rimontano. E vincono. È la prima Coppa d’Africa ivoriana dal 1992. Yaya Touré ha trentadue anni, ma piange come un bambino. Un bambino che ha vinto un trofeo che vale più di un’intera carriera: perché hai vinto per la tua gente, dopo un periodo storico non semplice.

Ebouè e i drammi post carriera

Accanto a lui, per tutti quegli anni, c’è Emmanuel Eboué. Eboué cresce ad Abidjan, nel sud. Quando si mettono la stessa maglia, quella divisione geografica che ha spaccato il paese in due non esiste più. Non è una metafora: è la composizione reale di quella squadra. Eboué è un terzino destro, cresciuto anche lui nell’ASEC Mimosas di Abidjan. Arriva all’Arsenal nel 2005, dove gioca per sei anni, collezionerà oltre duecento presenze e giocherà titolare nella finale di Champions League nel 2006 contro il Barcellona.

Con la Costa d’Avorio Eboué colleziona settantanove presenze e partecipa a due Mondiali. È infatti presente in quel gruppo che gioca in Germania al mondiale del 2006. Fa una carriera ottima, ma dopo che appenderà gli scarpini al chiodo, sarà l’inizio di alcuni incubi. Dopo il ritiro dal calcio giocato, che avviene nel 2016, la sua vita crolla. Un divorzio difficile, una squalifica FIFA di un anno per una disputa contrattuale con un ex agente e i soldi che spariscono. Tre case in Inghilterra, perse. Le macchine, perse. Tutto quanto.

La tragedia di Steve Gohouri

In un’intervista racconta di essere costretto a guardare le partite dell’Arsenal in un pub del quartiere perché non riesce a permettersi l’abbonamento alla televisione. E racconta di Steve Gohouri (un suo ex compagno di nazionale che ha vestito la maglia del PSG a fine anni ‘90) che nel 2015, però, viene trovato morto nel Reno, in Germania. Gohouri avrà un destino maledetto: prima la depressione che lo tormenta, al punto da decidere di mollare, suicidandosi per porre fine alle sofferenze.

Eboué dice che da quel giorno pensa a lui ogni mattina, e che quella storia lo ha tenuto in piedi nei momenti peggiori. Sono storie che non finiscono sui giornali sportivi, ma esistono nell’ombra dei grandi gesti, nei posti dove i riflettori non arrivano. Perché quella nazionale non è solo la nazionale che ha fermato una guerra con un videomessaggio. È anche la nazionale di uomini che, dopo aver dato tutto sul campo e fuori, si sono ritrovati soli con i pezzi di una vita da ricostruire.

Drogba e il gesto più forte

E poi c’è la storia più grande, quella che Drogba porta avanti anche dopo il discorso di Omdurman. Perché un cessate il fuoco non basta. Perché Didier e compagni sanno che la pace non si costruisce con un gesto solo, per quanto potente. E allora nel marzo del 2007, mentre la Costa d’Avorio è nel mezzo delle qualificazioni per la Coppa d’Africa, Drogba compie un altro gesto: va a Bouaké. Va nel nord. Va nel posto che per anni è stato sinonimo di guerra, di ribellione, di tutto quello che il suo paese non riesce a ricucire.

Costa D'Avorio

L’impatto storico e sociale del calcio ivoriano

Arriva su un’auto scoperta, scortato dai soldati, e incontra Guillaume Soro — il leader delle Forze Nuove, il capo dei ribelli del nord. Quella che i diplomatici non erano riusciti a fare in anni di trattative, Drogba la fa in un pomeriggio: crea un momento di contatto umano, di diplomazia, che non può essere ignorato. E poi chiede una cosa concreta, quella che vi abbiamo già raccontato. Chiede che la partita della nazionale contro il Madagascar — valida per le qualificazioni alla Coppa d’Africa 2008 — si giochi a Bouaké.

Drogba dirà dopo: “Ho visto soldati dell’esercito guardare la partita insieme ai soldati delle forze ribelli. La gente diceva: se Drogba è venuto a Bouaké, vuol dire che è sicuro tornare. È stato incredibile realizzare quanto impatto potessero avere i calciatori.” C’è una cosa che vale la pena dire su Drogba, i fratelli Touré e questa generazione, guardandola dall’esterno e con il senno del poi. Non ha vinto niente di quello che avrebbe meritato di vincere.

Ma le generazioni non si misurano solo con i trofei. Si misurano anche con quello che lasciano, con gesti emotivi, con messaggi, con ricordi. E quella nazionale lascia il ricordo di diciassette uomini inginocchiati in uno spogliatoio straniero. La prova che il calcio può e deve entrare in uno spazio che la politica non riesce ad occupare. Questa è l’ennesima storia di un paese che ha guardato la propria squadra di calcio e ha visto riflessa l’immagine di quello che avrebbe dovuto essere: unito, non diviso. Non è poco. Non è abbastanza per porre fine a violenza e sofferenza. Ma è sempre meglio di stare zitti e assecondare, pensando solo al proprio orticello. Chapeau, ragazzi!

Cruijff

Cruijff: il genio che ha cambiato il calcio per sempre

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Ci sono figure che hanno vinto tutto e che hanno cambiato tutto. Johan Cruijff è uno dei pochi che ha fatto entrambe le cose. Calciatore, allenatore, filosofo del calcio: la sua storia non è solo una questione di vittorie, ma di una concezione che ha cambiato per sempre questo sport.

“Non sono religioso. In Spagna tutti e 22 i giocatori si fanno il segno della croce prima di entrare in campo. Se funzionasse, tutte le partite allora dovrebbero finire con un pareggio.”

Nato a due passi dal campo

Johan Cruijff nasce ad Amsterdam nel 1947, a due passi dallo stadio dell’Ajax. Non è una metafora, perché casa sua era letteralmente vicina al campo. Sua madre faceva le pulizie lì dentro. Il calcio diventa così un’eredità ambientale, quasi inevitabile.

Il debutto e il calcio totale

All’Ajax debutta a diciassette anni. E già da subito si capisce che non si sta guardando semplicemente un talento, ma qualcosa di diverso. Cruijff non corre come gli altri, non pensa come gli altri, non occupa il campo come gli altri. Sotto la guida di Rinus Michels, diventa il motore di un’idea rivoluzionaria: il calcio totale. Un sistema in cui ogni giocatore può fare tutto, perché il campo si allarga e si restringe a seconda di chi ha la palla.

“Trovo terribile quando i talenti vengono esclusi basandosi sui dati al computer. Basandosi sui criteri vigenti all’Ajax ora, io sarei stato scartato. Quando avevo 15 anni non ero in grado di calciare la palla oltre i 15 metri col piede sinistro. Le mie qualità tecniche e di visione del gioco non si possono stabilire con un computer.”

Tre Coppe dei Campioni e un Mondiale sfiorato

Johan vince tutto con l’Ajax. Tre Coppe dei Campioni consecutive, tra il 1971 e il 1973. Il Pallone d’Oro lo conquista per tre volte. Nel 1974 trascina l’Olanda fino alla finale del Mondiale in Germania, ma quella nazionale — forse la più bella della storia senza aver vinto un titolo — perde contro i padroni di casa. Il mondo però aveva già capito di aver assistito a qualcosa di irripetibile.

“I giocatori che non sono veri leader ma provano a esserlo, attaccano sempre gli altri giocatori dopo un errore. I veri leader prendono già in considerazione che gli altri commetteranno degli errori.”

Cruijff

Al Barcellona: il titolo che mancava da 14 anni

Con queste linee guida Cruijff passa al Barcellona. Da calciatore con la maglia blaugrana porta il titolo della Liga nel 1974, il primo campionato dopo quattordici anni di zero trionfi. Gioca fino al 1978, vince la Copa del Rey, ma lascia un’impronta che va ben oltre i trofei.

America, Ajax e l’eresia del Feyenoord

Poi qualche anno in America, al Los Angeles Aztecs e ai Washington Diplomats, e il ritorno in Olanda all’Ajax e infine al Feyenoord — un’eresia, per i lancieri, ma anche questo è Cruijff: non si piega alle convenzioni, mai.

Il Dream Team

Nel 1988 Cruijff torna al Barcellona, questa volta in panchina. Il Dream Team — Guardiola, Stoichkov, Laudrup, Romario, Bakero — vince quattro Liga consecutive tra il 1991 e il 1994 e nel 1992 conquista la prima Coppa dei Campioni della storia del club, a Wembley, contro la Sampdoria. Una notte che a Barcellona ricordano come se fosse ieri.

Un’eredità genetica nel calcio mondiale

Il calcio di quel Barcellona era il suo calcio: possesso, pressing, verticalità, un portiere che giocava coi piedi. Molti di quegli elementi li riconosciamo oggi nel Barcellona di Guardiola, nel gegenpressing di Klopp, nel gioco di posizione che ha ridisegnato il calcio europeo degli ultimi vent’anni. Cruijff voleva lasciare un metodo, una filosofia, un’eredità genetica che il calcio porta ancora scritta dentro.

Guardiola, anni dopo, dice di lui: “Johan Cruijff ha dipinto la cappella. Tutti gli altri allenatori del Barcellona dopo di lui si sono limitati a restaurarla.” Non aggiungo altro.

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Südtiro

Südtirol: il club del popolo

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Il Südtirol ha una struttura proprietaria unica nel suo genere. Non c’è un patron, non c’è un imprenditore che controlla il club.

Un club posseduto dal suo territorio

Gran parte dei soci sono altoatesini. Una scelta statutaria e non casuale. Il club è posseduto dal territorio che rappresenta e non da un singolo investitore esterno. Questo modello — definito “public company” nel panorama calcistico italiano — è una fattispecie sportiva rarissima. In un calcio fatto di sceicchi, fondi d’investimento e oligarchi, il Südtirol appartiene ancora alla sua gente.

Il salary cap: nessuno guadagna più di 80mila euro

Il Südtirol è l’unico club nel calcio professionistico italiano ad avere un salary cap. Come ha dichiarato nel 2022 l’amministratore delegato Dietmar Pfeifer: “Nessuno guadagna più di 75/80mila euro annui.” Lo stesso CEO aveva già chiarito la filosofia: “Siamo un club del territorio, per il territorio.”

Persone che credono nel progetto, non cacciatori di ingaggi

Il motivo è esplicito: attrarre giovani e calciatori di esperienza che credano nel progetto, e non entrino a farne parte solo per ragioni economiche. Un modello che richiama la filosofia NBA e non il calcio-business dei top club europei. In Serie B, dove alcuni contratti superano abbondantemente il milione di euro, quella cifra non è un dettaglio. È una dichiarazione d’intenti.

Il 30% del budget al settore giovanile: norma statutaria

Nello statuto del club è precisato che il 30% del budget annuale deve essere destinato al settore giovanile. Non è una prerogativa facoltativa: si tratta di una norma vincolante scritta nello statuto. L’obiettivo è costruire basi solide senza dover acquistare calciatori a peso d’oro.

Südtirol

I risultati si vedono: plusvalenze e bilanci in positivo

I risultati si vedono: l’operazione con Lorenzo Sgarbi, ceduto al Napoli Under 19, ha generato una plusvalenza che ha contribuito a chiudere il bilancio in positivo di 780mila euro. Il Südtirol investe nei ragazzi della provincia, li valorizza step by step, li vende quando sono pronti e reinveste sul territorio. Un ciclo virtuoso che si autoalimenta.

L’Athletic Bilbao: un precedente illustre

Non è una novità per gli appassionati: c’è un club in Spagna che da oltre un secolo si basa su questo assetto societario. L’Athletic Bilbao non è mai retrocesso dalla Primera División in 120 anni di storia, senza mai tradire il suo statuto per inseguire un campione straniero. Come dichiarato dal presidente Jon Uriarte, il club esiste per rappresentare un popolo, non per massimizzare un bilancio.

Un modello che sfida il calcio globalizzato

Il Südtirol fa la stessa cosa, su scala diversa e con strumenti diversi. È un modello. È la dimostrazione che nel calcio globalizzato, dove tutto si compra e tutto si vende, esiste ancora chi sceglie di appartenere a qualcosa.

Credits Photo: sito web Südtirol e profilo Facebook

Giulia Toninelli

Giulia Toninelli

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Accreditata dalla FIA e presenza costante nel paddock della F1, Giulia Toninelli racconta la Formula 1 da una prospettiva unica: quella di chi vive il circus da dentro. Tra test in Bahrain, nuove monoposto e una nuova epoca regolamentare che cambierà gli equilibri del campionato, la nuova stagione promette sorprese e possibili scosse politiche e tecniche.

In questa intervista a Fuori dal Gioco, Giulia Toninelli racconta i primi segnali emersi nel paddock: dalla possibile sfida tra Ferrari e Mercedes, al ruolo di Red Bull e McLaren, fino alla crescita del giovane talento italiano Andrea Kimi Antonelli. Tra pronostici e analisi emerge il ritratto di una stagione imprevedibile. Motori accesi, si parte.

Che stagione ci aspetta? Giulia Toninelli ci racconta le sue sensazioni

Iniziamo a parlare della nuova stagione in arrivo e del nuovo regolamento. A proposito di tutto ciò, con le nuove monoposto, la dichiarazione di Max Verstappen è stata molto diretta e controversa: cosa credi delle sue dichiarazioni: “Una Formula E sotto steroidi”? E cosa pensi del nuovo scenario in F1 con queste nuove monoposto?

Intanto Viva Max Verstappen. In F1 serve sempre qualcuno schietto, che dica le cose come le pensa. Il commento di Max nei primi giorni di test credo sia stato un po’ esagerato con la terminologia usata. Infatti i suoi commenti successivi sono stati più ponderati. Nella F1 attuale si tende sempre ad annacquare le dichiarazioni dei piloti attraverso uffici stampa e comunicati. Quindi il modo di Verstappen mi è piaciuto perché ha inaugurato bene la nuova stagione“.

Sui nuovi regolamenti è molto difficile esprimersi o dare una valutazione. Quando ho letto per la prima volta queste innovazioni, non ero molto convinta: la dominanza della parte elettrica crea davvero condizioni di una “Formula E sotto steroidi” come ha detto Max. Alcuni standard della F1, come la capacità di guida e sorpasso vengono meno, dando maggiore rilevanza alla gestione in pista. Questa parte va a peggiorare la parte motoristica e aerodinamica che adoro: sono macchine più piccole, più leggere, con l’aerodinamica che resta “libera” e ali posteriori diverse in ogni monoposto. Tutto queste rende il regolamento molto interessante.

Un primo anno che può generare scompiglio

“Alcuni tecnici mi hanno comunicato di essere rimasti sorpresi in Bahrain, perché finalmente si rivedono progetti di monoposto diversi l’uno dall’altro. C’è il rischio che la parte motoristica possa generare problemi. Liberty Media e FIA hanno dichiarato di valutare cambiamenti sulla parte della potenza nel regolamento, ma questo può creare altrettante difficoltà. Quindi sarà un primo anno politico, con necessità di integrare alcune problematiche”.

“Mi spiego meglio: se per es. Ferrari ha sviluppato più adeguatamente la gestione della PU elettrica e cambiano il regolamento a metà stagione, lì subentra un problema per Ferrari e motorizzati. Ci sarà molto da parlare, e per noi giornalisti sarà bello (ride,ndr). I primi anni di un nuovo regolamento creano sempre un po’ di scompiglio e questo mi dispiace. Poi è tutto da vedere perché sono mie sensazioni, io non sono Max che ha guidato la sua auto (ride, ndr). Questo primo anno potrebbe essere un caos, ma non escludo che i primi risultati, già in Australia, saranno totalmente diversi”.

Il regolamento in vigore fino al 2025 andava ugualmente cambiato: molti progetti erano simili perché quel ciclo regolamentare era ormai superato. Mi sorprende che FIA e team abbiano collaborato da tanti anni per questo nuovo regolamento e che ancora ci siano diversi dettagli da sistemare“.

Sarà una lotta a due tra Mercedes e Ferrari?

Dai test sembra emergere un possibile duello tra Mercedes e Ferrari, con Red Bull e McLaren subito dietro: credi che queste gerarchie siano realistiche o pensi che qualcuno stia ancora nascondendo il vero potenziale? Cosa si dice nel Paddock?

“Il potenziale l’hanno nascosto tutti. La Mercedes ha sempre fatto così. La Ferrari è stata la vera sorpresa nei test. Prima sembrava che la Mclaren fosse in vantaggio sulla Ferrari, ma ha qualche problema di sovrappeso. Questo però non significa che non sarà competitiva più avanti, perché i campioni del mondo in carica sono molto bravi nello sviluppo di aggiornamenti. Con pacchetti nuovi dopo le prime gare potrebbe tornare competitiva”.

“La Ferrari ha sorpreso per l’affidabilità e per le partenze. A Maranello hanno lavorato moltissimo sul propulsore in partenza, che potrebbe essere un fattore importante in questo inizio di stagione. La Ferrari la vedo, al momento, come seconda forza, dietro una Mercedes avvantaggiata dalla parte elettrica. Di quest’ultima ho visto team sereno e piloti contenti. Forse non abbiamo ancora visto la vera potenza del motore Mercedes.”

Red Bull solida, Aston Martin deludente

“La Red Bull mi ha sorpreso più di tutti. Non mi aspettavo una Red Bull così solida e un’Aston Martin così indietro. Va dato merito a Chris Horner, che riuscì a ingaggiare, quando finì la collaborazione tra RBR e Honda, molti motoristi importanti di quest’ultima. In questo modo la Red Bull ha fatto un grande lavoro sulla parte elettrica. La Honda, al contrario in Aston Martin, ha dovuto ricostruire il gruppo da zero: i motoristi in AM non sono gli stessi che hanno lavorato in Red Bull, ma gente nuova in un team nuovo”.

Giulia Toninelli
Giulia Toninelli

Kimi Antonelli e Ayrton Senna

Nel Paddock conosci e frequenti un giovane talento come Kimi Antonelli, che ha scritto la prefazione del tuo libro su Ayrton Senna. Che persona è Kimi? Cosa ti ha conquistato per affidargli la prefazione di un libro, una cosa non indifferente per un 19enne?

“Ho ideato un libro su Senna, da pubblicare 30 anni dopo la sua morte per raccontare Ayrton a chi non l’ha vissuto. Ho cercato di raccontare la sua storia, analizzando le differenze tra l’epoca di Senna e quella attuale. Oggi con le F1 Academy sembra scontato che un pilota promettente si muova da una parte all’altra del mondo, ma negli anni ’70 o ’80 un giovane pilota non europeo emigrava per rodare kart in Europa. Non era così semplice”.

“Nella scelta della prefazione mi piaceva l’idea di far raccontare Senna a un pilota che è cresciuto e corre col mito di Ayrton: Kimi ha il numero 12 ed è legatissimo a Senna, ma è un classe 2006 che non l’ha mai visto correre. Una cosa carina per far comprendere il significato di Senna per la generazione attuale di piloti e far emergere il lascito di questa leggenda, oltre al pilota. Per questo motivo ho scelto di affidare a Kimi Antonelli la prefazione.”

Una scommessa vincente di Toto Wolff

Kimi l’ho visto molto carico e sicuro per questa stagione. Ha grandi aspettative. Antonelli nello scorso campionato ha mostrato alti e bassi, ma era quello che voleva Toto Wolff. Il Team Principal della Mercedes ha scommesso tanto su di lui (rischiando di bruciare un talento) ma con uno scopo preciso: farlo esordire in F1 e nel paddock l’anno precedente di una rivoluzione tecnica, così che quest’anno diventi più maturo e forte, grazie alla gavetta fatta nel 2025. Antonelli è sicuramente pronto per questo nuovo campionato, così come tanti altri giovani che hanno esordito nella scorsa stagione.

C’è stata molta pressione su di lui, ma Kimi lo sa bene, perché è molto più maturo della sua età. Max l’ha infatti preso sotto la sua ala, perché sa bene cosa significa esordire giovanissimo in un mondo complesso come la F1, con tutta la pressione addosso, tra media, gara, social. La polemica per il sorpasso di Norris in Qatar? Accuse senza senso, ma lui non si è arrabbiato. Ci è rimasto male il primo giorno, ma ha archiviato subito tutto. La capacità a 18 anni di mettere da parte commenti e a Kimi sconosciute è simbolo di una grande mentalità che lo aiuterà in carriera”.

Il conflitto in Medio Oriente stravolgerà la stagione?

A proposito di nuova stagione, il calendario potrebbe essere stravolto dall’escalation di un conflitto in Medio Oriente. Quanto sarà difficile questo momento geopolitico per la F1?

“Bisogna vedere come procederà il conflitto. In questo momento la F1 non è la priorità (giustamente). Speriamo tutti che si interrompa il prima possibile. Si deciderà in base a quando e come finirà questa situazione. Sono gare che si svolgeranno ad Aprile, quindi tutto dipenderà dalle prossime settimane: in queste condizioni non si può correre. Si cercherà in tutti i modi di farle, perché spostare gare in F1 è qualcosa di inenarrabile. Se le condizioni miglioreranno, credo che troveranno una soluzione ottimale per tutti, come successe nel 2020 dopo la pandemia di Covid-19”.

“Nel caso di impossibilità per il peggiorare del conflitto, sicuramente aggiungeranno altre tappe in Europa, ma in altri periodi: parlano di Imola, che però non può sicuramente ospitare un Gp nel mese di Aprile, al posto del Bahrain o dell’Arabia Saudita. La FIA sta attendendo l’evolversi della situazione”.

Ferrari e Vasseur

Quanto Ferrari è stata vicina (se mai lo è stata) a cambiare per l’ennesima volta Team Principal al termine della stagione 2025?

“Quando la Ferrari va male, trema tutto. Lo sapete benissimo. La struttura della Ferrari è totalmente diversa dalla Mercedes: a Brackley Toto Wolff è Team Principal, CEO e azionista. Se la Mercedes va male, ci perde anche Toto stesso e non viene licenziato. In Ferrari si aspetta un mondiale da quasi 20 anni e al primo problema si cerca sempre di rimediare. Io, personalmente, ritengo che sostituire il TP la scorsa stagione fosse una cosa folle. Eliminare il progetto tecnico avviato da Vasseur e i suoi all’avvio di una nuova epoca regolamentare è pazzia. Non toglie però che in quest’ultima stagione qualcosa è tremato. “

“Ora Vasseur ha la grande occasione di far vedere il suo lavoro e i suoi risultati con il suo gruppo. Stavolta la monoposto della Ferrari è figlia del suo progetto. Mantenerlo è stata la scelta più giusta, nonostante la stagione deludente che non ha confermato le aspettative di inizio 2025. L’arrivo di Hamilton, il più chiacchierato nella storia della F1, con la prima stagione con zero podi. Una situazione molto pesante, ma per fortuna è rimasto tutto invariato. “

Mercedes & Alpine

Alpine, facendo un “passo indietro” e decidendo di delegare a Mercedes la fornitura della Power Unit, sembra aver fatto un bel passo in avanti. È effettivamente così o pensi che alla fine rimarrà nei bassifondi?

“Qualche passo avanti è stato sicuramente fatto. Scelta necessaria perché ormai non ci sono investimenti rilevanti sui motori Renault. La scelta di delegare la PU potrebbe essere dovuta a un’ottica di vendita futura. Un cliente con motori Mercedes si vende facilmente. Rimane ugualmente una scelta strana: l’Alpine in F1 senza motore Renault è una cosa non molto razionale. Tuttavia è una scelta comprensibile a livello di marketing. Non so che futuro avrà.”

“Però devo dire che una squadra come la Williams, che tanti ritenevano in crescita, è in sovrappeso, non ha passato tre volte il crash test e Sainz si lamenta della guida e rischia di trovarsi in basso alla classifica. Se l’Alpine ha fatto un buon progetto, con una PU Mercedes, può giocarsi posizionamenti interessanti in alcuni Gp, ma vedremo. Settimana prossima saremo più consapevoli del loro potenziale”.

Giulia Toninelli
Giulia Toninelli

La passione per i motori e le Olimpiadi di Milano-Cortina

Com’è nata la tua passione per il motorsport ?

“Ho un fratello più grande, ingegnere peraltro, appassionato di F1. Guardava sempre i Gp con mio padre, grande appassionato pure lui. Vedendo loro, mi sono appassionata pure io. Sono cresciuta vicino il kartodromo di Lonato: era il periodo in cui andavano anche piloti di F1. Andavo spesso a vedere i kart e così è nata questa mia passione. Poi ho sempre voluto fare la giornalista. Ho unito queste due passioni e ho avuto la fortuna di conoscere persone di questo settore per scrivere e andare in giro. In questo mondo bisogna impegnarsi tanto, ma devi avere anche la possibilità di farlo. Diventare giornalista è un percorso pieno di step. “

“Sono stata alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. Due mesi fa ero impaurita all’idea di andare, perché non conoscevo bene il mondo gli sport invernali. Ho studiato tanto dopo la fine della stagione di F1 per questa grande opportunità e ora dico che è stata l’esperienza lavorativa più bella della mia vita. Non mi sono mai divertita così tanto. Ora voglio fare tutte le Olimpiadi (ride,ndr)”.

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